venerdì 31 marzo 2017

1917/2017: Aleksandra e le altre. Le donne e la rivoluzione


In occasione del Festival delle Donne e dei Saperi di Genere, organizzato a Bari dal 20 marzo al 12 aprile 2017, si è tenuto l'altroieri, presso il Palazzo delle Poste, un seminario intitolato “1917/2017: Aleksandra e le altre. Le donne e la rivoluzione”. Relatrici Lea Durante (UniBa) e Alessia Franco (dottoressa in Scienze Filosofiche e collaboratrice di questo blog, come i lettori abituali ben sapranno). A coordinare la discussione la Dott.ssa Rosaria De Bartolo. Il seminario si è incentrato su quattro donne che hanno trattato la condizione femminile all’interno dei partiti socialdemocratici e socialisti europei a cavallo tra Ottocento e Novecento: Aleksandra Kollontaj, Clara Zetkin, Rosa Luxemburg e Anna Kuliscioff. Si è cercato di mettere al centro della riflessione le figure di queste donne, la loro corporeità, le loro esperienze politiche e private, oltre che il loro pensiero teorico-politico, partendo dalla considerazione che nessun  pensiero, specialmente un pensiero militante e rivoluzionario, possa essere disincarnato dalla concretezza, fisica, storica, estetica, delle donne che lo hanno incarnato. Donne che sono state obliate e il cui pensiero è stato in parte distorto dai movimenti femministi contemporanei.


La relazione della Prof.ssa Durante prende in esame le figure di Clara Zetkin e Aleksandra Kollontaj: due donne, la prima tedesca e la seconda russa, che dovettero confrontarsi con un clima culturale ostile e diffidente nei confronti della partecipazione politica delle donne, anche all’interno dei partiti rivoluzionari nei quali militavano. La legislazione prussiana negava alle donne il diritto di associazione, il positivismo scientifico affermava, soprattutto in Germania, l’inferiorità biologica della donna rispetto all’uomo, l’Internazionale socialista delegava ai partiti nazionali la linea da tenere rispetto alla questione femminile. All’interno dei partiti socialdemocratici queste donne, come anche Luxemburg e Kuliscioff, dovranno farsi strada lottando. Possiamo ritenere questa lotta vinta, se consideriamo che Kollontaj sarà la prima donna al mondo a ricoprire la carica di ministro nel governo sovietico, e che Zetkin sarà parlamentare del Partito Comunista Tedesco dal 1920 al 1933, fino alla caduta della Repubblica di Weimar.
Clara Zetkin, la cui vita – come del resto quella di tutte queste donne – fu avventurosa, segnata da continui spostamenti per l’Europa e da numerose lotte, entrò in conflitto con il Partito Socialdemocratico Tedesco, per diverse ragioni. Ne criticò soprattutto le tendenze imperialiste e riformiste, cercando di inserire all’interno della propria visione del marxismo e dell’attività politica la questione femminile, distinguendo accuratamente il suo rifiuto della guerra e la sua lotta per l’emancipazione femminile dal pacifismo e dal femminismo borghese. Questo aspetto rende la riflessione di Zetkin complessa e profonda: il rifiuto della guerra deve inserirsi all’interno di una critica dell’imperialismo capitalista. Non è sufficiente “desiderare la pace tra i popoli”, sulla base di diritti e di aspirazione moralistiche e disincarnate dal contesto storico e sociale. Rifiutare la guerra non significa ripugnare una generica violenza, ma significa opporsi alla guerra che il capitale conduce nei confronti delle società non capitalistiche, depredandone le risorse e sussumendo i rapporti sociali sotto la propria terribile e autoritaria logica annichilente. Allo stesso modo, il femminismo non può consistere in una serie di rivendicazioni fondate sui diritti biologici, ma deve essere parte integrante dell’emancipazione del proletariato. Sono le lavoratrici che devono prendere coscienza della propria condizione economica e sociale e lottare per un miglioramento delle proprie condizioni insieme a tutto il proletariato. Sulla base di questa logica Clara Zetkin fonda l’Internazionale delle Donne, separata dall’Internazionale socialista, e si pone criticamente rispetto alla questione del suffragio femminile: il diritto al voto deve essere un mezzo per avvicinare le lavoratrici alla causa socialista e non un mezzo per permettere alle donne benestanti di consolidare lo sfruttamento capitalistico dell’uomo sull’uomo.

