martedì 26 febbraio 2013

Tracce di poesia - Girolamo Comi


Anni fa la figura di Girolamo Comi non poté non destare interesse in me, adolescente che compiva i primi passi nell'affascinante mondo della poesia. D'altronde da una salentina come me, non potevate che aspettarvi l'elogio di questo grande poeta salentino del Novecento!
Girolamo Comi era un pessimo alunno. I genitori, di buona famiglia, si convinsero che fosse opportuno mandarlo in un collegio svizzero, famoso per la rigidità e il rigore con cui educavano i giovani: anche in Svizzera, però, il ragazzo proseguì con la sua vita sregolata, esasperando la madre, che lo diseredò. Nel 1912, tuttavia, Comi manifestò un talentuoso spirito artistico a Losanna, con la pubblicazione della sua prima raccolta "Il Lampadario". Il poeta si trasferì poi a Parigi, dove entrò in contatto con i più importanti esponenti della poesia simbolista dell'epoca. Nel 1915 fu chiamato alle armi, ma a causa della propria posizione pacifista, venne trascinato in tribunale con l'accusa di disfattismo. Venne presto congedato, considerato inabile alla guerra perché affetto da nevrastenia cerebrale. Ritornato in Italia, sposò a Roma Erminia De Marco, da cui ebbe una figlia. Tra il 1920 e il 1927, dividendosi tra Lucugnano e Roma, strinse rapporti coi maggiori letterati e poeti del tempo: particolarmente produttivi furono quelli con Arturo Onofri e Nicola Moscardelli, insieme ai quali fondò "Le edizioni al tempo della fortuna". La morte del primo dei due amici, nel 1928, avvicinò Comi al teologo Ernesto Buonaiuti, figura importante nel processo di conversione che fece approdare il poeta in un cattolicesimo di tipo del tutto interiore, un cattolicesimo che aborriva le processioni, non accettava le parate né i lussi del clero. La prima antologia (Poesia 1918-1928) venne pubblicata nel 1929. Dieci anni dopo fu la volta della seconda antologia (Poesia 1918-1938). Fino al 1945 fu a Roma, dove diede rifugio a una coppia di ebrei.
Alla morte della madre e a causa dell'affievolirsi dell'armonia nel suo matrimonio, ritornò a Lucugnano, dove iniziò a prendersi cura dei poderi di famiglia, poderi che però non gestì nel migliore dei modi. Privo di qualunque attività renumerativa, opposto al regime fascista, finì in povertà. Dopo la guerra, assieme alle sorelle, intraprese la costruzione di un oleificio, impegnando invano gli ultimi averi. Il 3 gennaio 1948, fondò l'Accademia Salentina insieme ad un gruppo di letterati leccesi del tempo, dando inizio alla pubblicazione del periodico "L'Albero", che sopravvisse fino al 1985. Perché proprio l'immagine dell'albero a cingere questo lavoro letterario? «I fascicoli della rivista egli amava dire che crescevano liberamente e uscivano spontaneamente, proprio come i rami di un albero». Il dopoguerra segnò la rottura definitiva del matrimonio con Erminia, che morì nel 1953, anno in cui l'Accedemia si sciolse per dare vita alla "Casa Editrice dell'Albero". Comi rinunciò all'eredità della moglie e visse in povertà, accompagnato dalla domestica Tina Lambrini, che sposò poi nel 1965. Intanto nel 1954 uscì la terza antologia (Spirito d'Armonia) con la quale il poeta ottiene il premio “Chianciano”. Nel 1960 l’Amministrazione Provinciale di Lecce acquisì il Palazzo di Lucugnano con l’impegno di saldare i debiti del poeta, al quale, tra l’altro, viene versato un modesto assegno di lire 55.000 mensili.
Un aspetto di Girolamo Comi che molti, a Lucugnano, ricordano è lo spirito ludico: si racconta che acquistò una Renault Dauphine e fece mettere sul cruscotto posteriore la scritta "Si roda", che aveva un doppio significato. Da un lato, voleva indicare che effettivamente l'auto era in rodaggio, dall'altro lato era un modo per sottolineare che i proprietari delle altre (sicuramente meno prestigiose) auto dovevano rodersi il fegato alla vista della Dauphine.
Negli ultimi anni, il poeta fu affetto da gravi disturbi che lo condussero alla morte, avvenuta il 3 aprile 1968.
Quella di Comi, è poesia che rende lo spettacolo armonioso del mondo, è una poesia di esaltazione della natura nella misura in cui la natura è al contempo natura naturans ed espressione del divino. Dalla sua poetica, ascende uno spirito d'armonia che pur non si deve confondere con lo spirito di un individuo sereno. La vita di quest'uomo fu senz'altro tumultuosa: il disordine esistenziale è ben reso dalla metrica delle sue poesie, una metrica chiusa a cui però si lascia il potere di trasgredire le regole della tradizionale metrica chiusa.
Come afferma Mario Marti nel suo saggio "Girolamo Comi, la vita, la poesia", «questo tipo di metrica è in assoluto contrasto con la poetica della numerosa armonia dell'universo, e con una visione del mondo ordine geometrico demonstrata, anzi sembra denunciarne 1' apoditticità volontaristica, in modo tanto più allarmante, quanto più spontaneo e meccanicamente generato. (...) L'irregolarità della metrica comiana, dunque, appare come lo specchio di una connaturata irrequietezza caratteriale, e insieme il riflesso chiaro di un'inquietudine mossa e anelante, e cioè di un'interiorità mai ferma e mai pienamente soddisfatta, ma sempre sollecitata e sollecitante circa i problemi di fondo dell'esistenza». Comi, divenuto cattolico, non si lascia mai invadere appieno da un atteggiamento fiducioso, ma si pone angosciosi interrogativi sull'esistenza e sulla possibilità che ci sia "altro". Forse è proprio questo il prototipo di una fede sempre vivida e mai omologata, che si nutre della tensione verso l'Assoluto piuttosto che dell'Assoluto stesso.



