domenica 26 maggio 2013

"Lady Susan" di Jane Austen

Lady Susan è una vedova non più giovanissima ma ancora molto affascinate, dai modi aggraziati e accattivanti ma dalla pessima reputazione. Di lei si dice «non si limiti alle oneste civetterie di cui si accontentano i più, ma aspiri al sottile piacere di togliere la pace a un'intera famiglia». E per una volta, le dicerie sono fondate.
Attraverso un rapido botta e risposta di lettere piene di pettegolezzi, spulciando nell'immaginaria corrispondenza dei personaggi, il lettore si trova immerso bruscamente nel pieno di un'intricata situazione sentimentale, che coinvolge diverse famiglie e fa versare fiumi di inchiostro e di veleno: Lady Susan, che ha sedotto l'affascinante ma coniugato Mr Manwaring, si insedia a casa della cognata, Mrs Vernon (che la odia, dal momento che proprio Lady Susan cercò con ogni mezzo, anni prima, di far desistere il cognato dal proposito di sposarla) e anche lì semina zizzania. Cerca di sedurre il fratello della cognata, Reginald De Courcy, ma contemporaneamente scrive all'amica Alicia: «Mia carissima amica, mi rallegro con te per l'arrivo di Mr De Courcy e ti consiglio senz'altro di sposarlo; è noto che i possedimenti di suo padre sono considerevoli e, ne sono certa, inalienabili.»
Ma Lady Susan non si occupa solo di civettare con ogni uomo che le capiti a tiro: si interessa anche dell'educazione della figlia adolescente, Frederica.

«Non è che mi trovi d'accordo con la moda attuale di conseguire una perfetta conoscenza delle lingue, delle arti e delle scienze; è tempo sprecato: essere maestre di francese, di italiano, di tedesco, di musica, di canto, di disegno ecc., può concedere a una donna un certo plauso, ma non aggiungerà un solo amante alla sua lista. [...] Non pretendo, quindi, che l'istruzione di Frederica oltrepassi la superficialità e mi soddisfa l'idea che non rimarrà a scuola così a lungo da imparare qualcosa per intero. Spero piuttosto di vederla maritata a Sir James entro un anno.»

Altra questione che preme alla protagonista: imparentarsi con Sir James, un uomo che la stessa Lady Susan ha sedotto per allontanarlo dalla sorella del suo spasimante Manwaring, e adesso cerca di riciclare come marito per la giovane figlia che non vuole saperne nulla.

«Altre madri avrebbero insistito perché le loro figlie accettassero all'istante un partito così buono, ma io non mi sono sentita di imporre a Frederica un matrimonio contro il volere del suo cuore, e invece di adottare una misura così drastica, ho semplicemente fatto in modo di renderle la vita insopportabile, cosicché sia lei ad accettarlo di sua volontà. Ma adesso basta con questa fastidiosa ragazza.»

Il breve romanzo epistolare delinea una protagonista stupefacente: straordinariamente odiosa ma anche straordinariamente credibile. Jane Austen ritrae con chirurgica precisione uno spaccato del mondo borghese e provinciale a cavallo tra Settecento e Ottocento. Lasciandoci curiosare nella corrispondenza del suo serraglio di civette, vittime e pettegoli, ci introduce meravigliosamente in un ambiente alla moda e "perbene", ma che nasconde intimità e intenzioni ributtanti. I borghesi, i latifondisti, le donne in età da marito si mostrano in "Lady Susan" portatori di ogni vizio, ben celato sotto una coltre di raffinatezza e buone maniere: persone fedifraghe, false, subdole, opportuniste, intriganti, maldicenti e malpensanti, invidiose. Lady Susan, in particolare, è un personaggio imperdibile, forse il più odioso e spregevole di cui io abbia mai letto. Non solo donna impudica e fintamente irreprensibile (quel che si dice un'acqua cheta o, meglio ancora, una gattamorta), ma infida anche come cognata e parente; madre snaturata, egoista e noncurante, capace solo di disprezzare la figlia e di ritenerla perfino una rivale in amore (richiamando molto il paradigma di madre borghese sapientemente proposto, ad esempio ne "Il Ballo" da Irène Némirovsky). Ovviamente, anche nelle relazioni amorose Lady Susan si mostra disonesta, vendicativa e calcolatrice. Dopo aver battibeccato con Reginald e averla infine avuta vinta, scrive all'amica Alicia:

«Non posso perdonare una tale prova di orgoglio neanche di fronte alla sua attuale umiliazione, e non so decidermi se punirlo lasciandolo immediatamente dopo la nostra riconciliazione, oppure sposandolo e torturandolo per sempre.»


In questo libriccino arguto e pungente, Jane Austen ritrae senza scrupoli un ceto sociale a cui apparteneva ma che, forse, disprezzava intimamente. Con un atteggiamento che è stato definito "femminista ante litteram", documenta e in qualche modo ridicolizza la mentalità piccolo-borghese per cui conta solo accasarsi col partito migliore, tutelando il patrimonio e il buon nome della famiglia, anche quando le apparenze nascondono vizi e disonestà.
Temevo di trovare pesante la lettura di Jane Austen, ma non è stato affatto così. "Lady Susan" è un libro piacevolissimo e curioso, che si legge davvero con piacere.

venerdì 24 maggio 2013

"Educazione siberiana" di Nicolai Lilin

«Sarà un assassino, questo, è della nostra razza, che il Signore lo aiuti.»



Ebbene sì, lo confesso: ho letto questo libro perché mi ero innamorata del film diretto da Gabriele Salvatores, proiettato nelle sale pochi mesi fa. Un film imperniato su alcuni elementi primordiali, capaci di smuovere le corde più profonde e viscerali dell’anima, di stupire e perturbare: l’amicizia e la morte, l’assassinio in nome di un codice etico, un amore impossibile, la vendetta, la tradizione, la guerra. “Educazione siberiana” è una storia (l’Einaudi la definisce “un’epopea criminale”) caratterizzata dalla semplicità e da una straordinaria vividezza, caratteristiche che non solo non sono opposte, ma si coimplicano a vicenda. Questo è vero per il libro ancora più che per il film. Le due opere, quella letteraria e quella cinematografica, sono profondamente diverse ma entrambe belle e degne di essere conosciute.

