mercoledì 4 dicembre 2013

"Terroristi brava gente" di Sergio Lambiase



«In realtà Napoli sprofondava in un universale bordello, dal punto di vista politico-ideologico voglio dire, colmo di "cani sciolti" e guru e intellettuali schizzinosi con la puzza al naso e compagni-compagni pronti a tapparti la bocca con l'ipse dixit marx-engels-maotzetunghista, ma ci sciacquavamo la bocca anche con i Dannati della terra di Fanon ovvero con il fanon-terzomondismo di seconda e terza mano, perché chi mai era stato in Africa o in Sudamerica e gli unici viaggi erano oltrecortina a inseguire fiche rumene sulla spiaggia di Mamaia o passeggiare spaesati sui viali sesquipedali di berlino-Est tra i monumentoni al milite ignoto sovietico e colonne interminabili di camion militari con annoiati gendarmi a tutela delle conquiste del socialismo.»

Tra una sezione del MSI incendiata e la stampa di volantini inneggianti alla trasformazione della "classe in sé" in "classe per sè", Febo e gli altri giovani protagonisti si muovono in un Vomero che è «un concentrato di noia mortale». Siamo nel 1973 e ad un diffuso fervore rivoluzionario si accompagna una rara idiozia. Almeno nel vangelo degli anni di piombo secondo Lambiase.
"Terroristi brava gente" è una lettura quanto mai scorrevole, suggellata da un titolo simpatico e perfetto, che credo voglia offrire una visione disimpegnata, leggera e probabilmente comica della Napoli degli anni di piombo. Febo e i suoi compagni sono dei militanti che ammettono senza problemi: «facevamo politica - "militanza" - ma cercavamo anche di spassarcela», tra frequenti puntate in pizzeria, insulti più o meno gratuiti alla volta dei revisionisti, abbondanti sproloqui pseudo-ideologici e qualche ardita capatina nel regno della «dialettica 'e chi t'è mmuorto!».
La vita del militante che prende a sprangate i fascisti è interessante ma non troppo, così Febo annota: «ci stava stretto ormai il palindromico Potop, mentre i marxisti-leninisti irreggimentati, piagnoni, seriosi, maestri di conformismo si accanivano a vivere la loro vita severa, spartana, sparagnina, accontentandosi di rituali che erano la caricatura dei protocolli dei bolscevichi del 1917». L'unica alternativa capace di soddisfare la brama rivoluzionaria dei giovani protagonisti sembra quella estrema: darsi alla vita clandestina. Procurarsi armi ed esplosivo, imparare ad usarli, affittare piccoli covi in cui nasconderli, organizzare turni di guardia e deflagrazioni, fino a darsi ai sequestri per finanziare l'attività rivoluzionaria: Lambiase racconta disinvoltamente e con toni da commedia le avventure degli improvvisati terroristi fino al tragicomico epilogo, punteggiando la narrazione con dritte rivolte ai rivoluzionari di domani.

«(Avviso ai terroristi che verranno: l'eversione è taglio dei tempi, insofferenza verso gli indugi, sogno concitato sul far dell'alba. Non dite mai a voi stessi: "Crai crai. Lo farò domani".)»

Demenziale quanto basta e brillante, lo spezzettato vademecum per aspiranti eversori è l'elemento meglio riuscito del libro, nonché l'unico che io abbia trovato autenticamente divertente. Quanto al resto, devo ammettere di avere trovato "Terroristi brava gente" imbarazzante, quando non apertamente irritante. Il fine dell'autore credo fosse semplicemente narrare una storia senza pretese, colpendo con l'accuratezza della documentazione, con la ricostruzione puntuale del gergo e della retorica che ricalcano perfettamente i comunicati delle BR, strappando magari qualche risata. Voglio credere che si sia trattato di eterogenesi dei fini se il servigio reso è tutt'altro: il risultato (colposo o doloso che sia) conseguito da Lambiase è quello di ritrarre i militanti politici come imbecilli indottrinati. Dalla lettura di questo libro non si ricava un giudizio negativo sui terroristi in senso stretto e sui loro atti eversivi (che, al contrario, dallo stile scanzonato emergono sdrammatizzati e minimizzati), ma l'idea che i giovani militanti di sinistra degli anni '70 fossero niente più che una manica di conformisti deficienti. Non a caso, i protagonisti non si sono ancora dati alla vita clandestina quando Febo descrive, durante una visita di compagni cambogiani, il professore tradurre dal francese «e noi su di giri (anche per un po' di birrette che c'eravamo ingollate nel frattempo) a gridare ogni tanto, convinti: "Viva il compagno Pol Pot! Viva la Kampuchea libera!"», senza sapere niente né di Pol Pot e né della Kampuchea, a mala pena curandosi di ascoltare il discorso tradotto.
Non voglio affermare che con questo libro Lambiase si attesti su posizioni conservatrici, ma mi sembra di ricavare piuttosto chiaramente una netta presa di distanza da quella che potrebbe essere una fase giovanile rinnegata. Non conosco Lambiase né i suoi precedenti politici, ma dalla lettura ho ricevuto proprio questa impressione: quella di un'amareggiata disillusione da "Qualcuno era comunista" ma senza un briciolo della sua poesia.

domenica 1 dicembre 2013

"Orfeo nero" di Jean-Paul Sartre

«I volti neri, queste macchie di notte che ossessionano le nostre giornate, incarnano il lavoro oscuro della Negatività che rode con pazienza i concetti.»

