giovedì 10 luglio 2014

"Moleskipersi" di Bronski

Moleskipersi sono tutti quei “pensieri persi non si sa quando e neppure dove, incapaci di essere ripensati da chiunque in qualsiasi angolo della terra, mai più”, scrive l’autore nella dedica. I versi sono, quindi, pennellate fugaci, immagini ad intermittenza, gesti indescrivibili. La carta li trattiene, li fissa, li intrappola nel giogo dell'eternità. E non sono più moleski-persi. Le pagine senza numeri (l'assenza di numeri sarà voluta?) scorrono sotto il segno di un filo rosso, quello di una critica spietata nei confronti di una società decadente che puzza di marcio. La rabbia, mascherata ora da nichilismo (“Prepara il piano B perché può darsi / che per qualche tuo compleanno / nessuno ti chiami.” – da "Piano B"), ora da misantropia (“Mi basta una parola, un gesto, un segnale non convenzionale. / Vi prego ditemi che c’è ancora qualcuno che non è uguale / a tutto là fuori…” – da "Nonluoghi"), ora da antiborghesia (“Anni che modificano il pensiero di rivoluzionari cheguevara / in abili pensatori manichei neo capitalistici…” – da "Tra un anno e l’altro"), sembra permeare l’intera raccolta, nella misura in cui il poeta si pone non al di sopra di tutti gli altri (cosa che potrebbe venire in mente ad un lettore poco attento), ma, con grande intelligenza, in una posizione intermedia, la posizione di colui il quale conosce la vita e ne parla, non lasciandosi trascinare dal pessimismo cosmico, ma cogliendo un bagliore di luce. La scrittura, infatti, esorcizza il dramma di una società che tende a incurvarsi su se stessa, come lo spazio-tempo. Ed ecco che la penna ferisce più della spada. No, non “è solo carta”. Quella di Bronski (chiaramente uno pseudonimo) sembra materializzarsi sulla carta come immagini di concetti inafferrabili alla mente umana. Il lettore si illumina: ha visto una verità che prima era un vedo-non vedo di turpitudini e inettitudini. Non si può essere indifferenti. Il disvelamento avviene tramite un’ironia amara che vede gli individui deformarsi: ecco quello che sono veramente. Esseri deformi. Ma, in fondo, "'a morte 'o ssaje ched''e?...è una livella" (come scriveva Totò nella sua celebre poesia) che uniforma belli e brutti, ricchi e poveri, buoni e cattivi. 

FASCINOSI E SINISTRI

Fascinosi e sinistri giorni.
Fascinosi e sinistri volti.

Ti hanno licenziato
fascinosi e sinistri superiori
subalterni a qualcun altro.

Che a sua volta verrà licenziato e
per lui si prospetteranno
fascinosi e sinistri momenti.

Chi c’è all’apice,
Chi è il grande burattinaio?

Chi è il fascinoso e sinistro
caput mundi plenipotenziario?

Un fascinoso e sinistro imbecille.
Sicuramente figlio di un fascinoso e sinistro
figlio di puttana che ha raggiunto la cima
non facendosi scrupoli di niente e di nessuno.

E il figlio è lì che si specchia…
Ma quanto sono fascinoso…
Ma quanto sono sinistro…
Ho il controllo di tutto…
Sono plenipotenziario…

Poi un giorno lo troveranno morto,
morto in un modo né fascinoso né sinistro.
Solo morto.
Come i morti.

Poeta e musicista (per chi non l'avesse ancora capito Bronski è un bluesman, bassista e chitarrista in una band molto conosciuta) si fondono, rappresentati ora dalla sensibilità ora dalla musicalità del ritmo veloce, a tratti martellante del verso libero. Il filosofo agisce come il subinconscio: è una presenza-assenza, ma il lettore lo percepisce assieme agli influssi di Bukowski, De Andrè, Ginsberg. La società risulta smascherata, scarnificata, ridipinta. 

Non preoccuparti se per tutta la vita hai scelto la forma,
l’eleganza, il bon ton, il cercare di apparire in ordine e l’andare
d’accordo con tutti…
Non uscirai in ordine da quella porta.
È troppo stretta.
(da “Com’è stupido andarsene”)

Ecco che la finzione diventa realtà e “il vento continua a soffiare, / il cielo a schiarirsi e ad annuvolarsi / e tu…? // E tu non sei un cazzo.” (da “Fiction”). Anche l’amore è sempre un disamore, una nostalgia, un ricordo fugace, una passione cruda, una disillusione, una incomunicabilità, un senso unico alternato.

