venerdì 12 giugno 2015

Petrolio, Pier Paolo Pasolini

Opera monumentale, geniale, purtroppo incompiuta a causa della morte dell’autore, assassinato nel 1975, Petrolio fu pubblicato postumo soltanto nel 1992 da Einaudi.
Il titolo rende subito l’idea del protagonista di questo romanzo: petrolio è il potere per antonomasia, simbolo totemico delle società a capitalismo avanzato. Protagonista non è l’individuo, ma il sistema, e il modo in cui il sistema forma gli individui, impregnandoli di sé, dilaniandoli con le contraddizioni che lo caratterizzano. Il potere che agisce attraverso l’imposizione di modelli omologati che opprimono la storia collettiva ed individuale delle classi subalterne, attraverso la violenza che uccide ogni voce contraria. Un potere che s’incarna in una classe borghese ipocrita che, nonostante apparentemente si divida in intellettuali illuminati, riformisti, catto-comunisti, e in conservatori o reazionari, si muove tutta quanta in un’unica direzione: la conquista e conservazione del potere con tutti i mezzi (infinitamente molteplici) che ha a disposizione.

La storia della borghesia, dal boom degli anni ’50 alle stragi di Stato degli anni ’70, è narrata attraverso le intricate vicende di Carlo, borghese di sinistra, cattolico, ingegnere avviato ad una brillante carriera nell’Eni. Dobbiamo subito dire però, che i protagonisti sono due: Carlo è un personaggio scisso in due “Carli”, che Pasolini chiama Carlo e Karl. All’inizio del romanzo, Carlo precipita dal terrazzino della sua casa, cadendo “come corpo morto cade”. Giungono a contendersi il suo corpo due “dèmoni” (i Demonî di Dostoevskij è centrale in questo romanzo, e spesso Pasolini ricalca quasi letteralmente personaggi e avvenimenti di quest’opera), Polis e Tetis, ognuno dei quali rivendica Carlo per sé. Polis rappresenta la parte “pubblica” di Carlo, la sua brillante carriera nell’Eni, la sua appartenenza alla più alta e più illuminata borghesia italiana, l’appropriatezza della condotta di Carlo nell'adeguarsi perfettamente e coscientemente ai meccanismi del potere al fine di conseguirlo. Mentre Tetis rappresenta la parte intima, oscura di Carlo, il suo “peso”, come lo definisce il demone. I due allora giungono ad un accordo: il corpo di Carlo sarà di Polis, ma il Peso sarà di Tetis, il quale estrae da Carlo un feto, dal quale si formerà Karl. D’ora in poi, i due Carlo s’incontreranno soltanto per pochi momenti a cena, per poi perdersi definitivamente.

Due Carlo, dunque: quello pubblico e quello privato. Quanto più morigerato è Carlo nella sua condotta pubblica, tanto più Karl è pronto a violare ogni tabù, ponendo al centro della sua vita il piacere sessuale, in tutte le sue forme: incesto, esibizionismo, masturbazione saranno le uniche attività della sua vita. Finché scoprirà l’amore omosessuale. La descrizione di questa scoperta è narrata attraverso un sogno: al risveglio, Karl avrà il sesso femminile. L’autore si serve spesso di sogni e “Visioni” (alcuni capitoli del romanzo hanno proprio questo titolo), per cercare di conferire universalità alla sua narrazione, per creare non una trama, ma una “forma”, come sostiene lo stesso Pasolini.

La forma assunta dal romanzo non è definitiva, non tanto per l’incompiutezza dell’opera, quanto per la complessità della materia che questo romanzo vuole “informare”. Ed è questo senso di cambiamento, di movimento, di non conclusività che, a mio avviso, Pasolini cerca di trasmetterci, raccontandoci poeticamente ciò che di più prosaico forse c’è al mondo, l’esercizio del potere.
Cerchiamo allora, per quanto sia possibile, di delineare i tratti fondamentali di questa forma: innanzitutto, la scissione. L’autore sostiene che questo non è un  romanzo sulla scissione, ma sull'identità, sulla sua ricerca e sul necessario fallimento di questa ricerca. L’identità è a sua volta una forma che non può essere definitiva, autarchica, sempre uguale a se stessa: il simbolo utilizzato è quello della sessualità. Questa dimensione esistenziale esprime la nostra natura “oceanica”, “liquida”: la vita sessuale è un flusso di energie, di desideri che cercano sempre sfoghi differenti. Non è riducibile alla dicotomia maschio/femmina, e questo è rappresentato dai frequenti cambiamenti di sesso vissuti da Carlo.

