mercoledì 16 ottobre 2013

"I dannati della terra" di Frantz Fanon

Chi sono i dannati della terra?
Sono «les damnés de la terre», «les forçats de la faim» ("i forzati della fame"), «foules, esclaves» che l'Internazionale incoraggia ad alzarsi in piedi con il suo «Debout!». Sono gli schiavi della Terra, gli oppressi, gli uomini relegati da altri uomini ad una condizione di minorità, misera, subumana e priva di dignità. Sono i servi della gleba e i proletari del nostro mondo occidentale, ma nell'opera di Fanon sono soprattutto i colonizzati: i popoli latino-americani, asiatici e nordafricani, schiacciati, dominati e sfruttati dall'Europa e dal «mostro supereuropeo» suo figlio, gli Stati Uniti.
Nato nel 1925 nella Martinica francese, discendente di schiavi africani, Fanon si è sempre trovato immerso nella condizione di sudditanza e di menomazione culturale che caratterizza il colonialismo. La sua condizione di piccolo-borghese gli permise di studiare psichiatria, filosofia, sociologia fino a diventare l'ideologo del terzomondismo. Il suo disgusto per le violenze operate dagli Europei ai danni dei popoli colonizzati lo portarono a militare nella Resistenza francese durante la Seconda Guerra Mondiale, per poi trasferirsi nell'Algeria che lottava per la propria indipendenza e collaborare alle operazioni dell'F.N.L. (il Fronte di Liberazione Nazionale algerino).

"I dannati della terra" è una ricerca estremamente ricca, attenta e raffinata sul tema del colonialismo, sui suoi risvolti sociali e culturali, sulle sue tragiche implicazioni per i popoli colonizzati.Vivendo sul campo e lavorando per i ribelli durante la Guerra d'Algeria, Fanon poté anche raccogliere materiale psichiatrico (che costituisce l'ultima parte dell'opera) sconvolgente, che corrobora la sua tesi e la sua accurata riflessione sociologica: un uomo diventato impotente in seguito allo stupro subito da sua moglie ad opera di un soldato francese, un padre di famiglia spinto sull'orlo della follia dal lavoro che lo obbliga a torturare i partigiani algerini per dieci ore al giorno, due bambini algerini che, subissati di messaggi di violenza e razzismo, testimoni delle angherie subite dal proprio popolo finiscono con l'assassinare brutalmente il loro compagno di giochi francese. La violenza distruttrice del colonialismo si riflette sulla mente e sul corpo delle vittime, che somatizzano impotenza, alienazione, dissociazione, spersonalizzazione in una serie di psicosi, irrigidimenti muscolari, attacchi nervosi, allucinazioni, deliri di persecuzione e auto-accusa, tentati suicidî.
L'opera analizza con enorme attenzione la dialettica che si instaura tra coloni e colonizzati, l'insieme di meccanismi che scattano a livello internazionale in risposta ad occupazioni, violenze colonialiste o tentativi di emancipazione da parte dei popoli occupati. Il rapporto tra Nord e Sud del mondo è sviscerato dal punto di vista fenomenologico e teorico, è illustrato con assoluta trasparenza. Fanon spiega che il Terzo Mondo non è una creazione dell'Europa, ma «l'Europa è letteralmente la creazione del Terzo Mondo», perché costruisce il suo potere, la sua ricchezza, la sua fama, la sua tecnica sulle risorse estorte ai Paesi sottosviluppati. La presa di coscienza di questa dialettica servo-padrone, per cui è il Primo Mondo ad avere disperatamente bisogno del Terzo Mondo (da violentare e sfruttare, ovviamente), è un primo passo da parte dei popoli colonizzati sulla strada dell'emancipazione culturale e infine politica. Infatti, Fanon illustra il nesso inscindibile tra la formazione di una coscienza nazionale, la riappropriazione di identità popolare, la lotta armata e infine la rivoluzione politica che possa condurre un popolo oppresso ad una nuova libertà.
«Miseria del popolo, oppressione nazionale e inibizione della cultura sono una sola e medesima cosa» e questo è evidente: dacché l'uomo esiste e fa danni, gli invasori e i colonizzatori si sono sempre adoperati per la distruzione delle culture native parallelamente alla violenza armata e allo sfruttamento economico. Se questo è vero (ed è vero) in un senso, Fanon mostra che può esserlo anche nell'altro: l'autoaffermazione culturale, l'emancipazione dal dominio linguistico, religioso ed ideologico imposto dagli occupanti, la riscoperta della cultura delle origini accompagna il processo politico che può fare del colonizzato, dell'indigeno, del sottouomo un nuovo uomo, un uomo libero. Alla domanda: «la lotta nazionale è una manifestazione culturale?», Fanon risponde che «la lotta organizzata e cosciente intrapresa da un popolo colonizzato per ristabilire la sovranità della nazione costituisca la manifestazione più pienamente culturale che esista». Un popolo che sia stato annichilito, il cui pensiero sia stato atrofizzato, la cui dignità sia stata misconosciuta, ha bisogno innanzitutto di riscoprirsi popolo per poter desiderare e attuare la propria riabilitazione come tale.
Nel processo per cui «la "cosa" colonizzata diventa uomo» è allora importante il ruolo dell'intellettuale e dell'artista. Prima dei fermenti rivoluzionari e durante le guerriglie per l'indipendenza, vediamo modifiche nella lavorazione del legno o di altro materiale da parte degli artigiani tradizionali, ad esempio: «animando volti e corpi, prendendo come tema creativo un gruppo avvitato su uno stesso zoccolo, l'artista chiama al movimento organizzato». L'introduzione del moto nelle composizioni estetiche, il maggiore fermento e le innovazioni nelle manifestazioni culturali, l'abbandono del formalismo sono il riflesso della coscienza nazionale che matura e ribolle. Osservazioni analoghe riguardano la produzione musicale, orale, scritta. Dopo una prima fase di omologazione con la cultura dell'occupante (è il caso degli indigeni africani e nordafricani che sono stati istruiti e formati attraverso l'istituzione di scuole francesi, apprendendo la lingua del colono, studiandone e apprezzandone la letteratura), l'intellettuale colonizzato riscopre la cultura originaria del suo popolo e cerca di rinverdirla, la fa fermentare, cerca di diffonderla, se ne serve come strumento di propaganda e di lotta.
Se il nazionalismo è reazionario nel mondo occidentale, esso è progressista in un Paese del Terzo Mondo: affermare la propria identità nazionale è per un popolo colonizzato una tappa fondamentale verso la libertà dalla violenza straniera, verso l'appropriazione di un'identità riconosciuta a livello internazionale che permetta il dialogo con gli altri Paesi. «La coscienza di sé non è chiusura alla comunicazione. La riflessione filosofica ci insegna invece che ne è la garanzia». Scattano allora una serie di meccanismi che coinvolgono amici e nemici di tutto il mondo: se altri popoli oppressi vedono nel ribelle un compagno di lotta e una fonte di ispirazione, gli artefici del colonialismo e i propugnatori della sua ideologia si sentono minacciati e tenuti ad intervenire con la forza.