Aleksandra Kollontaj, la cui personalità spicca per il carisma e il fascino che sprigiona, apre una riflessione politica sull’eros femminile. L’amore, il desiderio, sono le spinte propulsive della rivendicazione politica. Un inciso personale: siamo abituati a datare l’inizio della riflessione politica sull’Eros intorno agli anni Sessanta, riferendoci in particolare alla Scuola di Francoforte o a Deleuze e Foucault. Invece è interessante scoprire che già alla fine dell’Ottocento il desiderio viene considerato una forza politica vitale, un’energia rivoluzionaria, ed è interessante che a farlo sia una marxista che ricopre cariche istituzionali all’interno del governo sovietico. Per comprendere il modo in cui Kollontaj affronta la questione sessuale e femminile, bisogna far riferimento alla politica portata avanti in quanto Ministro della solidarietà sociale: secondo la ministra, lo Stato ha il dovere di stanziare finanziamenti affinché possano essere costruiti asili e ricoveri per i bambini abbandonati, nati fuori dal matrimonio. Questi devono godere delle stesse opportunità dei figli cosiddetti legittimi. La maternità deve essere tutelata e sostenuta a prescindere dalla natura delle relazioni, ufficiali o ufficiose, riconosciute o meno, in cui si verifica. L’aborto, operazione all’epoca pericolosa e spesso mortale, deve essere un diritto transitorio: lo stato deve creare le condizioni che permettano alle donne di non abortire. Nei primi anni venti, l’Unione Sovietica dovrà fare economia, tagliare le spese dello stato sociale: lo stato, non potendo sostenere le politiche approntate da Kollontaj, pone nuovamente al centro della propaganda la famiglia e le unioni legittime. Potremmo sintetizzare la strenua opposizione della ministra con un suo celebre motto:  «Largo all’Eros alato!».

La relazione di Alessia Franco descrive le figure di Rosa Luxemburg e Anna Kuliscioff, militanti la prima nella Socialdemocrazia Tedesca, la seconda nel Partito Socialista Italiano. Le vite di queste due donne vengono definite “peregrine”: Kuliscioff e Luxemburg si muovono per l’Europa, tra arresti, fughe ed esili. Ma sono vite peregrine anche in senso figurato: queste donne violano sistematicamente le convezioni sociali e sessuali, i tabù del loro tempo (e anche del nostro tempo!), vivendo una sessualità libera, disinibita, lottando continuamente con la gelosia dei loro compagni di vita e di lotta. Sono donne che tanto nella vita politica, quanto in quella privata, affermano la propria autonomia, entrando spesso in rotta di collisione con i partiti di appartenenza.
Di Rosa Luxemburg si è messa subito in evidenza la sua diversità: una diversità innanzitutto fisica, data la sua malformazione alle anche che la portava a zoppicare; la sua diversità estetica: era solita tagliarsi i capelli da sola, con una certa grossolanità; la sua diversità politica che la porterà ad essere isolata all’interno della socialdemocrazia, di cui critica
aspramente il revisionismo e l’opportunismo politico. Comincerà ad occuparsi della questione femminile soltanto dopo la rottura con l’SPD e la formazione della Lega Spartachista, poi Partito Comunista Tedesco. Qui Luxemburg si sente in un ambiente meno ostile rispetto al partito socialdemocratico, in cui può essere libera di analizzare criticamente la questione, discernendo accuratamente e con rigore teorico, la propria riflessione dal femminismo borghese. In un discorso tenuto a Stoccarda nel 1912 in occasione del raduno delle donne socialiste, intitolato “Voto alle donne e lotta di classe”, Luxemburg sostiene che la questione del suffragio femminile non può essere considerata come un diritto formale e universale: le lavoratrici devono avere il diritto di voto, ma se questo non fosse al momento possibile, è meglio che nessuna donna goda di tale diritto. In altre parole, è inaccettabile, da un punto di vista marxista, sostenere un suffragio femminile su base censitaria: questo rafforzerebbe notevolmente la classe padronale. Inoltre, la questione del ruolo femminile nella politica e nella società non viene posta su una base idealistica – “è giusto che le donne partecipino alla vita politica perché ne hanno diritto in quanto donne” – ma su una base materialistica: le donne sono entrate in massa nella produzione capitalistica, il capitalismo le ha “strappate al focolare domestico”, e dunque, avendo il medesimo ruolo degli operai uomini all’interno dei rapporti di produzione, devono conseguentemente avere lo stesso ruolo politico  e il medesimo riconoscimento sociale. Non in quanto donne, ma in quanto componente massiccia e vitale del proletariato.