Sartre scrive "Orfeo nero - Una lettura poetica della negritudine" nel 1948 come saggio puramente introduttivo. Scritto per corredare l'"Antologia della nuova poesia negra e malgascia di lingua francese" curata dal Léopold Senghor, all'Orfeo nero è stata oggi riconosciuta la dignità di un testo a sé e proprio come testo in sé concluso è degno di essere letto. Straordinariamente denso e poetico, Orfeo nero non è solo il manifesto del diritto dei popoli colonizzati di poter produrre e possedere una poesia propria, indipendente da quella dei colonizzatori bianchi; è anche l'analisi del valore filosofico della négritude all'interno di una concezione dialettica della storia.
Infatti, se la negritudine è una categoria controversa sul piano antropologico e in buona misura assimilabile ad una forma di razzismo camuffato ed ingenuo, privo di scientificità e teso alla conservazione delle differenze surretiziamente inventate per distinguere le due razze umane, la bianca e la nera, Sartre ha il grande merito di cogliere e mostrare il potente significato storico della negritudine. La parentesi culturale inaugurata da Aimé Césaire e Léopold Senghor è una fase quasi necessaria nello sviluppo dell'umanità e della sua coscienza: è il momento dialettico dell'antitesi.
Risparmio l'esposizione dell'ideologia dell'uomo bianco dominato dalla "ragione ellenica" e dei valori contrapposti, passionali e dionisiaci, nell'uomo nero. Il vero peso della negritudine è nascosto sotto queste incrostazioni contingenti e consiste nella distillazione del

carattere decostruttivo del linguaggio poetico. La poesia, in quanto tale, è la possibilità di ricercare un senso non-concettuale, di forgiare un'episteme non matematizzata, non ossificata. 

«La poesia è una camera oscura nella quale le parole si urtano nei loro giri folli. Collisione nell'aria: si illuminano a vicenda per i loro incendi e cadono in fiamme.»

La poesia è decostruzione, è collisione distruttiva da cui emerge un nuovo ed imprevedibile significato: la poesia nera è il concentrato di questa funzione, perché in seguito ai «cortocircuiti del linguaggio: dietro la caduta in fiamme delle parole intravediamo un grande idolo nero e muto».
La lingua poetica, che è la stessa lingua borghese dei dominatori, viene piegata e forzata per aderire ad uno spirito che non le è proprio, quello dei malgasci e dei neri che non possiedono più una lingua materna originaria. La poesia esplode in tutta la sua potenza di strumento emancipatore, autoidentificativo, autoaffermativo. La negazione contenuta nella poesia è in quanto tale mezzo di liberazione: l'aspetto privativo delle tenebre ne fonde il valore come libertà. Meglio ancora: il nero non è solo la privazione della luce, ma ne è il rifiuto, la distruzione. Vediamo così la decostruzione, la negazione intrinseca alla fase antitetica farsi puro atto rivoluzionario.
Il nero è il rivoluzionario perfetto e la poesia della negritudine è la sua presa di coscienza di essere il proletario del mondo. La coscienza di classe degli operai bianchi dei Paesi occidentali, tuttavia, è oggettiva, costituita scientificamente sulle tesi del plusvalore, della lotta di classe, del materialismo storico-dialettico. La presa di coscienza del nero, invece, è tutta interiore e soggettiva, ancora per via del suo carattere antitetico: non è materia di discorsi economici o tecnici, ma è fonte della poesia.
La negazione spiana la strada (o almeno questo è l'auspicio) ad una terza fase dialettica: quella della sintesi. Nella congiuntura mediana della negritudine, scrive Sartre, dobbiamo provare a negare la fase precedente «strappandoci di dosso le nostre maglie bianche per tentare semplicemente di essere uomini».
La negritudine, allora, non è mera affermazione del nero contro il bianco, ma una fase del processo che porterà all'annullamento delle distinzioni tra il nero e il bianco. L'Orfeo nero è il poeta che discende gli inferi in cerca di Euridice: è l'uomo che torna dall'esilio culturale in cui è stato costretto dalla colonizzazione, che torna ad affondare nelle tenebre per riappropriarsi di sé, della propria identità e della propria dignità, in vista di una sintesi futura di luce e buio.
I neri «non pretendono di essere poeti della notte, ossia della rivolta inutile e della disperazione: annunciano un'aurora».
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