Il libro, come ho detto, è fortemente caratterizzato dalla semplicità, innanzitutto stilistica. La scelta di Nicolai Lilin (giovane di origine siberiana, nato e cresciuto in Transnistria, di madrelingua russa) di scrivere questo libro direttamente in lingua italiana è stata molto coraggiosa: da un lato, ne emerge uno stile un po’ innaturale, ma dall’altro lato non si può che provare un’immediata simpatia per lo sforzo compiuto dall’autore. Effettuare una traduzione è sempre un lavoro delicato e arduo, ma scrivere direttamente in una lingua straniera, costringere i propri pensieri ad aderire ad una struttura sintattica diversa da quella materna è una forzatura che necessariamente impoverisce i periodi, li abbrevia, semplifica concetti e descrizioni, nonostante l’evidentemente ottima conoscenza della lingua e il nutritissimo vocabolario. In ogni caso, la forzata semplicità stilistica non impoverisce il testo, ma si sposa bene con l’età del protagonista, che per buona parte del romanzo è un bambino o un ragazzino.
Educazione siberiana” è la storia di questo piccolo protagonista, Nicolai Kolima, e della sua crescita; ma attraverso di lui, è la narrazione di una regione, la Transnistria, e della comunità di origine siberiana (gli Urka) che lì ha messo radici dopo le deportazioni dei criminali appunto siberiani sotto il regime stalinista. Attraverso gli aneddoti raccontati in prima persona da Kolima, il lettore si trova immerso in un’esposizione etnografica minuziosa, sebbene leggera, e del tutto autentica perché vissuta. L’uso delle armi, la loro collocazione in casa, i complessi rituali che ne determinano l’uso, e poi le rigide norme che regolano le interazioni sociali (tra minorenni e adulti, tra criminali di diverse caste o zone, tra criminali e sbirri, tra siberiani e “contaminati”, ossia uomini che per qualche colpa hanno perso il loro status di “criminale onesto”), la ricca tradizione dei tatuaggi: tutto è illustrato con naturalezza e autenticità, e risulta estremamente curioso e perfino esotico per un lettore italiano.
“Educazione siberiana” riproduce attraverso i ricordi di un ragazzino le tradizioni autentiche della sua terra, che già iniziavano a sfibrarsi negli anni ottanta, ai tempi dei fatti narrati, e di cui oggi non restano che strascichi contaminati da altre culture e altri modus vivendi, primo tra tutti lo stile di vita filo-statunitense, suffragato dall’avvento del consumismo post-sovietico. La comunità siberiana in cui Kolima è nato, di contro, si basa su un codice etico ricchissimo di norme e rituali, ma imperniato su valori estremamente semplici ed antichi: i siberiani sono fratelli tra loro e amici degli altri criminali che siano “onesti” (cioè che si attengano alla tradizione, senza lasciarsi influenzare, ad esempio, dallo stile di vita dei criminali europei che consente di fare soldi anche attraverso attività considerate disonorevoli, come l’estorsione, il ricatto, lo sfruttamento della prostituzione); gli individui più deboli (le donne incinte, gli anziani, i disabili, i malati di mente o “Voluti da Dio”, in quanto caratterizzati da una peculiare purezza che li rende migliori dei sani di mente) sono fortemente tutelati dai membri più sani e più forti; non si deve ostentare la propria eventuale ricchezza, ma bisogna vivere nella massima umiltà e modestia, vestendo sobriamente.
Un ragazzino cresciuto con una tale mentalità, una volta maggiorenne, resta spaesato dal confronto con la società esterna, consumistica e capitalistica, soprattutto scevra da quella gran quantità di scrupoli etici che caratterizzano la tradizione criminale siberiana: 

«la gente mi sembrava cieca e sorda ai problemi degli altri e persino ai suoi stessi problemi. […] le persone alla fine rimanevano divise, senza avere niente in comune, senza provare il piacere di condividere le cose […] tutti erano pronti a giudicarti, a criticare la tua vita, ma poi loro stessi non andavano oltre le serate davanti alla televisione, la voglia di riempire il frigo con cibo buono e a poco costo, di ubriacarsi tutti insieme alle feste di famiglia, invidiare i vicini e cercare di essere a loro volta invidiati. Macchine belle, preferibilmente straniere, vestiti uguali per essere come tutti gli altri, sabato sera al bar del paese per farsi belli, bere una birra in lattina prodotta in Turchia, raccontare agli altri che tutto è a posto, che “gli affari” vanno bene, anche se sei solo un umile lavoratore sfruttato e non sei capace di vedere la vera realtà della tua vita.» 

Locandina del film prodotto da
Cattleya. Nei panni di nonno Kuzya,
lo straordinario John Malkovich.
Il ruolo di Kolima è interpretato
dal giovane Arnas Fedaravicius.
Ma la narrazione di Kolima (fortemente autobiografica) non è solo un nostalgico affresco dei tempi andati, né una buonistica presentazione della comunità criminale siberiana come un idillio di fraternità e amicizia simile al villaggio dei Puffi: al contrario, tutta la violenza che coesiste accanto alle norme etiche e alla solidarietà tra fratelli emerge nello scontro con i criminali di altre comunità o con i rappresentanti delle forze dell’ordine, invariabilmente e con disprezzo (in quanto mastini di un governo oppressivo, repressivo ed invadente) chiamati “sbirri”. Fin dalla più tenera età, Kolima fa esercizio nell’uso della picca, il coltello da usare nel corpo e corpo, e successivamente delle pistole; impara a costruire delle molotov casarecce; fa esperienza del contatto con cadaveri di morti annegati o uccisi; si trova coinvolto in risse descritte con tremenda crudezza; sperimenta il prima persona il dolore fisico, anche attraverso ferite piuttosto gravi. Non vengono risparmiati i dettagli più crudi e la lettura di alcuni passi è davvero dura, soprattutto considerata la giovane età dei personaggi. Particolarmente cruda è la narrazione dei mesi che il giovane Kolima trascorre in un carcere minorile (l’esperienza della galera è normale amministrazione nella comunità criminale, e scontare qualche pena al fresco fa parte della regolare ratio studiorum o percorso formativo dei giovani), in condizioni del tutto irrispettose della dignità umana, tra violenze e soprusi di ogni tipo.
Accanto alla semplicità e alla crudezza, un terzo ingrediente emerge dal composto “Educazione siberiana”: una vena leggera di catarsi poetica, una presa di posizione più puramente etica e lucida. Il piccolo Kolima, seppur cresciuto in un full immersion di violenza, educato alla lotta e alla vendetta, dimostra un’inclinazione riflessiva e si sorprende di scoprire che le faide di gruppo e lo spargimento di sangue non risolvono i problemi, né ripagano dei torti subiti.

