domenica 25 agosto 2013

"Guido non sta in centro" di Enrico Tommaso Spanio

«Dal momento che si arriva e si viene abbandonati sulla piattaforma, si sta lì e si aspetta. Si aspetta che venga il treno a portarci via. Siamo stati lasciati accanto al nostro binario con l'unica, solitaria certezza che prima o poi un treno verrà a prenderci. Magari in ritardo, ma passa di sicuro il nostro treno. A portarci via intendo. Intanto si aspetta, tutti si aspetta. [...] Tutti trovano così il loro modo di annoiarsi aspettando. Nessuno fa niente di significativo, perché tanto tra poco arriva il treno. [...] E quasi nessuno di noi, pigiati lungo i binari, pensa di fare qualcosa, qualcosa di bello, qualcosa di meglio che ingannare l'attesa


Questo "qualcosa di meglio" che dia un significato all'"attesa del treno", all'esistenza, è da tempo immemore il nocciolo di filosofie, religioni, interpretazioni della vita e del ruolo dell'uomo nello spazio e nel tempo nei quali si trova gettato con l'atto (in realtà subìto) di venire al mondo. Nel romanzo "Guido non sta in centro", Enrico Tommaso Spanio (dottore di ricerca in Filosofia teoretica e insegnante di filosofia e storia nei licei della provincia di Pordenone) offre il suo tentativo, leggero perché posto in chiave puramente narrativa, di rispondere all'annosa questione. Non tanto il significato della vita, quanto piuttosto un modo autentico di viverla è il fulcro del racconto, che ruota attorno al personaggio di Guido.
Del tutto slegato da alcune costruzioni e costrizioni sociali che riducono la vita ad un'arida ricerca di successo e denaro, Guido vive secondo le sue regole. Il suo approccio nei confronti della vita è di una spontaneità disarmante, che in alcuni passaggi del romanzo si traduce in atteggiamenti di un candore quasi infantile. Una tragica esperienza alle spalle, un talento musicale incompreso, l'attaccamento nei confronti del piccolo amico Matteo (un bimbo che «sembrava avesse capito da subito, quali eccessi di chiacchiere e di bugie ognuno di noi porti nel mondo e di sua libera iniziativa avesse deciso, coi suoi silenzi, di pareggiare il conto o per lo meno di abbassarci la media») confluiscono in una personalità bonaria e cordiale, benché piuttosto introversa. Il personaggio di Guido si contraddistingue in particolare per la sua straordinaria leggerezza, che si palesa nell'infinito ed inesauribile sgranare battute e motti di spirito, punteggiati frequentemente dal suo tormentone, quasi un tic irriflesso, quel suo concludere argomenti e racconti con un: «le storie così».
Il fuoco prospettico della narrazione coincide con l'incontro di Guido con Elena. La giovane appartiene al mondo satinato e "glitterato" della moda, è abituata a trattare con uomini di spicco nel panorama imprenditoriale e manageriale cittadino, attratta ma contemporaneamente annoiata dal banale quanto triste trinomio cenetta-fascio di fiori-macchinone. L'incontro con Guido, un uomo del tutto diverso dallo squallido prototipo con cui tratta abitualmente (incarnato dal «Galimbeni delle fabbriche Galimbeni»), ha in qualche modo l'effetto di aprire gli occhi di Elena sulla dimensione di superficialità e arrivismo che contrassegna il suo ambiente.
Galimbeni la corteggia con estrema sicurezza, certo di riuscire a "comprare" la confidenza di Elena grazie alla propria posizione, e accompagna inviti e fiori con l'affermazione di giocare la propria stessa vita in questa metaforica partita a poker. Il commento di Guido, «Il piatto piange», è forse la frase più sagace, brillante e lapidaria del libro, o comunque quella che più di qualsiasi altra mi ha colpito e che da sola riassume perfettamente la visione che Guido ha del mondo, della società, della vita stessa.

«Nella vita accadono davvero tante cose, ma in alcune più che in altre accade la vita. Con Guido era così. Con lui ti accadeva di vivere. Non che standogli vicino ti capitasse di lanciare satelliti su Marte o di trapiantare il cuore a qualcuno, niente del genere, ma sapevi di vivere. Non riuscirei a spiegare bene come, ma lo sapevi, era così. Vivevi. So, però, che bastava scambiare poche parole con lui per capire che, pur vivendo nel mondo una vita in comune con gli altri, la vita di tutti, egli possedeva ugualmente una vita tutta sua. Viveva una vita sua, con regole sue. Solo che questo dovevi capirlo da te, perché lui delle sue regole non ne parlava mai. Le viveva e basta

Una ricca cena offerta da Galimbeni non vale quanto una pizza al taglio mangiata in piedi in compagnia di Guido. La vita "accade" ad Elena in un modo stupefacente che la rinnoverà dalla testa ai piedi, attraverso il rapporto con Guido. Le regole tutte sue con cui l'uomo vive la sua vita (mai enunciate ma sempre raggrumate nelle azioni, nei silenzi, nelle risate, negli allontanamenti) sono le lenti attraverso cui Elena, con spensieratezza e come per gioco, impara a guardare sé stessa e le sfide che la vita le pone di fronte.

"Guido non sta in centro" è una lettura estremamente fruibile e scorrevole, senza traccia di pesantezza nonostante la prospettiva teoretica dell'autore. Lo stile, soprattutto nei dialoghi, è colloquiale e umoristico. Con dispiacere e stupore, ho rinvenuto alcune imprecisioni formali e stilistiche e in particolare un uso piuttosto discutibile della punteggiatura. Si tratta comunque di una lettura piacevole.