Inoltre, la nostra “Identità” è scissa almeno in due parti, quella pubblica e quella privata, in Carlo e Karl, le quali raramente s’incontrano, quasi mai si riconoscono l’una nell'altra.
L’identità è dunque condizionata dal sistema sociale in cui si vive, può essere perduta e cancellata dal Potere. È il caso dell’Identità del Popolo, nucleo fondamentale della poetica pasoliniana. Spesso Pasolini descrive il popolo come un’entità amena, povertà ridente, in cui armoniosamente convivono innocenza e delinquenza. Una visione delle borgate decisamente romantica, molto lontana da quella di Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola, che trovo decisamente più convincente, in quanto non cerca di ammantare d’incanto e di poesia una situazione degradante e inaccettabile, eticamente e politicamente.
Tuttavia, la critica di Pasolini al cambiamento del popolo delle borgate, in particolare dei giovani, non può essere rigettata in toto. In una serie di capitoli che descrivono una “visione” di Carlo, c’è una coppia di ragazzi, il Merda e la sua ragazza, che attraversano una serie di gironi, ognuno dei quali ha a capo un Totem, che simboleggia una peculiare caratteristica delle nuove generazioni popolari: l’abbigliamento, i capelli, la promiscuità sessuale, sono tutti segni di conformismo e di imitazione di modelli imposti dal potere che hanno completamente oppresso l’identità di queste classi subalterne.

«É la poetica dell’infelicità e della nevrosi in cui si dibattono, cercando di mettersi alla ricerca di quel “qualcosa” di colto e di rivoluzionario che vien messo loro a disposizione. Ricadono sulle loro teste i luoghi comuni, le certezze, i fanatismi, i ricatti morali, le presunzioni di un’ignoranza enormemente accresciuta da quel po’ di misero sapere acquisito.»

Ciò che l’autore sembra volerci dire è questo: quel poco di coscienza politica, o culturale, o sociale che lo sviluppo economico e i rivolgimenti del ’68 hanno portato alle giovani generazioni delle borgate romane, ha reso conformistica la classe sociale sottoproletaria. La sua propria identità, specifica, diversa, alternativa al sistema edonistico e consumistico, era l’unica possibilità per questi individui di avere una propria “coscienza di classe”, un senso chiaro, anche se poco distinto dal punto di vista razionale, del loro posto nella società. Questa finta coscienza emancipatrice ha eliminato ogni diversità: il conformismo “rivoluzionario” è tollerato e voluto dal potere, proprio perché innocuo e manipolabile. Una massa come quella popolare, che era rimasta tutto sommato impermeabile all’ideologia di “Rischiatutto”, diventa perfettamente gestibile attraverso la formazione dell’ “esercito del surf”, che Pasolini paragona al conformismo delle giovani SS. La critica che mi sentirei di avanzare a questa tesi riguarda non tanto le argomentazioni quanto il tono nostalgico, da “ricerca di un tempo perduto”: che una cultura conformistica non possa essere una base dalla quale sviluppare una coscienza rivoluzionaria è assolutamente condivisibile, ma che l’ignoranza e la miseria siano elementi costitutivi di un’identità anarchica rispetto al Potere e all'oppressione mi lascia abbastanza perplessa. Per come la vedo io, miseria e ignoranza sono già strumenti di oppressione. La questione è molto complessa, e Pasolini ha il merito di rendere conto di questa complessità, facendo riflettere in maniera profonda sul progresso, sul boom, sugli effetti del benessere, mostro bifronte, simbolo di libertà e allo stesso tempo di repressione.

Giulio Andreotti e Amintore Fanfani
La seconda parte del romanzo è decisamente più frammentata. Pasolini, nel suo progetto, aveva intenzione di porre in evidenza la stupidità, la bestialità del Potere, il quale, avendo completamente eliminato la coscienza rivoluzionaria attraverso un profondo condizionamento culturale, decide comunque di esercitare la repressione violenta. È la parte dedicata alle stragi di stato, alla strategia del terrore: Carlo si muove tra i resti di una stazione fatta esplodere dai fascisti, con il quale il potere borghese e illuminato ha deciso di allearsi. Il potere, per quanto sottile e “democratico”, ha sempre in sé un peso, una tentazione, che non è quella di Eros, ma di Thanatos.

Un romanzo profondo, complesso, che non assolve nessuno. La critica a volte si alleggerisce con l’ironia (ho riso di gusto mentre leggevo la parodia di un’intervista di Fanfani), investe un intero mondo, mettendone in discussione ogni aspetto, dal più apparentemente insignificante a quello più tragico, dal jeans a zampa alla strategia del terrore.

È stata aggiunta in appendice al romanzo una lettera scritta da Pasolini ad Alberto Moravia, di cui riporto le ultime righe, che ho trovato particolarmente significative:


«Questo romanzo non serve più molto alla mia vita (come sono i romanzi o le poesie che si scrivono da giovani), non è un proclama, ehi, uomini! io esisto, ma il preambolo di un testamento, la testimonianza di quel poco di sapere che uno ha accumulato, ed è completamente diverso da quello che egli si aspettava!»

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