«Nella mia testa giravano tante cose, un misto di ricordi e di sensazioni rauche, come se mi fossi lasciato dietro qualcosa di non finito, o di eseguito male. Era un momento triste per me, non provavo nessuna soddisfazione. Non riuscivo a smettere di pensare a quello che era accaduto a Ksjuša. Impossibile sentire la pace.
Qualche tempo dopo ne ho parlato con nonno Kuzja.

- Era giusto punirli per quello che hanno fatto, - gli ho detto, - però punendoli non abbiamo aiutato Ksjuša. Quello che mi tortura ancora è il suo dolore, contro il quale tutta la nostra giustizia è stata inutile.
Lui mi ha ascoltato attentamente, poi mi ha sorriso e mi ha detto che io dovevo ripercorrere la strada del fratello maggiore di mio nonno, e cioè andare a vivere da solo nei boschi, in mezzo alla natura, perché ero troppo umano per vivere in mezzo agli uomini.
»


Chi intenda leggere questo libro spinto, come me, dall’enorme suggestione del film, si prepari a trovare tra le pagine qualcosa di profondamente diverso ma affatto meno bello. “Educazione siberiana” è un libro semplice e potente, una lettura coinvolgente e scorrevole, una finestra socchiusa su un mondo di folklore che non conoscevamo prima che Nicolai Lilin eleggesse l’Italia a sua nuova patria e la letteratura italiana a suo luogo espressivo. E dico con piacere che il nostro Paese e il suo panorama editoriale, a mio parere, hanno fatto con lui un buon acquisto.

domenica 19 maggio 2013

"La pietra" di Ernesto Che Guevara

"La storia sta per cominciare", una biografia
per immagini. Un libro coinvolgente e
interessante: documenti, lettere, interviste,
appunti di lettura, racconti e poesie, note
di viaggio, considerazioni politiche e
soprattutto tante foto, scattate dal Che
(appassionato fotografo) o che lo
immortalano in compagnia di parenti,
amici e compagni guerriglieri..
Il Comandante Che Guevara non era solo un guerrigliero, né, come lo definirono, un libertador (titolo che comunque rifiutò, affermando che sono i popoli a liberarsi da soli). Studente di medicina, viaggiatore avventuroso ed instancabile, fotografo curioso, «poeta fallito» (come si definì nello scambio epistolare con León Felipe)... Era una persona poliedrica: audace e carismatico (quel che si dice un uomo d'azione) ma anche creativo e colto. Lettore insaziabile, tra le sue letture troviamo i «mattoni sovietici», i vangeli del partito comunista, Marx, Engels, Trockij, ma anche filosofi dialettici, materialisti e idealisti come Democrito, Leucippo, Hegel; i teorici del capitalismo (è proprio di persona intelligente voler "sentire le due campane") come Marshal, Keynes e Schumpeter; e poi poeti e scrittori, su tutti Goethe e «Pablito» Neruda.
Leggeva e scriveva molto, oltre ad esprimere la propria vocazione artistica attraverso la fotografia (che peraltro, in alcuni momenti della sua vita, gli diede da vivere): variegati e curiosi i suoi scatti delle rovine incaiche di Palanque e Machu Picchu, dei paesaggi congolesi, tanzaniani e asiatici, i suoi diversi autoritratti.
Il libro "La storia sta per cominciare", oltre a una serie nutrita di epistole, carteggi e stralci delle sue diverse opere ("Notas de Viaje", "Otra Vez", "Guerra de guerrillas"), raccoglie alcuni brani poeticamente notevoli, che mettono in luce non solo l'intelligenza di Che Guevara (che emerge anche dai testi scarni di natura politica e dalla sagacia con cui di barcamenava tra giornalisti e intervistatori) ma la sua sensibilità artistica. Tra i racconti, "Il dubbio" (dall'impianto solidamente narrativo) e "Il cucciolo assassinato" (un episodio reale appena sviluppato). Il più pregevole, forse, è proprio "La pietra".
Scritto in Congo nel 1965, il racconto prende le mosse da una tragica telefonata. Il compagno Osmany Cienfuegos informa il Comandante che le condizioni della madre Celia sono gravi.
«Non mi nascose la preoccupazione o il dolore, ma io cercai di non mostrare né l'una né l'altro. Fu così facile!» Che Guevara riceve la notizia come un presagio, più funesta di quel che appare: crede sia una mossa preparatoria, cui seguirà l'annuncio della morte. «Non rimaneva che aspettare. Con l'arrivo della notizia ufficiale avrei deciso se avevo il diritto o meno di mostrare la mia tristezza. Ero propenso a pensare di no».
A ricevere la notizia funesta non è il figlio o l'uomo, non è il giovane Ernesto, ma è il Comandante. Immediatamente sorge la distrazione (pensare alle previsioni del tempo, la pioggia che cesserà presto e la siccità che seguirà) e prova a frapporsi tra Che Guevara e la notizia appena incassata. Lui la mette da parte, la relega nella parte più intima di sé, quella assolutamente invisibile ai suoi uomini. Si irrigidisce, si pietrifica, perché «il capo è impersonale; non che gli si neghi il diritto di provare dei sentimenti, semplicemente non deve mostrare che prova sentimenti suoi; quelli dei suoi soldati, forse». Per quanto la notizia sia sconvolgente, per quanto il dolore possa essere intenso, «Mi chiesi se si poteva piangere un po'. No, non si doveva».
Nella prima parte del racconto (il cui manoscritto occupava una decina di pagine di appunti disordinati) è questo il Che Guevara che si mostra al lettore.
Suscita ammirazione ma soprattutto soggezione. È un guerrigliero temprato dalla lotta, è un capo disposto e capace di farsi violenza nel modo più crudele (negando la propria umanità nel mettere a tacere la sofferenza filiale e il dolore del lutto incombente) pur di mostrarsi solido davanti ai propri uomini.
Che Guevara si impone una stoica aponia, e ancora si rifugia nella distrazione, fumando la pipa.


«Osservando i percorsi del fumo si può eliminare qualsiasi distanza, direi che addirittura si può credere ai propri piani e sognare la vittoria senza che sembri un sogno, ma solo una realtà che appare vaporosa per la distanza e le nebbie che avvolgono sempre i percorsi del fumo.»

Riflessioni sulla morte, sulla sopravvivenza specifica oltre la morte individuale, sul rapporto conflittuale che un figlio (suo figlio) potrebbe avere con la proiezione di un padre defunto con cui doversi misurare senza uno scambio reale. E poi un soldato, candidamente, interrompe il filo dei suoi pensieri.

«"Ha perso qualcosa?"
"Nulla." [...]
"E questa pietruzza? Ho visto che l'aveva nel portachiavi."
"Oh, cazzo.