Anna Kuliscioff dedicò gran parte della sua militanza alla questione femminile. Le sue posizioni a riguardo furono dibattute sulle pagine della “Critica sociale”, rivista fondata da Kuliscioff e Turati, suo compagno di vita, oltre che di militanza. La polemica che intercorre tra questi due sulle pagine del giornale del Psi, ironicamente chiamata “la polemica in famiglia” è emblematica dell’atteggiamento dei partiti radicali e rivoluzionari nei confronti del femminismo, e della capacità di queste donne di tenere insieme la prospettiva marxista e la lotta per le donne, prospettive non sempre facilmente conciliabili. Anna Kuliscioff accusò il Psi di indifferenza nei confronti della questione del suffragio femminile: essendo ormai imminente il riconoscimento del suffragio universale maschile, il partito non voleva alzare la
posta in gioco rischiando di perdere tutto. A queste considerazioni strategiche, Kuliscioff ne oppone altre, altrettanto strategiche e concrete: innanzitutto, bisogno tener conto dell’ingresso massiccio delle donne nelle file del proletariato industriale; questo ingresso implica che le donne devono lottare per la propria emancipazione e che questa lotta è fondamentale per tutto il proletariato: se le donne si accontentano di un salario “integrativo” abbasseranno necessariamente il costo del lavoro e il potere contrattuale degli operai; infine mette in evidenza le forme concrete di partecipazione femminile, che si verificano a prescindere dal riconoscimento dei diritti, e che vanno dal volantinaggio alle sottoscrizioni. Nell’appello alle sartine di Corso Magenta, Kuliscioff invita all’organizzazione delle lavoratrici, alla lotta unita dell’intero proletariato, maschile e femminile, come condizione imprescindibile per la liberazione dalla schiavitù e dallo sfruttamento.

La conclusione che emerge da entrambe le relazioni riguarda l’eredità che queste donne ci consegnano, il bisogno di ricordarle. Non è un bisogno meramente commemorativo, un’esigenza di costruire monumenti in occasione del centesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. È piuttosto un’esigenza che si radica nel presente, che sorge dalle cose stesse: in un periodo di crisi economica riemerge l’importanza di analizzare le condizioni materiali ed economiche delle classi sociali subalterne. Diseguaglianza ed ingiustizia si riempiono di nuovi concreti significati che investono anche la riflessione sul ruolo delle donne nella società. La questione femminile non può essere disincarnata dal disagio economico, né può essere isolata dalla visione d’insieme che si ha della società e dalle lotte che si intendono avviare per cambiarla. In un tempo in cui il femminismo viene spesso usato come argomento politicamente corretto, strumentalizzato da forze politiche liberiste e/o razziste, donne come Luxemburg, Kuliscioff, Kollontaj e Zetkin ci insegnano che la liberazione delle donne è possibile solo all’interno di un’umanità liberata, di una società giusta.


mercoledì 22 marzo 2017

La nuova colonia, Luigi Pirandello


La nuova Colonia fu rappresentata per la prima volta al Teatro Argentina di Roma nel 1928. Un’opera che coniuga la narrazione mitica, biblica, con la tradizione realista siciliana di verghiana memoria,  che ci spinge ad una attenta riflessione sulla natura del potere, sulle dinamiche prevaricatorie che inevitabilmente sorgono all’interno di una comunità, sulla naturale brutalità e violenza degli esseri umani, scissi tra il desiderio di riscatto e la loro essenza intrinsecamente corruttiva.