Forse stai parlando sottovoce…
O forse è troppo il rumore intorno.
Non ti sento.

(da “Basso profilo”)

Il ravvedimento e il disincanto, eccoli qui i temi portanti! Il poeta scrive perché ha aperto gli occhi, il suo corpo ha rigettato l'invasione della società, la scrittura lo libera e ci libera. Questa poesia ci porta dove tutto sembra riunirsi e staccarsi, perentoriamente; siamo sul filo del rasoio, ma noi viviamo beati nel crogiuolo delle nostre vite, ignari di tutto fino a quando qualcuno ci tira fuori dall'ovattamento. Tutto d'un tratto respiriamo. 
E ci sembra di capire perché la musica oggi fa schifo, perché un musicista non può vivere di musica, perché un laureato in gamba non riesce a fare carriera, perché le piazze sono piene di anziani che parlano ancora di fascismo, perché in centro non c'è mai posto e i pomeriggi d'estate fa caldo. 
Bisogna leggere questa raccolta tutta d'un fiato: strapperà un sorriso anche ai più compositi. 
Noi speriamo, dalla nostra, di leggere presto altre poesie di Bronski. 

venerdì 4 luglio 2014

"Incubi dal nuovo millennio" di Aaron Scott

Al suo esordio nel 2010 con la raccolta "Racconti oscuri", Aaron Scott riuscì a trasformarmi in una sua aficionada grazie alla miscela infame di quotidianità e orrore, capace di fare un'ottima presa sull'immaginazione e di inquietare quanto basta. Aspettavo gli "Incubi dal Nuovo Millennio", curiosa di cogliere sviluppi e maturazione del giovane novelliere meneghino che, con uno stile piano e quasi cronachistico, snocciola tanto bene i suoi piccoli orrori.
La prosa è rimasta piuttosto omogenea alle produzioni precedenti: spontanea e serrata, senza rallentamenti psicologistici o pesanti descrizioni, una mano pressoché "invisibile" nella nuda esposizione dei fatti e degli incubi, senza velleitarismi letterari a intorbidire il genere.
Un'evoluzione c'è stata rispetto alla raccolta d'esordio, ed è rappresentata dall'abbandono della "gratuità" dell'orrore. Se i "Racconti Oscuri" erano piccole isole di paura, sciolte e come galleggianti in un'atmosfera onirica, gli "Incubi dal Nuovo Millennio" sono chiaramente riferiti alla realtà. Fedele al proposito di mescolare horror e noir, Aaron Scott ha infatti sistematizzato la tendenza in un abbinamento preciso: incubo e cronaca. I dieci nuovi racconti hanno una filigrana di attualità e cronaca nera che li colloca precisamente nel tempo e nello spazio: abbiamo riferimenti alla caduta delle Torri Gemelle, alla strage di Erba, a quella di Novi Ligure, all'omicidio di Meredith Kercher. Il rischio che i riferimenti espliciti scivolassero nel cattivo gusto era alto, e che gli "Incubi" finissero con l'impantanarsi nel diffuso vizio dello sciacallaggio mediatico sulle sciagure altrettanto. Eppure, l'intenzione dichiarata di Aaron Scott è quella opposta: denunciare una realtà spesso più terrificante della finzione, per il puro dato di essere appunto reale, e non solo il parto immaginario di un novelliere sadico.
L'acquisto della seconda raccolta rispetto alla precedente, dunque, è la nuova componente di "denuncia" sociale. La mancata sensibilità verso i "diversi", l'impune volontà di fare il male, l'omissione di un soccorso e perfino la pedofilia, sono temi sfiorati da Aaron Scott senza sussiego né intenti moralizzatori, ma solo con la volontà leggera di abbinare i primi dieci anni del millennio a dieci orrori, un po' per rendere la fantasia più verosimile, un po' per far finta che la realtà sia un brutto sogno.
Dieci racconti davvero brevi, bocconcini di amarezza e incredulità.

La copertina dell'ebook, disponibile anche in versione cartacea.