«Lo giuro su Dio. Non credo a niente di lunedì

martedì 20 agosto 2013

"84 giorni" di Daniele Pollero

«In attesa dell’eterna illusione, avevo assaporato a pieno quei minuti di effimera realtà

Ottantaquattro giorni. Una sequela suggestiva e vivida di pensieri, solitudini, desideri, rimpianti che si incarnano in ambienti e spazi per lo più silenziosi. D., il triste protagonista, passa da una scena all'altra come muovendosi su diversi set cinematografici. Leggere "84 giorni" assomiglia a guardare una proiezione di diapositive amletiche e maliose. Ad ogni capitolo sembra di immergersi bruscamente in un quadro di de Chirico, di Dalí, di Magritte.
Cos'è "84 giorni"? Un romanzo? Una miscellanea di istantanee?
Sembra un viaggio breve e frammentato nell'inconscio e l'apnea del lettore durante l'immersione completa la sensazione di straniamento che Daniele Pollero tanto magistralmente induce con le sue descrizioni.
Quasi prive di dialogo, fatto salvo il monologo interiore, le scene raccontate sono sequenze di azioni apparentemente slegate, giustapposte secondo logiche che il lettore può cercare di ricostruire forse proprio lasciando da parte la logica.
Alìa, Greta, D., il perturbante manichino: personaggi che sfumano nelle loro ambientazioni e in una serie di sovrapposizioni proteiformi.
Il senso della narrazione è scandito da un rosario di suggestioni che si susseguono in un apparente non-sense dal sapore fortemente onirico (il senso di spaesamento che ho provato leggendo "84 giorni" è lo stesso che mi ha turbato quando ho visto "Mulholland Drive" di David Lynch). Eppure, il libro non è privo di trama: la storia di D. dura ottantaquattro giorni, ha un preciso punto di inizio ed un epilogo altrettanto determinato, che in chiusura del volume vediamo congiungersi in una geometria perfetta.

«Ad un certo punto sentii un ovattato scalpiccio, da qualche parte nelle vicinanze. In qualunque altra occasione l’avrei interpretato come una manifestazione dell’ambiente, ma quest’ambiente non poteva produrre rumori. Che rumore fanno i ricordi del futuro?»

Pollero gioca con il tempo e la narrazione a volte sembra ritorcersi su sé stessa, come presa da un macabro vortice, e alternare una serie di flashback e flashforward. Il quadro si ricompone ma in modo tutt'altro che rigido.
Lo stile assolutamente originale di Pollero non ha bisogno di sequenze narrative pure e spesso la semplice presentazione di un'immagine è narrativa. Tra le più incisive è la scena ambientata in una casa apparentemente deserta, con un tavolino folto di portafoto vuoti e una porta schiusa su un corridoio vuoto: la semplice presenza di D. in questo quadro inquietante coinvolge e turba, ricordando al lettore le atmosfere burtoniane.
Non c'è solo tetraggine e malinconia in "84 giorni": il tono è frequentemente ironico e alcune scene (continuo a usare questo termine cinematografico perché è proprio così che definirei questo libro, "cinematografico") sono leggere e liete in superficie. Un'ironia quasi demenziale permea uno tra gli ultimi capitoli, che vede D. alle prese con uno strano fioraio, in una sequenza che alterna uno humor dolce-amaro a picchi che definirei fantozziani, (sono certa che il «Com'è umano lei» sia una citazione voluta) in cui lo sfortunato protagonista subisce delle prepotenze e degli assurdi incredibili.
Un'allegoria della condizione dell'uomo e più specificamente dell'innamorato, inchiodato ad un destino che gli accade e da cui è costretto a "farsi vivere" in un modo fatale con tutte le sofferenze che ne conseguono?
"84 giorni" potrebbe contenere queste riflessioni e molte altre. La formazione filosofica dell'autore emerge da continui spunti interessanti e tutt'altro che superficiali, che spazzano un'area tematica estremamente estesa e variegata, dal rapporto uomo-natura a quello sentimento-ragione, dalle tragiche incomunicabilità e incomprensibilità che sembrano isolare gli individui all'inevitabile contingenza che finisce per determinare gioie e dolori.

«E magari, prima di sprofondare ancora una volta nella tua invisibile nullità, scriverai le tue memorie, e te ne ricorderai... fischietterai il suo tema, e immaginerai di passare con lei tutte quelle ore che invece, di lei, avevano solo il profumo e lo sguardo fuggente di un’overdose di delusione.
Te lo stai immaginando?»

Ad un disincanto sartriano, ad una poetica rassegna di rimpianti e dubbi, Pollero sposa un singolare gusto per l'apparentemente assurdo, per il paradosso, per il sogno. Parla del «volo di uno struzzo, un tramonto in pieno giorno», e il suo corsivo, come il sapore di certe sequenze, non può che far pensare a Tiziano Sclavi e alle apprezzabili, tristi e sognanti atmosfere dylandoghiane.
Un unico elemento mi ha appena infastidito: le frequenti generalizzazioni di D. sulle donne e sul sesso femminile, sebbene esse siano sempre espresse con toni ammirati ed elogiativi.