L'edificio di superficiale imperturbabilità si sfalda. L'insensibilità fittizia di Che Guevara si sfalda e frantuma di fronte all'eventualità di avere smarrito una pietruzza.
Ha tutte le cose necessarie con sé: l'inalatore (quella contro l'asma è una delle sue battaglie fin da piccolo), le penne, i taccuini, l'accendino, l'indispensabile pipa. Quanto agli oggetti futili ma dal grande valore simbolico, «in guerra avevo portato con me solo due piccoli ricordi; il fazzoletto di garza, di mia moglie, e il portachiavi con la pietra, di mia madre». Il timore di avere smarrito la pietruzza, un oggetto «di poco valore, ordinario» scaraventa il Comandante in quella parte di sé che aveva provato a rinnegare. Gli sbatte in faccia tutta la propria fragilità, lo turba, lo confonde.

«Che ne so. Davvero, non lo so. So solo che provo una necessità fisica di veder apparire mia madre e di piegare la testa nel suo grembo magro, e sentirle dire "mi viejo", con una tenerezza decisa e piena, e sentire la sua mano goffa tra i capelli».

Eppure, lo smarrimento dura solo un attimo. Qualcuno gli rivolge la parola, e Che Guevara chiude il racconto con la propria risposta: «sto aspettando che arrivi l'ordine per vedere se portano del trinciato come si deve. Uno avrà il diritto di fumarsi anche solo una pipa, tranquillo e con gusto, no?...»

Il Comandante ha ripreso il sopravvento, ma non prima che il lettore potesse scorgere la fragilità nascosta dietro la corazza impenetrabile di quello che si dice un eroe.
Il racconto "La pietra" ha la toccante profondità di una confessione intima e sincera: i sentimenti che Che Guevara non ha osato manifestare davanti ai suoi uomini e compagni, il lettore si sente privilegiato di essere chiamato a condividerli. Si instaura una comunione tenerissima con l'uomo nascosto dietro il Comandante e dietro il mito. "La pietra" non è solo un brano vivido e raffinato, ma è emblema della più profonda umanità: nostalgia, smarrimento, solitudine, bisogno di amore e di pace si conservano anche nel cuore del più violento guerrigliero. E commuove leggere la confessione di come anche il Comandante, solido e mitico, uno scoglio di audacia e spirito guerresco, il punto di riferimento degli uomini durante la battaglia, sia stato tanto segretamente vulnerabile da sognarsi bambino, il piccolo Ernesto, cullato e accarezzato dalla propria mamma.

sabato 18 maggio 2013

"Il Grande Gatsby" di Francis Scott Key Fitzgerald

Edizione a 0,99 cent della Newton Compton
"Il Grande Gatsby" è sulla mia mensola da tutta la vita: un libro in edizione economica che ha acquistato mia mamma e che sfoggia, in copertina, la faccia allungata di un giovane Fitzgerald stilizzato. Mai letto. Almeno fino a quando, spinta anche dalla Newton Compton (che l'ha riproposto in edizione super economica, a soli 0,99 cent) e dall'imminente uscita del film (si tratta della quarta trasposizione cinematografica), mi sono affacciata allo sfarzoso mondo dei "Roaring Twenty", i ruggenti anni venti, espressione di una umanità che, avvalendosi di tutta quella espansione dell'industria successiva alla Prima Guerra Mondiale, si volge alla modernità e al progresso nell'arte (si pensi all'art deco), nella musica (il jazz), nel cinema, nell'economia, nell'emancipazione femminile (è il periodo delle maschiette, delle flapper, delle suffragette). Si parla di questo periodo come del periodo del "Grande Sogno Americano": la possibilità, per chiunque (cittadini americani ed emigranti), di approdare ad una condizione di benessere col duro lavoro e l'intraprendenza.
È questo clima chiaramente ottimistico a fare da sfondo al romanzo, ambientato in una Long Island raggiante di feste e di abitazioni lussuose. Nick Carraway, il narratore, si è trasferito da poco nel villaggio (fittizio) di West Egg, all'estremità dell'isola: ha ottenuto un lavoro in borsa e si è accontentato di una modesta casa. Il suo vicino, un certo signor Gatsby, possiede una tenuta mozzafiato in cui si organizzano feste di ogni tipo. È proprio ad una di queste feste che Nick viene invitato. 

"La mia casa era all'estremità dell'uovo, a una cinquantina di metri soltanto dallo stretto, presa tra due edifici enormi [...]. Quello alla mia destra era qualcosa di colossale sotto tutti i punti di vista: una copia accurata di qualche Hôtel de Ville della Normandia, con una torre da una parte, incredibilmente nuova sotto una barba rada di edera ancora giovane, una piscina di marmo e più di venti ettari di prato e giardino. Era il palazzo di Gatsby. [...] Quanto alla mia casa, era un pugno in un occhio, ma un pugno tanto piccolo da essere trascurabile, così avevo il panorama sul mare, una vista parziale sul prato del mio vicino e la rassicurante prossimità di gente milionaria, tutto per ottanta dollari al mese."

Jay Gatsby e Nick Carraway iniziano a coltivare una bella amicizia, ma ben presto si scoprirà che l'ambizione del primo è quella di riconquistare il cuore dell'amata Daisy (la cugina di Nick) che abita col marito Tom nella vicina East Egg, in una casa sul molo ben distinguibile per una lucetta verde che la connota. Solo cinque anni prima la  donna aveva avuto una relazione con Gatsby (all'epoca un ufficiale senza un soldo): alla vigilia della partenza di Jay per la Prima Guerra Mondiale, i due giovani si erano giurati eterna fedeltà, ma tempo dopo Daisy aveva sposato Tom, un famoso giocatore di polo di Chicago. Aveva avvertito Gatsby con una lettera. 

"Perché Daisy era giovane e il suo mondo artificiale odorava di orchidee e piacevolezze, allegro snobbismo e orchestre che battevano il ritmo degli anni, riassumendo la tristezza e la suggestione della vita in nuovi motivetti. Per notti intere i sassofoni piagnucolavano il commento disperato dei Beale Street Blues mentre centinaia di scarpette d'oro e d'argento strusciavano polvere lucente. All'ora grigia del tè c'erano sempre stanze che pulsavano di questa dolce e flebile febbre, mentre facce nuove venivano trascinate qua e là come petali di rosa sospinti da tristi trombe. 
La prima copertina:
un disegno di Francis Cugat
In questo universo crepuscolare Daisy riprese a muoversi con la nuova stagione; d'improvviso stava di nuovo prendendo mezza dozzina di appuntamenti al giorno, e si addormentava all'alba con le collane e lo chiffon dell'abito da sera mischiati a orchidee morenti sul pavimento di fianco al letto. E per tutto il tempo qualcosa dentro di lei spingeva per una decisione. Voleva dare una forma alla sua vita, subito - e la decisione doveva essere presa grazie a una qualche forza - di amore, di denaro, d'indiscutibile praticità - che fosse a portata di mano.
Quella forza prese forma a metà primavera con l'arrivo di Tom Buchanan. [...]La lettera raggiunse Gatsby quando era ancora a Oxford. [...]"