"Giro di vita" di Alessio Rega

«E avevo come l'impressione di aver fatto un lungo giro, un giro di vita, ed essere tornato al punto di partenza. E invece no. Mi sbagliavo. Non ero mai tornato indietro, ero sempre andato avanti, ed ero arrivato alla fine del mio percorso

Figlio di divorziati, adolescente e primogenito, Gabriele vive una vita con tutti i problemi annessi e connessi alla sua condizione. Che è, detto per inciso, quella di un rampollo della piccola borghesia la cui unica preoccupazione è crogiolarsi nella tristezza (vuoi l'età, vuoi la madre che ha cacciato di casa il marito perché «insoddisfatta come donna» e ha trovato un nuovo compagno indigesto al ragazzo). Si sente «vuoto e pessimista, sfiduciato, al limite della depressione». Aggiunge, amareggiato: «Niente andava come volevo o come mi aspettavo». A qualche lettore sensibile verrebbe forse da pensare: "Oppoverino". A me no.
Praticamente ricco sfondato, senza un problema al mondo tranne un nuovo patrigno che gli sta sui cosiddetti, Gabriele è un personaggio che ritengo del tutto incapace di suscitare la minima simpatia. Nato comodo, vive comodo ed è per giunta esponente di una rara mediocrità. I suoi compagni di liceo decidono per l'autogestione e lui, nell'ordine:

  • sfotte: eh, ma pensate di risolvere i problemi manifestando? Molto più utile non far niente!
  • disprezza: ma tu guarda, quel rappresentante di istituto. Ricco sfondato (come lui stesso) ma che in più si permette di fare il comunista.
  • approfitta: uh, ma autogestione vuol dire che si salta il compito di matematica! Occupiamooooo!
  • si pente: la madre gli fa un bel cazziatone (fare un giorno di assenza per manifestare contro i tagli alla scuola è cosa infame e immorale, lo sanno tutti). E lui, con aria affranta, deve ammetterlo a sé stesso: sa di essersi comportato male.

Tutto ciò, naturalmente, dall'alto di una bandiera cubana con la faccia del Che appesa in cameretta. Ma per manifestare una rivoluzione sentimentale, che credete!
Insomma, il nostro protagonista è coinvolto in piccole attività politiche senza averne la minima cognizione. Legittimo: non tutti siamo dei teorici politici, degli ideologi o dei militanti. E per giunta... D'accordo, "sarà l'età". Un ragazzino (uhm, per riferirsi ad un minimo diciottenne che frequenta il quinto superiore si può usare il termine "ragazzino"?) ha ben altro a cui pensare, non si pretende che capisca qualcosa di quello che fa (pardon, di politica). Il problema è che la situazione resta del tutto inalterata col trascorrere degli anni. Praticamente alla vigilia dei trent'anni, il nostro protagonista gironzola per i corridoi dell'Ateneo di Bari, intravede il collettivo di Lettere e Filosofia ed ecco che parte l'omelia: quelli stanno lì solo a fumare marijuana, a ostentare le barbe lunghe e a professare la loro fede di conformismo.
Uhm.
Già, si sa che le associazioni studentesche (universitarie, ci tengo a sottolinearlo: parliamo di un'età in cui si presume che la gente abbia anche altro, in testa, oltre a fare comunella) non servono ad altro. I collettivi sono fumerie clandestine e i giovani comunisti, si sa, non sanno nulla né di marxismo, né di attualità, né di politica. Si riuniscono per non sentirsi soli.
Il tutto corredato dalla descrizione di una fantomatica scritta "Kollettivo" ad adornare la porta rossa. E io sono pronta a scommettere che un'insegna con la kappa il nostro protagonista non avrebbe potuto trovarla neanche al raduno nazionale dei bimbiminchia tredicenni e semianalfabeti.
Ma il nostro protagonista non è un superficiale, nemmeno da ragazzo. Ripeteva per gli esami di maturità con Chiara...
«Abbiamo iniziato a discutere di filosofia, a scambiarci impressioni sui grandi temi esistenziali, su quello che credevamo ci fosse dopo la morte, la speranza di un'altra vita, magari migliore e libera da compiti e interrogazioni e da professori frustrati e sadici.»
Chiedo scusa... ma a questo punto ho riso. Al bar davanti ad un crodino probabilmente si parla della logica aristotelica, della dialettica hegeliana, del metodo cartesiano. Perché i filosofi "si scambiano impressioni sui grandi temi esistenziali", e lo studente tra i due più bravo in filosofia ha davvero ben chiara la materia.

Comunque, non fossilizziamoci.
Adesso mi tirerò indietro, con il mio bagaglio di antipatia, e lascerò spazio ad un breve stralcio che possa fornire un saggio oggettivo della natura del protagonista.
Il suo amico gli suggerisce di fare come lui, trovare lavoro in un parco acquatico. E lui:

«"È troppo faticoso e non ho bisogno di soldi, non saprei come spenderli."
"Eccolo, il solito fighettino del cazzo [la voce della verità, NdR]! Quando parli così ti prenderei a calci in culo!"
"Non è colpa mia se mio padre ha un lavoro strapagato. Perché mai dovrei venire a rompermi la schiena con te? Lo sai che sono pigro!" gli ho risposto tra lo scocciato e il risentito.»