mercoledì 14 agosto 2013

"Lo scrignetto di malachite" di Pavel Petrovič Bažov

Il racconto fiabesco non dovrebbe essere considerato esclusivo appannaggio di bambini e ragazzini. Considerazioni frettolose e superficiali spesso relegano la fiaba (scritta) nel cantuccio più dimesso della letteratura o la bandiscono del tutto dai suoi confini.
Roba da bambini.
Niente di più sbagliato, naturalmente. 
Un errore di valutazione così grossolano non fu certo compiuto da Pavel Petrovič Bažov. Era un maestro elementare appassionato di folklore, nato a Permiskij nel 1879. Gli Urali con le loro miniere e le loro località
La copertina di una vecchia edizione russa.
ferriere erano la sua terra, una terra ricca di tradizioni orali e costumi tramandati con cura da una generazione all'altra. Bažov divenne cacciatore e pescatore per poter girovagare sui suoi monti e oltre, nelle sterminate campagne russe, alla ricerca di una preda privilegiata: il racconto tradizionale. Nel corso degli anni accumulò un enorme patrimonio culturale, folkloristico ed etnografico: la sapienza ancestrale sedimentata nei racconti fiabeschi delle sue terre attecchì felicemente in uno spirito minuzioso e sensibile come il suo. Seppe lavorare l'abbondante materiale raccolto al tornio della sua vena poetica e il risultato fu pregevole. Storia degli Urali  fu pubblicato nel 1924 e negli anni a seguire molti altri racconti si fecero testimonianza scritta dei frutti delle ricerche di Bažov.
Ma il capolavoro dell'autore russo andò alle stampe nel 1939, dopo sei anni di gestazione: Lo scrignetto di malachite.
I quarantaquattro racconti riuniti nel mastodontico volume non sono propriamente "fiabe": sono racconti originali ispirati all'enorme bagaglio fiabesco e antropologico accumulato dall'autore durante i suoi viaggi. Sono storie vivide e suggestive ambientate per la maggior parte sugli Urali e perno di molte narrazioni è il monte Azov, tradizionalmente sede della misteriosa e potente Signora della Montagna di Rame, personaggio mitico talvolta benevolo e talvolta minaccioso.
Per Bažov la fiaba non è mai fuga dalla realtà. Certo, il piacere della lettura è sempre un'evasione, ma Bažov non scrisse i suoi splendidi racconti dimenticando il reale, né con il fine di farne smarrire la densità al lettore. I racconti dello Scrignetto sono speso degli spaccati di vita, verosimili fino ad essere crudi, e l'abilità di Bažov è stata tale da armonizzare gli spunti leggendari e mitologici con la realtà imprescindibile delle cose, dei luoghi, delle gerarchie sociali, degli usi locali. Nei suoi racconti fantastici, Bažov non rinnega la realtà né la mistifica, e l'elemento magico viene incastrato delicatamente in un insieme vivido e credibile, puramente poetico. In questa rara miscela di verismo e incanto ho ritrovato la suggestione del migliore realismo magico, di cui è bandiera Gabriel García Márquez.
Non dimentichiamo che Lo scrignetto di malachite è stato pubblicato nel 1939: erano gli anni del realismo socialista e i racconti di Bažov (Il verde praticello, le Favole sui tedeschi, Racconti su Lenin, Racconti dell'armaiuolo) ne sono un prodotto perfetto, tanto da meritare all'autore la candidatura al Premio Lenin nel 1950.
I personaggi dello Scrignetto sono per lo più operai, minatori, ricamatrici, lavoratori di malachite. Bažov era figlio di minatore e i suoi racconti ritraggono quel mondo sotterraneo di sudore e fatica senza tralasciarne gli aspetti più duri (considerata la fascia giovanile a cui i racconti sono rivolti). Anche i matrimoni tra eroi ed eroine (tipicamente emblemi del fiabesco lieto fine) non sono sempre felici: si risolvono spesso in sacrifici, malattie, vedovanze o in passioni morbose e ossessive che conducono i personaggi alla follia, alla fuga o alla sparizione. Il narratore non nasconde ai giovani lettori le asperità della vita in un roseo "vissero tutti felici e contenti", e la dura realtà è in agguato anche quando il protagonista è innamorato:

«Tutto andava per il meglio e la giovinetta dagli occhi azzurri lo conquistava sempre di più. Non c'era dubbio che questa fanciulla era stata messa sulla sua strada dal destino. In verità Iliušcka non l'aveva mai vista prima perché abitava in un altro villaggio, famoso per le sue ragazze, che erano più belle di quelle dei dintorni. Ma purtroppo il giovane che sposava una di quelle fanciulle, era destinato a rimanere presto vedovo, perché fin da bambine esse lavoravano la pietra e si ammalavano gravemente

Una delle belle illustrazioni di Maria Grazia
Farina (presenti in una raccolta antologizzata
nel 1979dall'Editrice La Scuola, "Racconti Russi")
Gli operai e i minatori di Bažov non solo si ammazzano di fatica e talvolta subiscono le angherie dei loro superiori, ma sono sistematicamente vittime di malattie professionali. I maestri che lavorano la pietra, come i lavoratori che la estraggono, hanno spesso occhi, guance e barba verdi di malachite, e la polvere che hanno respirato li porta a tossire, ad ammalarsi gravemente, a morire prematuramente.
Con altrettanta attenzione è ritratta da Bažov la condizione vedovile, per cui personaggi femminili come Nastasia devono ingegnarsi e lavorare duramente per mandare avanti la casa e la famiglia in assenza del marito e senza l'appoggio dei familiari. Dai racconti ricaviamo allora molte informazioni sui rapporti sociali nei villaggi russi, sugli usi matrimoniali e familiari, sulle condizioni delle donne, degli anziani, degli orfani.
Il perno dei racconti di Bažov, il loro cuore pulsante, non va ricercato forse nei gioielli magici che possono essere indossati solo dalla piccola Taniušcka che li ha ricevuti dal padre, né nel bottoncino magico che aiuta nel ricamo, né nella foresta di pietra che sembra viva e animata sotto lo sguardo della misteriosa Signora della Montagna di Rame. Il protagonista dello Scrignetto di malachite è piuttosto l'uomo reale, quello che si intossica in miniera e torna a casa distrutto, quello che si arrabatta per sfamare i figlioletti, quello che guarda con diffidenza al suo superiore fannullone. Non a caso, l'antagonista del racconto Il ramoscello fragile è un padrone prepotente e avido, che tormenta il protagonista Mitja e la sua famiglia, impone loro tributi spropositati per vendicarsi di uno screzio personale, è crudele con i lavoratori, si arricchisce alle loro spalle e li subissa di angherie; tra le mille disgrazie che affliggono i protagonisti, vediamo uno sprazzo di giustizia poetica (oltre che proletaria) nel pungente finale:

«Anche al padrone successe un fatto molto strano. Poco tempo dopo rimase soffocato dal suo grasso.»

Al centro dei racconti di Bažov ci sono una realtà aspra e faticosa  e il duro e onesto lavoro, che è sempre la caratteristica principale di eroi ed eroine. Il protagonista di queste fiabe è l'uomo concreto e più precisamente il proletario, e la vera magia non è racchiusa in amuleti e gioielli fatati ma nell'occhio sensibile e nel tocco poetico dell'autore.

domenica 11 agosto 2013

"Sogni di sangue" di Lorenza Ghinelli

Si compra questo libro, lo si legge d'un fiato, lo si richiude e prontamente affiora alle labbra un asciutto e perplesso: "E beh?"