Nick, anche grazie all'intervento di Jordan Baker (che fa "quadrare i conti" perché rappresenta il punto di contatto tra i diversi personaggi) acconsente ad organizzare un incontro a casa sua per far incontrare Daisy e Gatsby, che intraprendono una relazione clandestina. 

"Le prese la mano e quando lei gli sussurrò qualcosa all'orecchio, le si avvicinò in uno slancio di emozione. Credo che fosse quella voce a dominarlo con il suo fluttuante e febbrile calore, perché non poteva superare il sogno - quella voce era un canto immortale. Si erano dimenticati di me, ma Daisy alzò lo sguardo e tese la mano; Gatsby non mi vide neanche. Li guardai ancora una volta e loro ricambiarono lo sguardo, lontani, posseduti da una vita intensa. Allora uscii dalla stanza e scesi i gradini di marmo nella pioggia, lasciandoli là da soli, insieme."

Non si pensi che in questa storia Tom sia solo una vittima: anch'egli, infatti, intrattiene una relazione con Myrtle, la moglie di George Wilson, un meccanico che possiede un'officina sulla strada che conduce a New York.
L'equilibrio si rompe. Un pomeriggio tutti i protagonisti si ritrovano nella stessa stanza e Tom cede alla gelosia: mette alle strette la moglie e Gatsby, che finalmente rende nota la relazione. Povero illuso! Daisy, pur dichiarandogli il proprio amore, non è affatto convinta di lasciare il marito. 

"«Non le chiederei così tanto», m'arrischiai a dire. «Non puoi rivivere il passato».
«Non si può rivivere il passato?», esclamò incredulo. «Certo che si può!»
Si guardò attorno sconvolto, come se il passato fosse in agguato nell'ombra della sua casa, fuori dalla sua portata. 
«Sistemerò tutto com'era prima», disse, annuendo deciso. 
«Lo vedrà».
Parlò a lungo del passato, e compresi che voleva recuperare qualcosa, forse una qualche idea su se stesso, che era finita nell'amore per Daisy. La sua vita era stata disordinata e confusa da allora, ma se riusciva una sola volta a ritornare a un certo punto di partenza e ricominciare lentamente tutto daccapo, sarebbe riuscito a capire qual era la cosa che cercava..."

Il gruppo si sfalda: i due amanti si dirigono a casa di Daisy con l'auto gialla di Gatsby, mentre gli altri (Tom, Nick e Jordan) li raggiungono con l'auto blu di Tom. 
Vicino l'officina di Wilson, un incidente mortale scatenerà una serie di eventi tragici.
Molti sono i riferimenti autobiografici: si pensi, ad esempio, al burrascoso matrimonio di Fitzgerald con Zelda Sayre; oppure al rapporto di odio-amore per la classe agiata. Fitzgerald ne è attratto, ma al contempo ne denuncia la corruzione. In questo senso i grandi occhi del dottor T. J. Eckleburg, sul cartello di fronte all'officina di Wilson, vengono paragonati a quelli di Dio, che "vede tutto". Anche la luce verde del molo di Daisy assume un significato simbolico: è l'emblema del Grande Sogno, sfociato poi nella Grande Depressione e nel Proibizionismo. Gatsby stesso ne rappresenta il fallimento.

" [...] pensai alla meraviglia di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde sul molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per arrivare a questo prato azzurro, e il suo sogno gli doveva essere sembrato più vicino da non potergli più sfuggire. Non sapeva che l'aveva già alle spalle, da qualche parte nella vasta oscurità oltre la città, dove i campi bui della repubblica si stendevano nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, al futuro orgiastico che anno dopo anno indietreggia di fronte a noi."

Un pezzo di storia, dunque, quello che si evince da questo romanzo così ben scritto: una trama intrecciata e ricca di dettagli iridescenti è magistralmente concentrata in nove capitoli del tutto scorrevoli. La tecnica dello scorcio utilizzata da Fitzgerald permette, infatti, di dare elasticità al racconto attraverso omissioni di fatti o riassunti (si pensi a quello di Jordan Baker per spiegare in poche righe la relazione dei giovani Daisy e Gatsby). Un grande classico da leggere e rileggere e, perché no, da vedere al cinema: in questi giorni è in programmazione "Il Grande Gatsby" di Baz Luhrmann con Leonardo Di Caprio, Carey Mulligan e Tobey Maguire. 


Una scena del film del 1974 diretto da Jack Clayton:
nella foto Robert Redford e Mia Farrow
Una scena del film attualmente in programmazione

venerdì 10 maggio 2013

"Memoria delle mie puttane tristi" di Gabriel García Márquez

«L’anno dei miei novant’anni decisi di regalarmi una notte d’amore folle con un’adolescente vergine.»

 Queste sono le prime parole di un curioso narratore, il protagonista delle memorie, un «triste professore» che ammette candidamente di non essersi mai sposato perché le sue puttane non gliene hanno lasciato il tempo. Ha avuto centinaia di donne nella sua vita, tutte rigorosamente mercenarie, a partire dal primo, sorprendente e brusco incontro risalente ai suoi dodici anni. Allo scoccare dei novant’anni, quando il sentore della morte incombente si è fatto così opprimente e triste, il protagonista decide di regalarsi un’esplosione di vitalità fisica, di lasciva voluttà, di pura carnalità, e non può immaginare quel che invece accadrà: per la prima volta nella sua vita, ad un’età in cui non lo credeva più possibile né se lo aspettava, si innamorerà.
L’adolescente vergine che l’amica Rosa Cabarcas, vecchia ruffiana e proprietaria di una casa di malaffare, gli procura non viene chiamata per nome. È «la niña», un puro corpo-merce senza identità né dignità e valore che vadano oltre la spendibilità della sua verginità. Ha un corpo dalla femminilità acerba, lineamenti alteri, segni inequivocabili di povertà e miseria ben visibili sotto il trucco e le ciglia posticce. Eppure, nello squallore della stanza del bordello, il protagonista si rende conto di non trovarsi davanti ad una puttana come le mille altre che ha incontrato nella vita. Battezza la giovinetta Delgadina, come la protagonista della nenia che le canticchia all’orecchio mentre dorme, esausta dopo una giornata del suo onesto lavoro di cucitrice di bottoni.
È sorprendente, per il protagonista prima che per il lettore, come alla tarda età di novant’anni si possa scatenare un sentimento passionale, benché tutt’altro che sensuale, di enorme intensità, di profonda tenerezza e devozione, di trasporto quasi adolescenziale. Per la prima volta, il professore e giornalista pensa ad una donna, a Delgadina, a tutte le ore del giorno. Vive la giornata in funzione del loro incontro notturno, ritrova il suo dolce pensiero nella musica che ascolta, negli articoli di giornale che scrive trasfonde tutta la propria tenerezza e la propria infaticabile passione, dedicando all’amata ogni parola e ogni emozione.
Quando il protagonista è folgorato dall’eventualità che Delgadina possa diventare una delle puttane di Rosa Cabarcas, o peggio, che lo sia già diventata, il tenero amore è sfigurato da disprezzo e violenta gelosia.

