domenica 2 febbraio 2014

"Povera gente" di Fëdor Dostoevskij


«Proprio presso una palizzata c'era un tale in disparte e supplicava, dicendo: "Dammi mezza kopeka, signore, per l'amor di Cristo," e con voce tanto aspra, rozza, che mi ha scosso per un certo senso di paura, ma non ho dato la mezza kopeka: non l'avevo. Per di più alla gente ricca non piace che i poveri si lamentino ad alta voce della magra sorte: molestano, sono importuni. Sì, la povertà è sempre importuna: i gemiti degli affamati, certo, disturbano il sonno del ricco!»

Con "Povera gente", il giovane Dostoevskij si affaccia per la prima volta sulla scena letteraria pietroburghese, sollevando un clamore e un successo che sorprendono lui stesso per primo. Animato da una segreta passione per la letteratura e soprattutto per il teatro, il venticinquenne studente di ingegneria dedica parte delle sue notti e tutto il suo tempo libero alla stesura di un romanzo epistolare. La sua opera prima vede la luce dopo nove mesi di gestazione. Senza troppa fiducia nella clemenza dei critici e senza osare sperare nel successo, Dostoevskij porta il manoscritto al poeta Nikolaj Nekrasov e glielo lascia con poche parole. Teme il giudizio del letterato, lo aspetta nervosamente, e tutto si aspetta fuorché di ricevere visite alle quattro del mattino seguente: appena finito di leggere il manoscritto, Nekrasov si precipita a casa sua quasi con le lacrime agli occhi. Giudica il romanzo epistolare un capolavoro. «È apparso un nuovo Gogol'!» sono le parole con cui lo stesso Nekrasov accompagna il manoscritto al momento di sottoporlo a Belinskij, il critico più temuto da Dostoevskij che lo immagina «minaccioso e terribile».
Il manoscritto viene accolto con il massimo dell'entusiasmo dal temuto Belinskij, e per la

sua approvazione (come per i suoi contenuti) incontra immediatamente l'opposizione dei critici e dei lettori reazionari. La storia, semplice e quotidiana, abita la Pietroburgo degli impiegati e degli affittacamere, delle cucitrici e dei mendicanti: la Pietroburgo della povera gente. Makar Djevuskin e Varvara Dobrosjelova, la sua giovane protetta, attraverso un fitto scambio epistolare raccontano di due processi. Il primo, forse ricettacolo di qualche riflesso autobiografico, è quello che vorrebbe fare di Makar uno scrittore: l'uomo nutre questa intima ambizione ma è consapevole dei suoi limiti, in particolare della sua ignoranza. Frequenta il salotto letterario di Ratazjajev, un imbecille borioso del tutto ignaro di cosa sia la buona letteratura, ma che Makar nella sua umiltà vede come un vate, come un grandissimo artista degno di ammirazione, tanto più che gli permette di arrotondare facendolo lavorare presso di sé come copista. Nel corso del romanzo, anche attraverso i giudizi e le letture suggerite dalla più colta Varvara, Makar cerca di nutrire la sua ambizione, confidandola alla giovane, scrivendo un po'. L'indice costante del tragitto percorso è lo stile delle lettere, banale e prolisso al principio, sempre più sofisticato e retorico fino al finale: punteggiatura di tutto l'epistolario, autentica ossessione di Makar e luogo comune della sua espressione, è proprio quel suo desiderio di «formarsi uno stile».
L'altro processo descritto dall'epistolario, è quello veicolato da speranza e fede, che dovrebbe portare (e parzialmente porta) i due protagonisti dal loro stato miserando ad un lieto fino di agiatezza. Il desiderio di riscatto sociale, per sé e per gli altri, permea tutto il romanzo e manifesta quell'inclinazione sovversiva e socialista che porterà Dostoevskij alla condanna a morte, poi commutata in deportazione in Siberia e lavori forzati, solo tre anni più tardi.
L'attenzione per la miseria umana, per la degradazione umiliante del ceto impiegatizio più misero, attraverso il filtro impagabile del talento di Dostoevskij ci regala pagine struggenti, "patetiche" nel senso più puro ed elogiativo del termine: la povertà e l'ingiustizia sociale, la riflessione su quest'ultima, il sentimento vivo della propria oppressione e umiliazione sono i punti a giorno di un tessuto vivo e commovente.
Il parallelo e il contrasto con Gogol' sorgono spontanei. L'impiegato vessato e miserando de "Il cappotto", Akakij Akakievič, beve l'amaro calice della povertà fino alla feccia e per lui non c'è alcun lieto fine, né potrebbe esserci. Makar, che su suggerimento di Varvara legge i racconti di Gogol', si lamenta appunto di questo, di quanto profondamente ingiusto sia che quel personaggio sfortunato sia perseguitato dalla miseria fino all'ultimo. È una questione di speculare simmetria, allora, l'incontro con Sua Eccellenza (la famosa "scena del bottone"), che ribalta gli esiti e le emozioni dell'incontro col Personaggio Importante che infligge l'ennesima umiliazione ad Akakij Akakievič.
Il lieto fine è in parte riconfermato e in parte negato da quanto accade a Varvara: insidiata da un giovane insopportabile ma molto ricco, finisce col concedergli il proprio affetto e la propria mano. Makar resta privato del suo rapporto umano più prezioso, del suo «passerottino»: Varvara smette finalmente di patire le ristrettezze della sua condizione (buon per lei che ha il suo happy ending quasi fiabesco), ma il protagonista rimane immiserito anche di quella sua ultima ricchezza, l'amore per Varvara.