Dramatis personae: Enoch, un ragazzino affetto da artrite idiopatica giovanile, costretto a portare dei tutori di titanio alle gambe, oggetto di crudeli vessazioni; Gino, Alex e Francesca, tre bulli ovviamente adibiti a perpetrare le suddette vessazioni; Dorotea, una madre per definire la quale il termine «algida» è usato e usato di nuovo e usato di nuovo e usato di nuovo fino alla nausea.
In apertura, Enoch torna a casa bagnato e infangato, con un occhio pesto, trascinandosi dietro il mesto clang clang metallico dei tutori. La madre riesce in qualche modo a trovare la via di mezzo fra un'accoglienza (indovinate il termine? Deng, risposta esatta!) algida e un opprimente esercizio della potestà genitoriale, subissando il figlio di consigli, premure, ordini, divieti e quant'altro. Chissà perché, il figliuolo dimostra qualche vago segno di squilibrio.
Il libro fa parte della serie Live
della Newton Compton, nelle
librerie in questi giorni. Solo 99
centesimi e questo è consolante...
E fin qua...
Poi, la tragedia. Che non è quella dei personaggi ma quella del lettore. Inizia uno stillicidio di luoghi comuni, abilmente incastrati l'uno vicino all'altro per farne entrare il più possibile in un numero esiguo di pagine. Un insostenibile collage di stereotipi della peggior specie, conditi da succulenti titoli di capitolo come "I sogni son desideri", "Occhio per occhio", "Sogno o son desto", "Il buongiorno si vede dal mattino", "Mai dire ratto se non ce l'hai nel sacco" per concludere con uno ieratico "Nei secoli dei secoli". Quanta bella originalità. Quanta freschezza.
Parlavo di luoghi comuni. Avete presente quelle dimore antiche con un che di gotico e tetro? Quelle con antica mobilia, soffitti altissimi ed enormi finestre, magari a sesto acuto? Ecco, il protagonista e la sua algida madre vivono in una casa del genere. Quale ragazzino di città non vive in un palazzo gotico?
E ovviamente, come volete che pranzino gli abitanti di cotanta signorile dimora? In signorile e austero silenzio. Tavolo lungo come una limousine... Un commensale ad un'estremità... L'altro commensale all'altra estremità.
[Tenetemi. Potrei esplodere.]
Non sto a tirarla per le lunghe. Il piccolo protagonista cerca un cantuccio solitario per fare ginnastica, i bulli sono usciti di casa con il preciso intento di rollarsi una canna, come finirà? Si incontrano tutti nei pressi di un capannone industriale (per raggiungere il quale Enoch ha camminato per mezz'ora. Oh, ma è normalissimo per un ragazzino con tutori di titanio alle gambe e per il quale anche solo salire sull'autobus è un'impresa. Già.).

Una trama a spirale magistralmente sviluppata e condotta fa emergere pian piano cosette interessanti (e niente affatto trite e ritrite, eh!) come un antichissimo medaglione egizio, che senza una sola ragione al mondo Enoch sgraffigna e porta a casa, suscitando le ire funeste della sua algida madre che pensa bene di sequestrarlo. E mentre l'algida madre tira giù duecento libri dagli scaffali e fa scorrere un pannello di legno perché (ebbene sì), ovviamente, ha un passaggio segreto che nasconde uno studio altrettanto segreto, il piccolo Enoch si dà ai suoi "sogni di sangue". Cioè, sogna di essere prima un esercito di blatte e subito dopo un vispo coccodrillo voglioso di far merenda con Alex, il capo del trio di bulli.
Volete un altro luogo comune? Lo volete proprio?
Eccovi accontentati. Enoch si sveglia bagnaticcio e in preda alle palpitazioni e l'indomani Alex non si presenta a scuola. Sarà rinvenuto stecchito qualche capitolo dopo. Ma va?
Ma il peggio deve ancora venire.
Disgrazie e misteri fittissimi, suspance in abbondanza, atmosfera tesissima e assolutamente ansiogena (ehm, no, niente di tutto questo). Ad un certo punto vengono tirati in ballo i poliziotti. E, ovviamente, la scientifica. Troppa televisione fa male davvero: anche per un peto di cane o per un bambino che cade in un tombino si scomoda la scientifica. In ogni caso i poliziotti arrivano sul luogo del delitto, il vecchio capannone e i suoi pulitissimi (giuro) condotti fognari, e la cosa più bella è che le operazioni sono guidate da Rebecca, una fricchettona sexy (testuale) nonché una zingara che non ruba e se ne fa gran vanto con gli sconosciuti nonché collaboratrice e consulente della polizia in qualità di grande esperta di culti pagani, rituali satanici e simili amenità. Non solo un simile personaggio è senza capo né coda, non solo è totalmente fuori luogo ed inutile nell'economia del racconto, ma per di più assume praticamente il controllo delle operazioni di polizia dando ordini a tizio e caio, soprattutto ad un certo poliziotto Franco non meglio qualificato con il quale sembra intendersela (e il quale più tardi, mentre si parla di un tredicenne appena morto e di uno moribondo, si incanta a immaginare un dopocena piccante con lei). A-ha. Sì. Tutto molto verosimile, oltre che molto logico ed umano.
Il racconto procede con una gran quantità di altri stereotipi (vogliamo parlare di un libro segretissimo e misteriosissimo, custodito dalla madre nel suo stanzino segreto, intitolato cripticamente "Rituali e formule di magia nera"?) e di idiozie più o meno accentuate che lascio con piacere al lettore, che troverà anche discutibili coup de théâtre e, soprattutto, nessun finale logicamente conseguente. Io amo i finali aperti, ma non è questo il caso. No, Sogni di sangue è semplicemente di una rara inconcludenza.
Peccato, perché da una finalista al Premio Strega mi aspettavo qualcosa in più. Una certa competenza di Ghinelli si nota dallo stile, certo: scorrevole ma anche molto dotto e a tratti poetico; figure retoriche interessanti, descrizioni ben condotte. Ottimo e malinconico il parco brullo e bruciato dalle scorie chimiche, uno scenario quasi post-atomico da periferia degradata. Parimenti, il personaggio meglio costruito del libro intero è il bullo Gino, di cui è descritta la vita familiare molto dura e sgradevole e per il quale si finisce per provare una triste simpatia. I capitoli che descrivono i problemi quotidiani e i rapporti dei bulli comprendono le pagine più verosimili ed interessanti, senza dubbio le più piacevoli (o meglio, le meno irritanti). Peccato anche per alcune imprecisioni soprattutto formali molto fastidiose (ad esempio, sembra che l'autrice misconosca completamente il fatto che il coccodrillo e l'alligatore siano due animali diversi, e d'altra parte creda che dei pantaloni di velluto siano «biancheria»). 
Trovo un peccato che uno stile buono come quello di Lorenza Ghinelli sia stato applicato a causa di non so che funesta ispirazione ad una storiella banale come "Sogni di sangue", che se non fosse per sesso, parolacce e hashish sembrerebbe pensata per i Piccoli Brividi.