 «Un vapore strano mi salì dalle viscere.
“Puttana!” gridai. [..]
Cieco di un’ira insensata, scagliai contro le pareti ogni cosa della camera: le lampade, la radio, il ventilatore, gli specchi, le caraffe, i bicchieri. […] Con l’accecante lucidità della collera ebbi l’ispirazione conclusiva di appiccare il fuoco alla casa, quando apparve sulla soglia la figura impassibile di Rosa Cabarcas in camicia da notte. [..]
"Dio mio!” esclamò Rosa Cabarcas. “Cosa non avrei dato io per un amore come questo!”»

 L’amore è un prisma che trasfigura ogni cosa. L’amore pervade ogni pagina del libro, e lo si può scorgere intaccando appena ogni altro tema e contenuto: la sterile sensualità, la squallida prostituzione, la consapevolezza della vita che fluisce e scivola via, l’ombra perturbante della vecchiaia che avanza, l’amarezza del corpo che decade e si corrompe, la paura della solitudine e della morte. L’amore è la filigrana visibile in controluce ad ogni pagina.
Gabriel García Márquez è uno straordinario narratore dell’amore, della sua forza devastante, del suo modo dolcissimo e tremendo di tormentare chi ne subisce l’influsso. Se “Dell’amore e di altri demoni” racconta a cavallo tra leggenda e fiaba la magia di un amore imprevedibile e rapido, se “L’amore ai tempi del colera” è la cronaca lenta e trascinante di un sentimento capace di resistere incrollabile agli anni e alle amanti passeggere, “Memoria delle mie puttane tristi” è la parabola dell’amore come sentimento che dà vita. È qualcosa in cui il protagonista non credeva, qualcosa che non sperava gli sarebbe toccato in sorte prima o poi e che non attendeva, e che a dispetto dell’età lo colpisce con tutta la sua forza, dandogli dolci sofferenze, pungoli di gelosia, torture di nostalgia, ma anche nuovo vigore, rinnovata passione da infondere nel lavoro, un’inedita capacità di commuoversi, intenerirsi, emozionarsi, lasciarsi travolgere dalle intense suggestioni che rischiava di perdersi. Dopo aver provato l’intensità del sentimento amoroso, anche la paura della morte viene in qualche modo ridimensionata e l’ottica con cui porsi nei confronti del resto della vita e ogni evento cambia radicalmente. Davanti ad un presagio di morte come davanti ad un concerto, l’atteggiamento del protagonista diventa più emozionato e in qualche modo ottimista:

 «Non sentii dolore né paura bensì l’emozione devastante di averlo vissuto

 L’enorme talento con cui García Márquez delinea esistenze intere, dipinge scorci suggestivi come affreschi e vividi come miniature, ricava poesia dalla più cruda umanità non stupisce più. Questo autore straordinario, in questo libro così breve, avanza con il suo pregevolissimo lavoro: quello di suggestionare e affascinare con la bellezza delle immagini e la ricchezza dei personaggi, ma soprattutto quello di mostrare, tramite le debolezze di questi ultimi e i più squallidi dettagli della loro condizione umana, tutta la grandezza dell’animo, i picchi di emozione ed esaltazione di cui è capace, le più struggenti desolazioni in cui può precipitare. Sicuramente García Márquez è uno stupefacente narratore e la liricità con cui sa raffigurare ed esaltare l’uomo è davvero di rara bellezza. E mi sorprende sempre proprio il suo modo inconfondibile, quasi una firma, di esprimere qualcosa di grande ed emozionante attraverso i dettagli e le piccolezze più infimi e sgradevoli (come dimenticare l’uccello i cui escrementi finirono sul ricamo di Fermina Daza nel momento della dichiarazione d’amore di Florentino Ariza, ne “L’amore ai tempi del colera”?) e a volte anche attraverso un linguaggio semplice e turpe. Quanta poesia, quanto struggimento trapela dal volgare e grezzo monito di Rosa Cabarcas?

«Non morire senza aver provato la meraviglia di scopare con amore.»
 

martedì 7 maggio 2013

Tracce di poesia - Alda Merini

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve 
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili 
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.


Alda Merini nasce il 21 marzo 1931 a Milano, con la primavera. Mediana tra i fratelli Anna ed Ezio, terminato il ciclo elementare, frequenta tre anni di avviamento al lavoro per poi tentare l'ammissione al Liceo Manzoni. Non supera la prova di italiano (i paradossi). Un'infanzia e un'adolescenza difficile, forse: la guerra, la povertà, la fuga verso Vercelli dopo un bombardamento che ha distrutto la sua casa. E poi Ettore Carniti, sposato quasi per evadere dalla situazione della famiglia («In questo stanzone stavamo tutti e cinque, accampati, con delle reti, allora sono andata con il primo che mi è capitato perché non ce la facevo più. Avevo 18 anni, dove dormivo scusate? Così poi l’ho sposato, nel 1953. Era un operaio, è morto nel 1983, un lavoratore. Si chiamava Ettore Carniti, io sono zia del sindacalista Pierre Carniti e anche mio marito era sindacalista. Un bell’uomo. Ho avuto quattro figlie da lui. Andavamo a mangiare la minestra da mia madre perché lui non aveva ancora un lavoro. Poi abbiamo preso una panetteria in via Lipari, non è che proprio facevamo il pane, era solo una rivenditoria. Mi chiamavano la fornaretta. Ho avuto la mia prima bambina nel 1955, Emanuela, poi nel 1958 è nata anche Flavia. Avevo 36 anni quando è nata la mia ultima figlia, Simona, e prima ancora era arrivata Barbara»).
Dopo la morte del marito (che la fa ricoverare al "Paolo Pini" di Affori ai primi accenni di debolezza mentale e di depressione), sposa Michele Pierri,  un uomo di trent'anni più giovane, col quale instaura un rapporto di profonda intesa. Con lui si trasferisce a Taranto per quattro anni, fino a quando i figli di lui la allontanano a causa dell'aggravarsi delle condizioni di salute del padre. Un'altra volta la depressione. Un'altra volta il manicomio.
Rientra definitivamente a Milano nel 1986, sulle rive del Naviglio tanto amato, in quell'appartamento che è più un rifugio di memorie, un luogo per abbracciare gli amici barboni a cui lascia, generosamente, il denaro guadagnato con la propria poesia.