L'unica cosa di cui si avverte fortemente la mancanza, è quello stile meravigliosamente dostoevskijano che possiamo apprezzare nelle opere più tarde, benché in un romanzo epistolare tale mancanza sia necessaria e imprescindibile: l'autore stesso osserva in una lettera come abbia dovuto annullare completamente ogni traccia di sé e del proprio modo di scrivere, delegando ogni espressione agli stili dei personaggi. Tale annullamento è peraltro ottimamente riuscito.
Opera prima curatissima, "Povera gente" contiene in nuce alcuni temi della maturità e preannuncia i capolavori futuri con delicatezza e profondità di sguardo.


«Lì, in qualche angolo fumoso, in qualche canile umido, che per necessità è tenuto alla stregua di un alloggio, un artigiano si è destato dal sonno; e nel sonno, parlando figuratamente, per tutta la notte ha sognato gli stivali che ieri ha rotto senza rimedio, proprio come se un uomo debba sognare una porcheria simile! [...] Proprio qui, in questa stessa casa, a un piano superiore o inferiore, in camere dorate, anche un ricchissimo personaggio, forse, di notte, sogna sempre gli stessi stivali, cioè, stivali di un'altra qualità, di un altro modello, ma nondimeno stivali, poiché nella mia idea qui sottintesa, noi tutti siamo un po' calzolai, cara. Anche questo non sarebbe niente, ma soltanto è vergogna che, accanto a questo ricchissimo personaggio non ci sia un uomo che gli mormori all'orecchio: "Basta, insomma, pensare a una cosa simile, pensare unicamente a te stesso, vivere soltanto per te stesso; tu, dunque, non sei un calzolaio, e i tuoi figli sono sani, tua moglie non chiede pane, guardati intorno, non vedi forse per le tue preoccupazioni un oggetto più nobile dei tuoi stivali?"»

7 commenti:

  1. Anch'io devo spulciare questo blog con la dovuta calma, ma, ritenendolo interessante "a pelle", mi ero già iscritto tempo fa! Date un'occhiata ai lettori vaganti! :)

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    1. Ciao, eccoti! :-) Ci fa piacere fare una buona impressione "a pelle"... speriamo di reggere un'analisi più approfondita!

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  2. Dostoevksij è sublime. Immensamente il più russo tra gli scrittori russi.

    G.

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    1. La sublimità di zio Fëdor non è discutibile :-)

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  3. Grazie delle cose che scrivi. Mi sono avvicinato solo adesso, a 52 anni, alla lettura di Dosto e ho proprio iniziato con Povera gente. Terrò d'occhio il tuo blog.

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  4. Ciao Enrico! Grazie e benvenuto su Caratteri Vaganti!

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  5. Libro bellissimo un po pesante :)

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