mercoledì 7 agosto 2013

Majakovskij e il cinema

«Per voi il cinema è spettacolo.
Per me è quasi una concezione del mondo.
Il cinema è portatore di movimento.
Il cinema svecchia la letteratura.
Il cinema demolisce l'estetica.
Il cinema è audacia.
Il cinema è un atleta.
Il cinema è diffusione di idee

[Cinema e cinema]

Se tutti collegano immediatamente il suo nome alla poesia, non tutti conoscono il Majakovskij grafico, drammaturgo, sceneggiatore e attore.
Alla composizione di liriche e poemi, Vladimir Majakovskij affianca una produzione teatrale abbastanza incisiva a partire dal 1913, anno in cui compone la tragedia inizialmente intitolata Strada ferrata e poi La ribellione degli oggetti, e che finirà con l'essere intitolata Vladimir Majakovskij a causa del felice sbaglio di un censore.
Nel 1918 viene messo in scena dal regista Mejerchol'd il dramma Mistero buffo (più tardi riconosciuto come il suo capolavoro teatrale) che tra balletti e dialoghi brillanti mette in scena la sopravvivenza e la convivenza al Polo Nord di quattordici capitalisti e quattordici operai, gli unici sopravvissuti al Diluvio Universale.
Il 1928 è l'anno de La cimice, pièce che racconta delle vicende surreali e grottesche di un operaio sposatosi con la figlia di un borghese e per errore imprigionato in un blocco di ghiaccio e conservato intatto fino ad un ipotetico 1979. Liberato dallo stato di ibernazione, l'operaio si ritrova in una società comunista perfettamente realizzata e impeccabile, al punto che è

sparita ogni più piccola traccia della borghesia. L'operaio viene studiato e sul suo corpo viene rinvenuta una cimice, rimasta congelata con lui e portatrice di germi della borghesia, per isolare i quali (e per mostrare al pubblico qualcosa di ormai estinto) vengono esposti, operaio contaminato e cimice, in un museo.
Allo spirito anti-borghese di Majakovskij (che rintracciamo anche in liriche come Della canaglia e di cui è emblema il celebre distico, improvvisato una sera al Caffè dei commedianti«Mangia ananassi e mastica fagiani, più non ti resta, borghese, un domani» che, si racconta, era sulle labbra dei marinai il giorno della presa del Palazzo d'Inverno) si affianca un'aspra intolleranza contro il burocratismo (espresso in poesie come Versi sul passaporto sovietico), e proprio la burocrazia è il bersaglio polemico e satirico della pièce del 1930, Il bagno.
L'interesse di Majakovskij per il teatro è da leggersi nella prospettiva della sua concezione dell'arte come qualcosa impossibile da incasellare in discipline a tenuta stagna. Fra le forme espressive e le diverse arti c'è una continua comunicazione, come si evince dal suono e dalla disposizione delle parole all'interno dei componimenti intesi come produzioni non solo letterarie ma anche grafiche e ritmiche o musicali. In quest'ottica tipicamente futurista, intesa a scardinare la tradizionale cesura tra le arti, risulta naturale il desiderio di Majakovskij di misurarsi in tutti i campi artistici, sfruttando diverse forme espressive, al punto da diventare già negli anni giovanili un discreto pittore.


L'allora nascente cinema cattura immediatamente l'attenzione e la fantasia di Majakovskij, che vede nella nuova arte non solo un nuovo sbocco per il suo estro, ma soprattutto una potente arma culturale. Egli identifica il verso con un proiettile, l'opera d'arte con «un'arma della classe», la rima con «una baionetta», e arriva a comporre due ordinanze per un vero e proprio «esercito dell'arte». Tuttavia, ai suoi occhi è subito chiara la superiorità del cinema rispetto alla poesia e ad ogni altra arte quanto a potenziale rivoluzionario: il film e il cinegiornale sono più pervasivi e suggestivi di un'opera scritta e raggiungono immediatamente ogni tipo di pubblico.
Majakovskij incontra il cinema nel 1913 e lo incontra come attore, interpretando una parte in Un dramma nel cabaret dei futuristi N. 13 di Kas'janov. L'estate seguente vede la pubblicazione da parte del poeta di tre articoli sul rapporto tra teatro e cinematografo sul Kinezurnal. Nel corso degli anni si affastellano gli scritti sull'argomento, e i temi trattati vanno dal dubbio (da Majakovskij decisamente dissipato) che il cinema possa uccidere il teatro, sulla possibilità che il cinema possa diventare un'arte autonoma, sulle ragioni di una presunta superiorità del cinema straniero su quello russo. Al cinema sono inoltre dedicati alcuni componimenti, tra cui Cinecontagio dedicata a Charlie Chaplin come all'incarnazione degli oppressi.
Majakovskij scrive tre sceneggiature per la casa cinematografica Neptun: La signorina e il teppista (tratto da una novella di De Amicis), Non nato per il denaro (tratto da un romanzo di Jack London) e Incatenata al cinema. Diventano tutte e tre dei film, e anche Lilja Brik (il grande amore del poeta) e Vladimir recitano delle parti.
Nel corso degli anni, Majakovskij scrive numerose altre sceneggiature ma non tutte si trasformano in film: Come state? (poi severamente censurata, in cui vediamo affacciarsi il tema del suicidio tramite il personaggio di una fanciulla che si toglie la vita sparandosi a una tempia, come farà lo stesso poeta pochissimi anni più tardi), Decembrino e Ottobrino, L'amore di Skafolijbov, Storia di una rivoltella, L'elefante e il fiammifero, Bambini (poi girato col titolo Tre), Via il grasso!. Nel 1920 realizza il film di propaganda Sul fronte.