Quindi non è ironico, si risente pure.
Dovrei forse provare empatia per un cotale protagonista? Perché? Forse in nome di una qualche invidia sociale che mi spinga ad immedesimarmi con soddisfazione in lui? Non funziona assolutamente.
Mi direte: "Che lettrice superficiale! Non ha capito che Gabriele è in realtà un antieroe, e che l'intenzione dell'autore era fare una critica della piccola borghesia, di quel modello di vita e dello stesso protagonista".
No, ragazzi. Non so quali fossero le intenzioni dell'autore, ma se erano queste, il suo romanzo è un caso esemplare di eterogenesi dei fini. Se volete una critica della borghesia attraverso le vicende personali di giovani demotivati e sulla soglia di una depressione autodistruttiva dovete leggere "Gli indifferenti" di Moravia.
L'autore non prende le distanze dagli atteggiamenti adolescenziali del protagonista, non li mostra come una fase della crescita e della maturazione personale, tant'è che crescendo il nostro Gabriele si invischia sempre più profondamente in mostruosità e saccenterie ideologiche.
In ogni caso, il nostro giovincello (torniamo agli anni del liceo) vive una serie di difficili vicissitudini sentimentali, si deprime ancor di più e decide di scappare a Milano dal paparino. Piripicchio e piripacchio, si ritrova assunto, ammirato e ben pagato nella megaditta di cui il simpatico genitore è boss indiscusso. Nepotismo? Raccomandazione? Eh no. Gabriele se lo chiede, eh, se meriti il posto che ha ottenuto e la carriera folgorante che ha fatto a tempo di record, o se debba tutto al cognome che porta. Se lo chiede. Ma subito dopo si risponde: "Nooo, sono troppo bravo, merito tutto."
La cosa più bella è che il nostro giovane protagonista a Milano cerca di dimenticare la fanciulla che ha tormentato la sua adolescenza, quell'amore disperato che lo ha costretto alla fuga. Come? Copulando selvaggiamente con donne che volevano plasmarlo per «creare il prototipo del fidanzato ideale», altre che «ostentavano indipendenza e autonomia», altre «soft, per non dire frivole»... e poi, si sa, c'erano le «avventure di una notte».
Insomma, sembra che il nostro protagonista faccia scattare raptus erotici in tutte le donne che incontra, e sembra che tutte le esponenti del gentil sesso con cui fa il cascamorto ne siano entusiaste e cerchino subito di strapparglielo dai pantaloni. Tanto divertente.
Va beh, Gabriele torna a Bari e si trova ad affrontare il suo passato.
Sarò sincera: trovo molto bella questa idea del "giro di vita" (gioco di parole a parte). L'autore ha avuto una bella intuizione nel dare alla sua storia un andamento solo apparentemente circolare: il protagonista va e torna, con l'illusione di aver appunto compiuto un'andata e un ritorno, accorgendosi solo alla fine di avere percorso in realtà una linea retta. Il ritorno era una tappa fondamentale dell'andare avanti, che non ripristina il passato né lo modifica, ma fornisce solo l'imprescindibile momento dialettico dell'antitesi, in vista del futuro.
Sì, la geometria del racconto mi è piaciuta da subito e, non sembrandomi banale, mi ha fatto immediatamente ben sperare. Eppure, al di là di uno stile decisamente piano e fluido, senza arzigogoli né pretese stilistiche, fatico a trovare grandi pregi in "Giro di vita". Tolta l'idea del giro, appunto, e il "lieto fine" (nel senso del finale che mi dava maggiore soddisfazione tra i vari possibili), rimane una storia qualunque, raccontata in modo decisamente ordinario. Avrebbe potuto impreziosirla uno stile caratteristico, ma hanno prevalso un registro molto comune e una prosa andante. Non ho rinvenuto una costruzione psicologica particolarmente ricca o complessa dietro i personaggi, che sembrano i figurini amorfi dei libri di genere. Non ho rinvenuto neanche tesi che dessero al libro lo spessore di un romanzo-saggio (i pochi tentativi abbozzati in questa direzione, come ho mostrato in apertura, si risolvono in vaghezze qualunquiste e teratologie ideologiche).
Un romanzo qualunque, insomma, che non ho particolarmente apprezzato. Ma occorre ricordare che si tratta di un romanzo di esordio, senza velleità o presunzioni, e che il nostro Rega può senza dubbio migliorare (come il mio carattere e la mia pignoleria). Non senza ottimismo, aspettiamo di leggere la sua prossima fatica.
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