Il primo atto si svolge in una taverna di “un paese meridionale”: un locale che si affaccia sul porto, meta di avventori  dalle facce consumate dalla vita dissoluta, fatta di espedienti, di violenza e furberie, necessarie per sopravvivere. Su questo scenario degradato si susseguono personaggi di dubbia moralità: una prostituta, La Spera, pirandellianamente acconciata, Tobba, un ex galeotto di tarda età, e poi una cricca di delinquenti, Currao, Osso-di-seppia, Fillicò, Burrania, Crocco ed altri. Si parla di un’isola, sede di un penitenziario ormai dismesso: Tobba descrive quest’isola come un Eden, ameno e incontaminato, rimpiangendo i tempi della sua permanenza in quel luogo. Ad ascoltarlo incantato un innocente giovanotto, Dorò, figlio di un notabile locale, Padron Nocio, il quale irrompe sulla scena per dissuadere suo figlio dal frequentare quel covo di corruzione e decadenza, invano. Tra un bicchiere di vino e un’imprecazione, tra una discussione accesa e una rissa, la combriccola giunge alla conclusione che in questa civiltà nessuno di loro potrà mai riscattarsi. Qualunque tentativo di redimersi è vano: se un delinquente è stato in galera, ne avrà sempre la puzza addosso, sarà sempre considerato un delinquente, perché questa è l’etichetta che la società ti ha affibbiato, questa è l’onta che non potrai mai cancellare; se una prostituta si spoglia del trucco eccessivo, del vestiario allusivo, gli altri la vedranno sempre volgarmente truccata e disinibita. Non c’è riscatto, quando negli altri vive l’immagine che ti condanna alla corruzione e all’emarginazione. La Spera allora fa una proposta: perché non andare tutti sull’isola per ricominciare? Perché non fondare una nuova civiltà che finalmente ci permetta di cambiare? Dopo alcune perplessità, dovute soprattutto al modo in cui recarsi sull’isola e al fatto che quel posto è destinato ad essere sommerso dal mare, decidono di partire. Una nuova colonia costituita da ex galeotti e da una prostituta che decidono di fuggire dalla civiltà che li ha impietosamente condannati.

Il secondo atto comincia con una discussione tra Crocco e Fillicò. La ciurma è approdata sull’isola, e bisogna stabilire dove ognuno di loro debba vivere e quale pezzo di terra debba lavorare. La discussione verte proprio su questo punto: entrambi hanno adocchiato la medesima abitazione diroccata e lo stesso pezzo di terra. Interviene nella disputa Currao, riconosciuto come capo e garante dell’ordine in quanto possiede l’unica donna della comunità, La Spera, la quale da prostituta  diventa la donna più desiderata, che si prende cura degli uomini, amata e  rispettata da tutti perché  compagna legittima di Currao. Questi propone di formare un tribunale che possa dirimere la controversia. Crocco reagisce con rabbia, non si è liberato da una legge per sottomettersi ad un’altra! Currao gli risponde che è necessaria una legge «che valga per te e per tutti allo stesso modo; legge tua e nostra, che ce la comandiamo noi stessi, perché l’abbiamo riconosciuta giusta; come la necessità ce l’ha insegnata: del lavoro che dobbiamo fare, tutti, ciascuno il suo, per darci aiuto a vicenda: tu questo, io quello, secondo le forze e le capacità. Non te l’impone nessuno. Tu stesso. Perché possa ricevere, in cambio di quello che dai». Crocco si rifuta di obbedire a questa legge condivisa, non riconosce il potere di Currao legittimo, perché il fondamento di questo potere si fonda su un privilegio, il possesso di una donna. Allora decide di andarsene, sottraendo alla comunità l’unica imbarcazione che permetteva loro di avere un contatto con il vecchio mondo.