«Castro prende il potere a Cuba e lo dà al popolo. Quest'eresia è risentita come flagello nazionale tra gli yankees e gli Stati Uniti organizzano brigate controrivoluzionarie, fabbricano un governo provvisorio, incendiano i raccolti di canna, decidono infine di strozzare spietatamente il popolo cubano. Ma sarà difficile. Il popolo cubano soffrirà ma vincerà. Il presidente brasiliano Janos Quadros, in una dichiarazione d'importanza storica, ha ora affermato che il suo paese difenderà con tutti i mezzi la Rivoluzione Cubana. Perfino gli Stati Uniti forse indietreggeranno davanti alla volontà dei popoli. Quel giorno, noi metteremo fuori le bandiere, poiché sarà un giorno decisivo per gli uomini e per le donne del mondo intero. Il dollaro che, tutto sommato, è garantito soltanto dagli schiavi ripartiti sul globo, nei pozzi di petrolio del Medio Oriente, nelle miniere del Perù o del Congo, nelle piantagioni dell'United Fruits o di Firestone, cesserà allora di dominare con tutta la sua potenza quegli schiavi che l'hanno creata e continuano a testa vuota e pancia vuota a nutrirlo della loro sostanza.»


Capita anche che un capo di Stato europeo dichiari di voler aiutare i Paesi sottosviluppati, in un moto di strepitosa benevolenza. In casi del genere, Fanon osserva come gli ex-colonizzati non trepidino (e giustamente!) di riconoscenza: non si tratta di un'opera di carità o di un esempio di liberalità, ma di un dovere sacrosanto. Le potenze capitaliste devono pagare, e questo risarcimento è dovuto ai Paesi colonizzati, e non è comunque sufficiente a ripagarli dei danni subiti.
Infatti, l'Europa si è macchiata nel corso della storia di un'infinità di delitti, «di cui il più efferato sarà stato, in seno all'uomo, lo squarcio più patologico delle sue funzioni e lo sbriciolamento della sua unità; nel quadro d'una collettività, la rottura, la stratificazione, le tensioni sanguinose alimentate da classi; infine, alla scala immensa dell'umanità, gli odi razziali, la schiavitù, lo sfruttamento».
Ne "I dannati della terra", Fanon non si rivolge a questa Europa violenta e sfruttatrice, né agli Stati Uniti e alle loro ambizioni: gli interlocutori dell'autore sono proprio «les damnés de la terre», gli schiavi, i colonizzati. A loro Fanon rivolge un appello accorato: questo libro, il pilastro ideologico e teorico del terzomondismo, è un vero e proprio manifesto di liberazione dell'oppressione, di redenzione dell'Uomo propriamente umano dalle violenze azzeranti dei più forti, di recupero della propria dignità annullata dal capitalismo, dallo sfruttamento, dal sistema economico. "I dannati della terra" è un libro che non dovrebbe mancare nella libreria di nessuno.

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