A Milano
Era il tempo dell'adorata giovinezza
quando gli alberi schiusi
gemevano tristezza,
era il tempo degli innamorati dolori
e dei sordi frastuoni della terra,
Milano benedetta
patria di sicurissime storie
di frangenti mobili oscuri,
Milano dove è nata la mia poesia
e dove la mia poesia è morta
lungo il Naviglio che geme,
dove la patria Italia ha un riferimento sicuro,
dove vivono Marina e Chiara
dove sono nati i miei figli
dove i miei figli mi abbandonano
giorno per giorno,
dove l'emarginato e il povero 
trovano il suo caldo affetto
dove tutto brilla all'insegna della cultura
e dove le sere sono dolenti
come il mare di Taranto
dove ho lasciato un lungo sconfinato amore
morto di lebbra e di ardente desiderio di rivederti.

La poesia di Alda Merini è una poesia concisa, ma piena di significato. Quando vieni ricoverata per ventiquattro volte in manicomio capisci forse che il peso delle parole è proprio di non aver peso: una poesia eterea, quindi, che cerca di creare un linguaggio fatto di emozioni più che di parole. Il richiamo alle brutture del manicomio è sempre presente, come una ferita che si riapre, come una denuncia che non può diventare àfona. Occorre accostarsi alla vita di questa strabiliante poetessa con molto rispetto: l'internamento al "Paolo Pini" è momento di estremo dolore a cui si associa, però, una forza che annichilisce chi annienta."Di fatto, non esiste pazzia senza giustificazione", scriverà Alda nel diario che ripercorre l'esperienza in manicomio. E "ancora oggi amo i malati di mente": una trasparenza di sguardi, di intenti, di visi attoniti che si schiantano gli uni agli altri, dichiarando inefficace la "cura" dei manicomi.


Al cancello si aggrumano le vittime
volti nudi e perfetti
chiusi nell'ignoranza,
paradossali mani
avvinghiate ad un ferro,
e fuori il treno che passa
assolato leggero,
uno schianto di luce propria
sopra il mio margine offeso.


Non avere più una identità o vederla schiacciata continuamente: Alda Merini si fa portavoce di una realtà immonda, una realtà che soffoca la creatività, che macchia e infetta. Aggrapparsi a quello che si ha o che si può avere (un pacchetto di sigarette allo "spaccio", una dose di Valium per dormire, un'amicizia che si consuma tra i fiori), solo per allontanare il sentimento predominante del manicomio: la colpa. Colpa di non riuscire a dormire, colpa di pisciarsi sotto prima di un elettroshock, colpa di amare. Alda non può accettare la distruzione del suo essere donna e ama, ama, ama. Anche al "Paolo Pini".

«Così, io e Pierre, adagiati sulle rose e sulle spine godemmo del primo amplesso del nostro amore. E fu amplesso che durò millenni, il tempo della nostra esecrazione. E da quell'amplesso senza peccato nacque una bimba. [...] Ciò che noi desideravamo in quel luogo dissacrante era di "creare"; e ci eravamo riusciti, noi due giudicati pazzi avevamo dato vita a una creatura e ora nessuno poteva dividerci. [...] Era quello il primo frutto bello, non intaccato, che usciva da un luogo di alienazione.»


Un lungo silenzio quello della poetessa in manicomio: è il dottor G. a rimetterla alla macchina da scrivere. Lentamente Alda si riappropria della propria essenza rifiutata, rifugiandosi nei suoi versi e nella sua vita, allontanando le brutture dell'internamento e rinvigorendo la propria energia. 



Io sono certa che nulla più soffocherà la mia rima,
il silenzio l'ho tenuto chiuso per anni nella gola
come una trappola da sacrificio,
è quindi venuto il momento di cantare
una esequie al passato.

Una buona lettura a tutti voi:
  • Alda Merini, Vuoto d'amore, Giulio Einaudi Editore, 1991
  • Alda Merini, L'altra verità - Diario di una diversa, Rizzoli, 1997

mercoledì 1 maggio 2013

"Le vendicatrici"

«Il maschio ha (statisticamente) la forza fisica e la rabbia primeva. La femmina ha (visceralmente) l’astuzia ferina e la ferocia premeditata.»

