venerdì 4 luglio 2014

"Giro di vita" di Alessio Rega

«E avevo come l'impressione di aver fatto un lungo giro, un giro di vita, ed essere tornato al punto di partenza. E invece no. Mi sbagliavo. Non ero mai tornato indietro, ero sempre andato avanti, ed ero arrivato alla fine del mio percorso

Figlio di divorziati, adolescente e primogenito, Gabriele vive una vita con tutti i problemi annessi e connessi alla sua condizione. Che è, detto per inciso, quella di un rampollo della piccola borghesia la cui unica preoccupazione è crogiolarsi nella tristezza (vuoi l'età, vuoi la madre che ha cacciato di casa il marito perché «insoddisfatta come donna» e ha trovato un nuovo compagno indigesto al ragazzo). Si sente «vuoto e pessimista, sfiduciato, al limite della depressione». Aggiunge, amareggiato: «Niente andava come volevo o come mi aspettavo». A qualche lettore sensibile verrebbe forse da pensare: "Oppoverino". A me no.
Praticamente ricco sfondato, senza un problema al mondo tranne un nuovo patrigno che gli sta sui cosiddetti, Gabriele è un personaggio che ritengo del tutto incapace di suscitare la minima simpatia. Nato comodo, vive comodo ed è per giunta esponente di una rara mediocrità. I suoi compagni di liceo decidono per l'autogestione e lui, nell'ordine:

  • sfotte: eh, ma pensate di risolvere i problemi manifestando? Molto più utile non far niente!
  • disprezza: ma tu guarda, quel rappresentante di istituto. Ricco sfondato (come lui stesso) ma che in più si permette di fare il comunista.
  • approfitta: uh, ma autogestione vuol dire che si salta il compito di matematica! Occupiamooooo!
  • si pente: la madre gli fa un bel cazziatone (fare un giorno di assenza per manifestare contro i tagli alla scuola è cosa infame e immorale, lo sanno tutti). E lui, con aria affranta, deve ammetterlo a sé stesso: sa di essersi comportato male.

Tutto ciò, naturalmente, dall'alto di una bandiera cubana con la faccia del Che appesa in cameretta. Ma per manifestare una rivoluzione sentimentale, che credete!
Insomma, il nostro protagonista è coinvolto in piccole attività politiche senza averne la minima cognizione. Legittimo: non tutti siamo dei teorici politici, degli ideologi o dei militanti. E per giunta... D'accordo, "sarà l'età". Un ragazzino (uhm, per riferirsi ad un minimo diciottenne che frequenta il quinto superiore si può usare il termine "ragazzino"?) ha ben altro a cui pensare, non si pretende che capisca qualcosa di quello che fa (pardon, di politica). Il problema è che la situazione resta del tutto inalterata col trascorrere degli anni. Praticamente alla vigilia dei trent'anni, il nostro protagonista gironzola per i corridoi dell'Ateneo di Bari, intravede il collettivo di Lettere e Filosofia ed ecco che parte l'omelia: quelli stanno lì solo a fumare marijuana, a ostentare le barbe lunghe e a professare la loro fede di conformismo.
Uhm.
Già, si sa che le associazioni studentesche (universitarie, ci tengo a sottolinearlo: parliamo di un'età in cui si presume che la gente abbia anche altro, in testa, oltre a fare comunella) non servono ad altro. I collettivi sono fumerie clandestine e i giovani comunisti, si sa, non sanno nulla né di marxismo, né di attualità, né di politica. Si riuniscono per non sentirsi soli.
Il tutto corredato dalla descrizione di una fantomatica scritta "Kollettivo" ad adornare la porta rossa. E io sono pronta a scommettere che un'insegna con la kappa il nostro protagonista non avrebbe potuto trovarla neanche al raduno nazionale dei bimbiminchia tredicenni e semianalfabeti.
Ma il nostro protagonista non è un superficiale, nemmeno da ragazzo. Ripeteva per gli esami di maturità con Chiara...
«Abbiamo iniziato a discutere di filosofia, a scambiarci impressioni sui grandi temi esistenziali, su quello che credevamo ci fosse dopo la morte, la speranza di un'altra vita, magari migliore e libera da compiti e interrogazioni e da professori frustrati e sadici.»
Chiedo scusa... ma a questo punto ho riso. Al bar davanti ad un crodino probabilmente si parla della logica aristotelica, della dialettica hegeliana, del metodo cartesiano. Perché i filosofi "si scambiano impressioni sui grandi temi esistenziali", e lo studente tra i due più bravo in filosofia ha davvero ben chiara la materia.

Comunque, non fossilizziamoci.
Adesso mi tirerò indietro, con il mio bagaglio di antipatia, e lascerò spazio ad un breve stralcio che possa fornire un saggio oggettivo della natura del protagonista.
Il suo amico gli suggerisce di fare come lui, trovare lavoro in un parco acquatico. E lui:

«"È troppo faticoso e non ho bisogno di soldi, non saprei come spenderli."
"Eccolo, il solito fighettino del cazzo [la voce della verità, NdR]! Quando parli così ti prenderei a calci in culo!"
"Non è colpa mia se mio padre ha un lavoro strapagato. Perché mai dovrei venire a rompermi la schiena con te? Lo sai che sono pigro!" gli ho risposto tra lo scocciato e il risentito.»