Un'autentica presa di posizione teorica sul ruolo del cinema e sul suo auspicabile indirizzo giunge a maturità in Il cuore del cinema. La «fantasia-fatto in quattro parti con prologo ed epilogo» racconta il tentativo di imporre un tipo di cinema dal sapore "statunitense", con cowboy e detective, alla società russa. L'infelice storia d'amore di un imbianchino e di una bellissima proiettata sullo schermo si conclude con un fallimento del modello di cinema di
Il cuore del cinema è contenuto
nel libro "Cinema e cinema".
stampo capitalistico. La disfatta è rappresentata dalla pellicola che prende fuoco e dagli spettatori inferociti per la mancata proiezione che devastano il cinema, portando tra l'altro al fallimento il direttore della casa cinematografica, un uomo pingue con bombetta «che sta all'ombra di una bandiera straniera». Uno degli azionisti annuncia ad un gruppo di aspiranti attori che la società è fallita perché «le pellicole del nostro mondo non riescono a trovare posto e tranquillità nella vostra seria repubblica».
In chiusura, un operatore mostra ad una bella diciassettenne la sua ultima ripresa:

«12. Sulla gigantesca impalcatura di un gigantesco edificio in costruzione, un falegname, allegro e spensierato, dominando l'intera città, sta fissando una trave. [...]
14. Perché anche il cinema non dovrebbe rivolgersi alla vita reale? Quello che vediamo davanti a noi vale molto di più di Douglas

Ecco il proposito autentico di Majakovskij, ecco il perché del suo interesse non solo artistico

ma politico: il cinematografo non deve né può ridursi a mera evasione. Il suo enorme potere educativo e la sua potente carica di coinvolgimento popolare non può essere mutilata attraverso la produzione di pellicole e film volti ad un futile quanto sterile disimpegno. L'arte è un'arma politica e parimenti il cinema è uno strumento emancipatore messo a disposizione della classe lavoratrice (a patto di tenerlo il più lontano possibile della mentalità capitalistica, incarnata dal personaggio del produttore americano, che lo vuole mera e ottusa sorgente di profitto).
Il cinematografo non uccide l'arte né il teatro né l'uomo, ma li rinnova e svecchia, li emancipa ed educa, a costo di non diventare una fantasia che distoglie dal reale ma un occhio spalancato su di esso.

A chi di voi volesse approfondire l'argomento, suggeriamo:
  • "Cinema e cinema", Vladimir Majakovskij, Nuovi equilibri, 2006 (una raccolta di scritti sul cinema introdotti dall'interessante e puntuale Troppo rivoluzionario del curatore Alessandro Bruciamonti)
  • "Poesie", Vladimir Majakovskij, BUR, 2008 (che contiene la tragedia Vladimir Majakovskij; la poetica dell'autore e il suo teatro vengono ampiamente illustrati nella ricca introduzione di Stefano Garzonio).

Vi lasciamo con uno stralcio del film Baryshnya i khuligan (La signorina e il teppista) del 1918, interpretato dallo stesso Majakovskij, con la regia di Yevgeni Slavinsky. Buona visione!


domenica 4 agosto 2013

"Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde" di R.L. Stevenson

"Sono nato nell'anno 18... Una grande ricchezza insieme con eccellenti doti naturali, una naturale inclinazione al lavoro e il desiderio di essere rispettato dai più saggi e buoni tra i miei simili pareva dovessero garantirmi un futuro brillante e onorevole. In realtà, il peggiore dei miei difetti era un temperamento irrequieto e allegro, che per molti uomini ha significato la felicità, ma che io trovavo difficilmente conciliabile col mio imperioso desiderio di andare a testa alta e di tenere in pubblico un contegno più grave del comune.[...] Giorno per giorno, con tutti e due i lati della mia intelligenza, quello morale e quello intellettuale, mi avvicinai alla verità, la cui parziale scoperta doveva portarmi a un così spaventoso naufragio: che l'uomo non è in verità uno ma duplice. Dico duplice perchè il mio attuale stato di conoscenza non oltrepassa questo limite. Altri seguiranno, altri mi supereranno sulla stessa strada; e azzardo l'ipotesi che l'uomo sarà infine conosciuto come un conglomerato di svariate entità, incoerenti e indipendenti l'una dall'altra."
Il Dr. Jekyll è uno scienziato brillante, un'intelligenza al di sopra della norma, serio fino alla seriosità, curioso fino all'ossessione, ambizioso fino al delirio di onnipotenza. Un'anima, già così complessa, è gravata da un altro peso insostenibile: la dissolutezza morale, la spasmodica ricerca del piacere e della trasgressione.
Un'anima duplice, divisa tra la morigeratezza e la sfrenatezza. Un caso in fondo non così "strano", se non fosse per il fatto che Jekyll decide di risolvere il suo tormento interiore, attraverso un esperimento scientifico "mistico" e "trascendentale": separare le sue due nature in conflitto.
"Se ciascuno di essi, mi dicevo, potesse essere chiuso in entità separate, la vita sarebbe stata priva di tutto ciò che è insopportabile; il malvagio se ne andrebbe per la sua strada, liberato dalle sue aspirazioni e dal rimorso nascenti dal confronto col suo gemello buono; e il giusto percorrerebbe tranquillo e sicuro il suo nobile sentiero, compiendo il bene che è il suo piacere e non più esposto al disonore e al castigo per i soprassalti di esterne forze diaboliche. Era la maledizione dell'umanità che quegli elementi fossero così legati insieme; che nell'agonizzante matrice della coscienza questi due gemelli nemici dovessero essere perpetuamente in guerra."
Dr. Jekyll crea Mr. Hyde , o meglio, attraverso una composizione chimica espelle Mr.Hyde da se stesso, rendendolo una persona autonoma, aggirando il problema del giudizio morale, privato e pubblico, e concedendosi il piacere della trasgressione, liberando tutte le sue pulsioni represse. Mr Hyde è di costituzione piccola, gracile, il passo claudicante, il suo volto esprime una deformità, una mostruosità, che non è possibile individuare in un particolare tratto del volto. Non si saprebbe dire il perchè, ma il volto di quell'uomo è inquietante, terrorizzante. La vera mostruosità di Hyde è la sua anima.
Jekyll si illude che le sue due nature si siano finalmente dette addio; tuttavia, l'unione paradossale, assurda, inaccettabile per una mente geniale e razionale come quella del dottore, è ancora più forte dopo l'esperimento, e sarà evidente nell'esito tragico di questa storia.
Stevenson ci mette di fronte alla struttura manichea della natura umana, alla sua essenziale contraddittorietà: se esistono il bene e il male, l'uomo può essere collocato nell'intersezione tra i due. E per quanto la morale puritana cerchi di reprimere il male, di rendere rachitico l'uomo maligno che è dentro di noi, non potrà mai essere eliminato; un solo errore, un solo cedimento, una piccola tentazione, ed ecco che Mr. Hyde è pronto ad uscire allo scoperto e a crescere, a diventare sempre più forte e robusto. Attraverso le immagini, i cambiamenti fisici di Mr. Hyde, l'autore ci racconta la storia di un uomo probo che non potè resistere al fascino del male.
Un aspetto interessante del romanzo è quello delle possibilità d'intervento della scienza sulle questioni fondamentali per l'uomo. Stevenson condanna la hybris di Jekyll: la ragione scientifica, la "manipolazione genetica", non possono in alcun modo risolvere il problema del male nell'uomo. La scienza deve imparare a conoscere i suoi limiti: l'avanzare irrefrenabile del progresso scientifico, può portare anche ad esiti tragici, devastanti.
L'uomo non è padrone di se stesso: è duplice, malvagio e benevolo, ma potrebbe anche possedere più di due nature, potrebbe caratterizzarsi per un numero infinito di nature che lo compongono. Dalla duplicità di Stevenson, ma anche de Il ritratto di Dorian Gray, fino alla frammentazione dell'Io di Uno nessuno e centomila.
E non è padrone di ciò che crea: la creatura si ritorce sempre contro il creatore. La letteratura, ma non solo, cerca di mettere in guardia la scienza, di dissuaderla dall'essere tracotante, basti pensare a Frankenstein di Mary Shelley, a Cuore di cane di Bulgakov, ad HAL 9000 di 2001 Odissea nello spazio.
L'ultimo capitolo, "La completa relazione del caso scritta da Henry Jekyll", è sicuramente il più accattivante ed interessante di questo romanzo, semplice, breve, ma denso e pieno di spunti di riflessione.