Il terzo atto si apre con l’invasione dell’isola. Crocco ritorna accompagnato da Padron Nocio, che vuole portare il figlio con sé e da altri che vogliono entrare a far parte della nuova comunità. Questi portano donne e vino, voglia di far festa e corruzione. L’arrivo delle donne porta a due conseguenze fondamentali: la promiscuità sessuale, per cui, in assenza di una legge, le donne sono continuamente insidiate dagli uomini, trattate come oggetti di piacere, e la seconda, più importante, è il declino del ruolo della Spera. Questa ritorna ad essere la prostituta e l’emarginata che era sempre stata: gli uomini che l’avevano desiderata adesso la insultano e dileggiano, Currao la abbandona, desideroso di riprendersi il potere contraendo un nuovo “matrimonio” con la figlia di Padron Nocio, Mita. A difenderla resta solo l’innocente Dorò, a darle conforto il suo bambino. Tutto diventa corruzione, l’isola da luogo ameno di lavoro e collaborazione diventa una Sodoma di perdizione e anarchia: nessuno lavora, e la vecchia vita frugale è adesso scandita da orge dionisiache e da lotte per il potere. Crocco e i suoi amici elaborano un piano diabolico per evitare l’alleanza tra Currao e Padron Nocio: bisogna uccidere Dorò e far ricadere la colpa su Currao. Allora Padron Nocio sarà l’unico legittimato al potere, e Crocco e gli altri saranno le sue “guardie del corpo”, la forza armata che stabilirà la legge del più forte, alla quale lo stesso Nocio sarà assoggettato. Nell’intrigo viene coinvolta, con l’inganno, anche La Spera, che durante una grande festa in cui si celebrano dei finti matrimoni – volutamente ufficiosi – accuserà pubblicamente Currao di voler uccidere Dorò. L’ultima scena vede lo sciogliersi dell’intrigo: Currao dichiara la sua innocenza, ripudia La Spera e cerca di sottrarle il figlio. La prostituta scappa, correndo lungo la salita di un’altura. Gli altri restano in basso ad urlare ed imprecare, finché questa civiltà, appena nata e già corrotta, viene scossa da un violento terremoto e sprofonda in mare. Restano sulla  cima della montagna la reietta e il bambino: l’unica persona che era stata davvero in grado di cambiare, di redimersi, la sola che aveva servito la comunità con autentica passione e generosità, l’unica ad aver resistito alla corruzione del potere; e resta il futuro, un nuovo 
piccolo uomo che, da adulto, potrà fondare una società migliore.


E la terra veramente, come se il tremore del frenetico, disperato abbraccio della Madre si propagasse a lei, si mette a tremare. Il grido di terrore dalla folla con l’esclamazione “La terra! La terra” è ingoiato spaventosamente dal mare in cui l’isola sprofonda. Solo il punto più alto della prominenza rocciosa, dove La Spera s’è rifugiata col bambino, emerge come uno scoglio. 

lunedì 6 marzo 2017

Garanzia Giovani. La mia esperienza

Nella affannata ricerca di un impiego, mi sono imbattuta in una delle opportunità fornite dallo stato per conseguire questo nobile obiettivo. Il governo Renzi ha stanziato non so quanti milioni di euro per fornire ai giovani una rete burocratica di servizi che aiutano non soltanto nella ricerca di un lavoro, ma anche nella formazione di un profilo professionale spendibile nel mercato del lavoro. Questa rete si sviluppa attraverso diversi punti, in cui pubblico e privato collaborano al fine di occupare i giovani, di sottrarli a quella condizione di inattività che caratterizzerebbe la nostra generazione, affranta e sconsolata, senza valori, né prospettive, manipolo di semi-analfabeti che bivaccano tutto il giorno sui divani acquistati a rate, e con grandi sacrifici, dai nostri genitori.