Quindi non è ironico, si risente pure.
Dovrei forse provare empatia per un cotale protagonista? Perché? Forse in nome di una qualche invidia sociale che mi spinga ad immedesimarmi con soddisfazione in lui? Non funziona assolutamente.
Mi direte: "Che lettrice superficiale! Non ha capito che Gabriele è in realtà un antieroe, e che l'intenzione dell'autore era fare una critica della piccola borghesia, di quel modello di vita e dello stesso protagonista".
No, ragazzi. Non so quali fossero le intenzioni dell'autore, ma se erano queste, il suo romanzo è un caso esemplare di eterogenesi dei fini. Se volete una critica della borghesia attraverso le vicende personali di giovani demotivati e sulla soglia di una depressione autodistruttiva dovete leggere "Gli indifferenti" di Moravia.
L'autore non prende le distanze dagli atteggiamenti adolescenziali del protagonista, non li mostra come una fase della crescita e della maturazione personale, tant'è che crescendo il nostro Gabriele si invischia sempre più profondamente in mostruosità e saccenterie ideologiche.
In ogni caso, il nostro giovincello (torniamo agli anni del liceo) vive una serie di difficili vicissitudini sentimentali, si deprime ancor di più e decide di scappare a Milano dal paparino. Piripicchio e piripacchio, si ritrova assunto, ammirato e ben pagato nella megaditta di cui il simpatico genitore è boss indiscusso. Nepotismo? Raccomandazione? Eh no. Gabriele se lo chiede, eh, se meriti il posto che ha ottenuto e la carriera folgorante che ha fatto a tempo di record, o se debba tutto al cognome che porta. Se lo chiede. Ma subito dopo si risponde: "Nooo, sono troppo bravo, merito tutto."
La cosa più bella è che il nostro giovane protagonista a Milano cerca di dimenticare la fanciulla che ha tormentato la sua adolescenza, quell'amore disperato che lo ha costretto alla fuga. Come? Copulando selvaggiamente con donne che volevano plasmarlo per «creare il prototipo del fidanzato ideale», altre che «ostentavano indipendenza e autonomia», altre «soft, per non dire frivole»... e poi, si sa, c'erano le «avventure di una notte».
Insomma, sembra che il nostro protagonista faccia scattare raptus erotici in tutte le donne che incontra, e sembra che tutte le esponenti del gentil sesso con cui fa il cascamorto ne siano entusiaste e cerchino subito di strapparglielo dai pantaloni. Tanto divertente.
Va beh, Gabriele torna a Bari e si trova ad affrontare il suo passato.
Sarò sincera: trovo molto bella questa idea del "giro di vita" (gioco di parole a parte). L'autore ha avuto una bella intuizione nel dare alla sua storia un andamento solo apparentemente circolare: il protagonista va e torna, con l'illusione di aver appunto compiuto un'andata e un ritorno, accorgendosi solo alla fine di avere percorso in realtà una linea retta. Il ritorno era una tappa fondamentale dell'andare avanti, che non ripristina il passato né lo modifica, ma fornisce solo l'imprescindibile momento dialettico dell'antitesi, in vista del futuro.
Sì, la geometria del racconto mi è piaciuta da subito e, non sembrandomi banale, mi ha fatto immediatamente ben sperare. Eppure, al di là di uno stile decisamente piano e fluido, senza arzigogoli né pretese stilistiche, fatico a trovare grandi pregi in "Giro di vita". Tolta l'idea del giro, appunto, e il "lieto fine" (nel senso del finale che mi dava maggiore soddisfazione tra i vari possibili), rimane una storia qualunque, raccontata in modo decisamente ordinario. Avrebbe potuto impreziosirla uno stile caratteristico, ma hanno prevalso un registro molto comune e una prosa andante. Non ho rinvenuto una costruzione psicologica particolarmente ricca o complessa dietro i personaggi, che sembrano i figurini amorfi dei libri di genere. Non ho rinvenuto neanche tesi che dessero al libro lo spessore di un romanzo-saggio (i pochi tentativi abbozzati in questa direzione, come ho mostrato in apertura, si risolvono in vaghezze qualunquiste e teratologie ideologiche).
Un romanzo qualunque, insomma, che non ho particolarmente apprezzato. Ma occorre ricordare che si tratta di un romanzo di esordio, senza velleità o presunzioni, e che il nostro Rega può senza dubbio migliorare (come il mio carattere e la mia pignoleria). Non senza ottimismo, aspettiamo di leggere la sua prossima fatica.

2 commenti:

  1. La nostra Bulma è in vena di critiche spietate (ma costruttive e divertenti)! Brava!

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  2. Da una che scrive "sé stesso" così, che recensione ci si può aspettare. Hai tirato fuori Gli Indifferenti di Moravia per far vedere che lo hai letto. Saccente!

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