"Mary Reilly", film del 1996, ispirato allo "Strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde"






"Il segreto di Joe Gould" di Joseph Mitchell


«Mi permetta di presentarmi. Mi chiamo Joseph Ferdinand Gould, laureato a Harvard magna cum difficultate, classe 1911, presidente del consiglio d'amministrazione della Buona e Cattiva Sorte S.p.A. In cambio di un bicchiere reciterò una poesia, terrò una conferenza, sosterrò una tesi, oppure mi toglierò le scarpe e farò l'imitazione del gabbiano. Preferisco il gin, ma va bene anche la birra.»

Joseph Mitchell non è noto come scrittore. La sua fama è strettamente legata ai profili che scriveva per lo New Yorker. Nel 1942 scrisse, appunto per il giornale, un profilo intitolato: "Il professor Gabbiano". I profili non erano racconti di fantasia, ma ritratti di persone reali che Mitchell scopriva per caso e sulle quali poi indagava, mettendo insieme interviste, racconti, dati biografici. Negli anni '40 viveva al Greenwich Village di New York un bohémien molto famoso, quasi un'istituzione in città. Si chiamava Joe Gould.



«Era un ometto bizzarro, squattrinato e inadatto a un qualsiasi impiego, che giunse in città nel 1916 e tenne duro, a furia di sotterfugi ed espedienti, per più di trentacinque anni».

Fin da bambino era sempre stato considerato da tutti «un nanerottolo, un tappo, un omuncolo, una mezza cartuccia, una larva» e fin dall'infanzia era approdato ad una soddisfacente definizione di se stesso come «"ambisinistro", cioè mancino da entrambe le mani».
Il libro "Il segreto di Joe Gould" raccoglie quel primo profilo risalente al '42 e un secondo profilo, molto più ricco, scritto nel 1964, poco dopo la morte di Gould. Mitchell lo aveva conosciuto in occasione del primo profilo, e solo nel corso degli anni era venuto a conoscenza di quel "segreto" tragico, abnorme, che sarà oggetto del secondo scritto, e che doveva attendere la morte di Gould per essere rivelato.
Il risultato dei due profili riuniti è un libro di una straordinaria vivacità, che ritrae con incredibile vividezza un personaggio splendido, che si conficca nel cuore e stimola potentemente l'immaginazione. Una donna intervistata da Mitchell disse che l'inconscio di New York cercava di parlare a tutti loro attraverso Joe Gould.
Sì, perché Gould non è solo un senzatetto scroccone ed eccentrico. Non è semplicemente un mattacchione che va in giro ballando la ridda selvaggia imparata presso gli indiani Chippewa,

o che durante una festa noiosa attira l'attenzione iniziando a sbattere le braccia stridendo come un gabbiano. Gould è essenzialmente un nocciolo vivo di linguaggio e la sua storia è inscindibile dalla sua opera.
Joe Gould era il rampollo di una famiglia conosciuta e prestigiosa, nipote e figlio di chirurghi ed insegnanti di medicina ad Harvard. Da bambino si lasciò incanalare verso gli studi di medicina, ma raggiunta la maggiore età approdò ad una ferma decisione, che comunicò alla madre: non intendeva più studiare, ma "vagabondare e meditare". Andò a Long Island e lì si interessò di eugenetica. Entrò in contatto con l'Eugenics Record Office di Cold Spring Harbor e nel 1916 andò in North Dakota a misurare la testa di cinquecento indiani Mandan e un migliaio di Chippewa. In mancanza di finanziamenti che gli permettessero nuovi vagabondaggi nelle riserve, fu costretto (ameno per un po') a cercare lavoro a New York. Una mattina, mentre era intento a fare pausa stravaccato al sole, fu folgorato dall'ispirazione. Un'opera straordinaria, la Storia Orale del nostro tempo, si delineò per la prima volta nella sua mente. Allora mollò il lavoro e si buttò anima e corpo nella nuova impresa, perché solo una vita da senzatetto e disoccupato poteva garantirgli il tempo e la possibilità di intraprendere quel lavoro titanico.



«"Da quella fatale mattina" ha detto una volta in un momento di esaltazione "la Storia orale è stata la mia corda e la mia forca, il mio letto e la mia mensa, la mia sposa e la mia sgualdrina, la mia ferita e il sale sulla ferita, il mio whisky e la mia aspirina, la mia roccia e la mia salvezza. È l'unica cosa al mondo di cui m'importi qualcosa. Tutto il resto è ciarpame

La Storia Orale è una raccolta di conversazioni origliate in tram, per strada, nei locali notturni. Comprende saggi, articoli, considerazioni. È uno zibaldone di pensieri, racconti autobiografici, trascrizioni di storie riferite o vissute o tramandate o rubate. È un'opera chilometrica che occupa decine di quaderni conservati in diversi punti della città, affidati a diversi amici. Ed è un'opera che cresce continuamente a vista d'occhio, ed è scritta rigorosamente a mano.