Ebbene, cercherò di illustrarvi brevemente il percorso che ho affrontato, un’avventura che ha confermato, ahimè, molte delle ipotesi nate dalle mie estenuanti quanto vane riflessioni sul mondo del lavoro, sul senso del lavoro, sulla sua dignità e qualità nella società contemporanea.
Tutto comincia con una semplice iscrizione sul sito di Garanzia Giovani, iscrizione che consta di due tappe. Facile, basta un click! Dopodiché, bisogna attendere la telefonata dell’ufficio di collocamento del proprio comune di residenza, telefonata che avviene entro i 60 giorni dall’iscrizione. A questo punto, si può procedere con il primo colloquio tenuto dall’impiegato dell’ufficio: questo colloquio, della durata di circa due ore, prevede una prima  parte di spiegazione del servizio e una seconda di tipo burocratico. Bisogna compilare una serie di moduli on-line, registrarsi al portale del servizio regionale, e infine ti viene assegnato un indice di inoccupabilità, ossia, in base al tuo curriculum e al tuo percorso di studi, la Regione ti dice quanto sei inadatto al mondo del lavoro e, sulla base di questo indice, l’azienda che in futuro ti assumerà, potrà godere di tanti sgravi fiscali quanto più alto è il tuo indice. Un laureato in Filosofia, come me, ha l’indice di inoccupabilità massimo, ossia 4. Dopo il primo colloquio, bisogna scegliere sul portale regionale, un’agenzia privata alla quale aderire. Ogni agenzia ha la sua “Vetrina dei servizi”, in cui informa l’utente sui corsi di formazione e sui tirocini messi a disposizione. Ne ho scelta una, quella che mi sembrava più fornita di offerte di lavoro e di corsi di formazione. Non mi sarebbe mai più capitata la possibilità di frequentare corsi di lingua, di editoria, di grafica in modo completamente gratuito! Una volta aderito all’agenzia, questa ti chiama per “la presa in carico” – lo stato e i privati prendono il NEET dal suo bel divano e se lo caricano sulle spalle per gettarlo di peso nel mondo del lavoro – che prevede un breve colloquio con il direttore locale dell’agenzia. Nel mio caso, sono stata catapultata in una scuola di estetica, a parlare del mio futuro tra teste di manichini, specchi e parrucche. Segue, dopo qualche giorno, il colloquio con lo psicologo, della durata obbligatoria di due ore. Si parla di Emerson, della formazione del soggetto, del fatto che devo avere degli obiettivi ben precisi nella vita. Alla fine, si passa nuovamente dal direttore dell’agenzia, il quale – ma questo è il mio caso – mi propone un corso di due settimane di “Gestione delle risorse umane”.

-Ma io… Sarei maggiormente interessata a quell’altro corso… Questo non mi sembra…
-Eh no, signorina, quel corso non parte. Devono esserci almeno otto iscritti.
-Ma non potrebbe partire in un altro paese, magari nel capoluogo? Non potrei farlo lì?
-No, perché ogni centro si contende la realizzazione di un corso. Nessuno sarebbe disposto ad indirizzare i propri clienti verso un altro centro.
-E invece per i tirocini? Ho letto offerte interessanti nella vostra vetrina…
-Ma no, quelli sono solo codici. Noi non sappiamo quali aziende offrano questi tirocini. A volte capita che qualche azienda chiami…
-Va bene, la ringrazio.

Me ne vado, pensierosa… Il direttore mi telefona e mi chiede “Beh, che ha deciso?” ed io “Non mi interessa”. “Ma tanto, piuttosto che stare senza far nulla” -“Beh, questo corso non è ciò che cerco. La sua agenzia millanta offerte che non ci sono” -“È una sua opinione”.
Fine della mia esperienza.

Tanti filosofi hanno detto che la conoscenza comincia con l’esperienza, che l’esperienza è il modo più immediato, spontaneo e autentico di conoscere la realtà. Tanti hanno anche detto che l’esperienza senza l’intelletto, le induzioni razionali operate dalla ragione mediante la sua attività creativa ed immaginativa, sono cieche, anarchiche e insensate. Ho voluto fare di questo insensato spreco di energie un’esperienza. Ho voluto trarre delle conclusioni, o meglio, degli interrogativi e dei dubbi da quello che mi è capitato.