Quando le armi di due acerrimi avversari sono così ben distribuite, chi può risultare vincitore da uno scontro sanguinoso e folle?
Il volume collettaneo "Le vendicatrici" si propone di indagare le possibili e sfumate risposte a questa domanda. La bellissima e colta prefazione di Alan D. Altieri, toglie subito il dubbio che la raccolta sia un collage di luoghi comuni o un'insalata di femminismi e maschilisti degni di una commedia romantica o brillante. No, niente affatto. «La più ancestrale, la più eterna di tutte le guerre», quella tra i sessi, viene indagata nei suoi risvolti più intimi e dolorosi, più violenti, fino allo stupro, all'omicidio, al suicidio, allo splatter più raccapricciante.
Nella raccolta curata da Andrea Coco per la Cut-Up edizioni, le donne (o meglio, le femmine, perché viste e descritte in tutta la propria animale emotività) sono innanzitutto vittime. Violentate, umiliate, offese, oppresse, emarginate. Non solo dal proprio partner o da un qualunque maschio per questioni di natura sessuale: abbiamo fidanzate tradite, ragazze abusate, ma anche lavoratrici sfruttate, licenziate, vittime di mobbing, spinte oltre l'orlo dello squilibrio psichico da mille disagi (bruttezza, deformità, solitudine, schiavitù,
emarginazione sociale, degrado familiare, ambientale e culturale). Solo successivamente, le diciotto protagoniste dei racconti (firmati da diciotto autori diversi e abilmente raccolti) si trasformano a loro volta in carnefici. E, sarà un luogo comune, ma talvolta è vero: «l'inferno non conosce nulla di simile alla vendetta di una donna».
Non che tutte le protagoniste siano delle paladine della giustizia o delle eroine. Al contrario, Andrea Coco spiega che l'antologia da lui ideata doveva imperniarsi (da un punto di vista formale e strutturale) su tre cardini: i racconti dovevano inscriversi in «un contesto narrativo noir», «il personaggio principale non» doveva né poteva essere «un eroe o un salvatore» e infine non dovevano essere previsti «finali liberatori o salvifici». Alcune delle protagoniste possono essere interpretate come delle giustiziere, a modo loro; o almeno come foriere di una vendetta più o meno equilibrata rispetto al torto subito. Altre "vendicatrici" semplicemente eccedono nella violenza, cedono a raptus incontrollabili, indulgono nell'arte sottile (e a volte neanche troppo) della ripicca. Alcune protagoniste suscitano compassione e simpatia, mentre altre disturbano e inquietano. In comune, solo la brama ferina del sangue del proprio nemico.
Due cose mi hanno impressionato di questo libro: la qualità degli scritti e la loro straordinaria varietà.
Non più di quattro racconti mi sono apparsi scialbi e superficiali, e anche tra quelli meno riusciti si può rintracciare qualche pregio e pregevolezza, a livello formale o contenutistico. È il caso di "Dalle sue mani" di Stefano Fantelli, per esempio, di cui non ho potuto non apprezzare l'evidente influenza dei "Freaks" di Tod Browning, anche mediata (immagino) da Sclavi.
Il livello generale dei racconti è alto e la loro lettura è altamente soddisfacente. In particolare, alcuni autori hanno contribuito alla raccolta con dei testi di alto spessore letterario, suggestivi, appassionanti ed evidentemente ben documentati. Uno fra questi è "Strega" di Marco Capelli: il racconto, imperniato su una figura femminile misteriosa ed inquietante, è raccontato da un punto di vista maschile e corale, quello del potestà e di alcuni violenti squadristi. L'ambientazione nord-italiana e fascista è resa magistralmente e resa credibile e impreziosita dai tecnicismi relativi alle automobili, dai dati storici ben conosciuti, dai dettagli misurati e colti.
Altro racconto notevole è "Malagueña" (o "Carajillo") di Andrea Carlo Cappi, ambientato in una Maiorca descritta con straordinarie vividezza e verosimiglianza. Anche questo racconto è evidentemente colto e ricercato; espresso attraverso uno stile di enorme impatto "visivo", richiama e suggerisce atmosfere da Quentin Tarantino.
Sorprende un po' che una raccolta sul tema delle donne vendicatrici sia composta prevalentemente da racconti firmati da uomini. Tra le donne che hanno contribuito a questo libro, sono particolarmente degne di nota Arianna Zeta (pseudonimo di un'assistente di volo, il cui racconto-denuncia-rivincita immaginaria chiude la raccolta); Alda Teodorani, il cui "Voglia di dormire" è vivida espressione di frustrazioni e squilibri che sfociano nel finale triste e terribile; ma, soprattutto, ho apprezzato il racconto di Irene Incarico. Il suo "Santísima Muerte" è sì una storia di violenze e rivincite, suggestiva e mistica, ma soprattutto è una finestra aperta sullo squallore in cui spesso vengono relegati gli immigrati, sullo sfruttamento cui spesso sono costretti a sottostare, sull'alienante sensazione di essere sgraditi e soli che spesso li affligge.

«Pensavo la canzone e nel mentre guardavo le nuvole. Quelle nuvole le vedevo solo a righe, tagliate a strisce dai tubi delle fabbriche, e mi è venuto in mente che in quel posto nemmeno il cielo te lo davano tutto intero. O forse quello era il cielo per i rumeni e per i messicani».

Particolare è il racconto "Leila" di Massimo Mongai: è scorrevole e "strano", con la sua protagonista brutta e mediocre, né eroina né antieroina, raccontata con un glaciale cinismo che colpisce.
Un discorso a parte merita "La frana de tutti li sogni mia" di Paolo Logli, il racconto che senza dubbio mi ha stupito e divertito di più. Scritto interamente in vernacolo con uno stile fluido e piacevolissimo (tanto che leggendolo si ha l'impressione di starlo sentendo dalla voce stessa della protagonista), dimostra la grande abilità con cui Logli riesce a raccontare dall'interno le illusioni e le disillusioni di un personaggio che immagino essere lontano anni-luce da lui, e cioè una ragazza «tera tera», coatta e volgare, così ignorante da non sapere che «'n' tipo degli anni Sessanta che cazzo ne so io, che faceva lo iuppi figlio dei fiori e s’era messo con 'na giapponese» era John Lennon o da affermare senza pudore: «io Federico Moccia lo adoro, è un grande scrittore che l’unico che un po’ se la gioca con lui è Fabio Volo e tutto il resto è merda».
Infine, un racconto un po' più scarno dal punto di vista della trama ma assolutamente sfolgorante nella straordinaria bellezza dello stile e della forma, è il tristissimo "Eva" di Antonio Paolacci. Le poche pagine raccontano lo squallore infinito di una vita di periferia, tra maldicenza e malattia, e lo raccontano in un modo vivido e poetico, di rara eleganza, toccando picchi notevoli di qualità artistica e spessore psicologico.
Quanto al secondo pregio della raccolta, quello della varietà... Direi che la breve rassegna appena fatta sia eloquente: i diciotto autori hanno scelto protagoniste diametralmente opposte per caratteristiche e vissuti; hanno ambientato le loro storie in Italia, in Belgio, in Spagna, negli USA, sulla tratta aerea Bari-Roma. Hanno descritto società metropolitane e rurali, contemporanee o fasciste, passando per gli anni Ottanta. Hanno toccato i temi della malattia, del tradimento, della violenza sulle donne e sugli animali, della perversione, della criminalità, della dittatura (anche franchista), della superstizione, dello sfruttamento, dell'emarginazione, degli omicidi perfetti, imperfetti e seriali. I diciotto autori e il curatore (che è uno fra essi) hanno dimostrato con "Le vendicatrici" quanto ampio e sorprendente sia il ventaglio della creatività umana, di quanta varietà e potenza espressiva possano sbocciare da una semplice ricetta che era uguale per tutti e che ha dato vita a storie così profondamente diverse. Una raccolta sorprendente, ricca e assolutamente piacevole.
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