«"William Shakespeare non martellava mica i tasti di uno schifoso aggeggio da novantacinque dollari" ha scritto Gould "e non lo farà neanche Joe Gould."»

La Storia Orale è variegata, è ricca, è enorme. I capitoli hanno titoli come: "La terribile moda del pomodoro, ovvero state attenti! State attenti! Abbasso il Dott. Gallup!", "Brillo come un grillo, ovvero come misurai la testa di 1500 indiani a temperatura zero" e "Echi dalle sale di servizio del Bellevue" (capitolo ambientato in una clinica e suddiviso in parti intitolate: "Operazioni e amputazioni spettacolari", "Morti orrende", "Dottori sadici", "Dottori alcolizzati", "Dottori drogati", "Dottori donnaioli", e "le cose strane che si trovano durante le autopsie".)

Il proposito di Gould è ritrarre esattamente, in modo quasi fotografico, la New York dei suoi tempi. Senza alcuna modestia, intende creare un'opera esauriente e attendibile, un'autentica testimonianza storica.



«"In futuro" disse in un'altra occasione "la gente leggerà la Storia orale di Gould per capire che cosa non ha funzionato nella nostra civiltà, un po' come oggi leggiamo Gibbon per capire la decadenza e la caduta dell'Impero romano

E il suo obiettivo è perseguito con costanza, con totale devozione. Una sera salì sul vagone della metropolitana, si aprì un quaderno sulle gambe e continuò a scrivere senza pause fino al mattino.



«"Quando sono uscito dalla metropolitana" dice Gould "tossivo e starnutivo, avevo gli occhi che mi bruciavano, le ginocchia che mi tremavano, una fame da lupo, e in tasca esattamente otto centesimi. Ma non me ne importava un fico. La mia storia si era allungata di undicimila parole nuove di zecca, e scommetto che in quel momento non c'era in tutta New York un banchiere più felice di me."»

Gould è un personaggio davvero straordinario. Suscita un calore e un'emozione intensi il pensare che ogni cosa riferita da Mitchell sia reale, attribuibile ad una persona realmente vissuta. Una persona pittoresca, controversa, che cavalcò per tutta la vita il limite tra la vita e la leggenda metropolitana (e solo chi leggerà fino alla fine per scoprire il suo segreto saprà fino a che punto e potrà cogliere tutta la tragicità e l'enormità di quest'uomo incredibile). Scrive Mitchell:



«Gould è ossessionato dal timore di morire prima di aver portato a termine la prima stesura della Storia orale. È già lunga come undici Bibbie. Gould calcola che il manoscritto comprenda nove milioni di parole, tutte scritte per esteso. Non è escluso che si tratti dell'opera inedita più lunga che esista.»

Gould è uno straccione, indossa abiti presi in prestito o ricevuti per carità. Non sopporta l'idea di possedere denaro. Quando eredita un migliaio di dollari dalla madre, inizia a offrire disperatamente da bere a conoscenti e sconosciuti e non si dà pace prima di aver dilapidato la cifra ricevuta fino all'ultimo dollaro. Mangia a scrocco, a volte chiede ospitalità per la notte; si imbuca alle feste e alle mostre; si atteggia a grande intellettuale, senza la minima modestia, e stronca scrittori e poeti che giudica inferiori senza alcuno scrupolo. Si è costruito un ego gigantesco. «Probabilmente la penso così perché soffro di manie di grandezza. Sono convinto di essere Joe Gould.» scrive. E la sua enorme eccentricità si unisce al disprezzo che nutre per gran parte degli altri intellettuali, pseudo-intellettuali ed intellettualoidi del Village e non solo, ed emerge da aneddoti come quello in cui:


«Rovesciò indietro la testa e cominciò a stridere e a trillare e a gracchiare e a miaulare e a rugliare e a gloglottare e a schiamazzare e a crocidare, inframmezzando i suoni con sputacchi occasionali [...]» per poi dire che «Henry Wadsworth Longfellow si traduce molto bene nella lingua dei gabbiani. [...] Tutto sommato, se devo essere sincero, credo che suoni meglio nella lingua dei gabbiani che in inglese

Joe Gould è una figura così straordinaria da non potersi certo riassumere in un post. Anzi, temo che questa mia breve rassegna lo abbia banalizzato. Credo che il libro di Mitchell gli renda compiutamente giustizia e onestamente non posso che invitare chiunque a leggerlo. Personalmente, ritengo questo libro uno dei più belli che io abbia mai letto. Generalmente i libri possiedono dei picchi di gradevolezza, di interesse o di spirito. Questo non vale per Il segreto di Joe Gould, e non avevo mai trovato un libro del genere: Mitchell mostra un talento davvero straordinario nello stilare una cronaca dettagliata e brillante, vivida e potente. Non ci sono picchi, non ci sono alti e bassi. L'intero libro è omogeneamente splendido, e isolare poche citazioni come ho fatto in questo post è davvero difficile ed arbitrario.
La storia di Joe Gould è divertente e insieme profondamente drammatica. È una finestra spalancata sul mondo disperato ed incerto dei senzatetto, dei soli, degli abbandonati; è un ritratto di una New York pulsante e piena di contrasti; è l'immagine di un'epoca che si avviava a passi da gigante dalla modernità all'attuale società atomizzata e cinica. È il racconto di grandi fermenti culturali e artistici, è uno spaccato fedele, coinvolgente e decisamente interessante di una società contraddittoria. Soprattutto, è un insieme di vissuti personali intensi, sulla scia di una figura ribelle e incontentabile, ambiziosa e disperata. A Joseph Mitchell l'enorme merito di avercela tramandata.
La Storia Orale di Joe Gould, il più ampio progetto editoriale mai intrapreso, è un sogno ad occhi aperti; è il racconto corale di una New York che scelse di incarnarsi in uno dei suoi cittadini più piccoli e dimessi; è una sfida lanciata alla creatività di ognuno, è un invito traboccante di poesia.




Nel 2000 Stanley Tucci ha diretto il film "Il segreto di Joe Gould", tratto da questo libro straordinario, e interpretato da Ian Holm.
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