Ad una prima occhiata, il progetto Garanzia Giovani mi è sembrato un’opportunità. Ad una seconda mi è sembrato  insensato. Ad una terza mi è sembrato un’organizzazione scientifica che coordina pubblico e privato al fine di sussumere il lavoro ai rapporti di produzione capitalistici. Detto in parole povere, un modo per non pagare i giovani lavoratori e farli sentire comunque soddisfatti, fortunati, speranzosi, parte attiva della società e del mondo produttivo e, d’altro canto, far sentire tutti gli altri dei parassiti travolti dalla psicosi di corsi di formazione pubblici e privati, scrittura del curriculum, assertività e determinazione,  che costituiscono solo uno spreco delle migliori energie e di cui beneficiano soltanto le agenzie private che lucrano sul senso di inadeguatezza dei giovani e sulle inefficienze del sistema d’istruzione pubblico. Perché la mia banalissima conclusione è questa: chi trova lavoro con Garanzia Giovani lo avrebbe trovato comunque, ma sarebbe stato pagato con uno stipendio “normale”. Chi, invece, non ha i requisiti per inserirsi nel mercato del lavoro, ne resta escluso. Se l’offerta lavorativa è ingannevole, quella formativa è assolutamente inadeguata. Si propone una formazione standardizzata, un pacchetto che viene offerto ai giovani senza alcuna cura per il loro percorso di studi, di lavoro, di vita, che non entra minimamente in competizione con la formazione privata. Un giovane che non ha potuto studiare, un giovane che ha studiato filosofia hanno forse le stesse esigenze? Vogliono fare lo stesso mestiere?  Non sono interrogativi che ci si pone perché c’è la crisi e va bene qualsiasi mestiere. Dietro questa ideologia si nasconde ben altro: la possibilità per i privati di percepire soldi pubblici senza preoccuparsi dei servizi che vengono forniti. Un tale spreco di risorse pubbliche non può che preoccupare e rammaricare profondamente.
Chi sono i “giovani”? E quali “garanzie” dovrebbe fornire lo stato a queste persone? Qual è il significato di queste parole e quale ideologia supportano? Giovani è una definizione biologica, ma anche sociale: per lo stato si è giovani fino a 29 anni… Ai trenta scatta l’anzianità. Abbiamo forse problemi differenti rispetto a quelli nati nel 1987? E il gruppo che comprende i ragazzi dai 18 ai 29 anni è omogeneo? Qual è il minimo comune denominatore di questa compagine? Un laureato in Ingegneria, un diplomato, uno studente di un Università privata, un lavoratore precario non hanno le stesse esigenze a livello formativo, né possono inserirsi nel mondo del lavoro con le medesime modalità. Né affrontano lo stesso ordine di difficoltà nella ricerca di un lavoro. Ma per Garanzia Giovani siamo tutti uguali, tutti “sulla stessa barca”, ossia giovani che non hanno nessuna prospettiva nella vita, che non sanno quello che vogliono e che dunque possono essere spinti a fare qualsiasi cosa pur di alzarsi da quel maledetto divano.


Se le cose stanno così, io non sono giovane e non voglio garanzie. Non mi sento inattiva, né disperata né inadeguata. Se mi guardo attorno, vedo i miei coetanei lavorare, contribuire alle spese della famiglia – altro che mantenuti dai genitori! – studiare, pensare, sperare… Vedo intorno a me forze produttive non riconosciute, ignorate, irreggimentate in etichette ideologiche. Vedo le migliori menti della mia generazione relegate nel senso di inadeguatezza. Aspetto il momento in cui riusciremo a volgere lo sguardo verso l’esterno, riconoscendo quell’inadeguatezza non più dentro di noi, ma nel mondo che ci è stato consegnato. 
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