«Questa malinconia, cosa terrena
con le stagioni va: fermenta o trema
secondo la potenza ed il languore
dell'età prima e dell'ultimo amore:

e terrena e terrestre brucia o langue
fatta del fuoco dell'impasto umano
canto d'addio di un esausto sangue,
aura e preludio di un cantico arcano»




«Non inebriarmi fino a farmi muto...
la parola mia arma e mio strumento
renda anche l'eco dello smarrimento
e in me riaccenda ogni lume perduto.

Ch'io sappia permanere innamorato
di te, Amore, in virtù solo di un segno
del tuo potere, del tuo immenso regno:
potere e regno incisi nel creato.» 


«Da dove le parole sgorgheranno,
quelle che cerco, quelle che diranno


il moto arcano, l'aurea tessitura
e della libertà e della norma
in cui germina brulica e si forma
l'armonia d'oggi, l'armonia futura...


In che spirituale geometria
s'elabora s'accende e configura
la tua ragione -Amore- : fuoco e forma
di un numero che è luce: Poesia...


O magico alfabeto che detieni
in pochi segni i cardini e le chiavi
della potenza di linguaggi estremi:
epopee cupe, cantici soavi,


la dovizia dei tuoi suoni mi serra
nel cerchio di una grazia dove il fiore
dell'eloquenza di tutta la terra
è in uno sguardo che parla d'amore... »


lunedì 25 febbraio 2013

"Se una notte d'inverno un viaggiatore" di Italo Calvino

«Il romanzo che più vorrei leggere in questo momento, - spiega Ludmilla, - dovrebbe avere come forza motrice solo la voglia di raccontare, d'accumulare storie su storie, senza pretendere d'importi una visione del mondo, ma solo di farti assistere alla propria crescita, come una pianta, un aggrovigliarsi come di rami e di foglie...»

Il libro è una trama di universi che si avvinghiano, si incrociano, si attorcigliano. E si mescolano, finendo per coincidere e dilatarsi. Il romanzo che recensisco è un avviluppo di frequenze che si sovrappongono, portando in auge l'unico vero protagonista di ogni romanzo: l'atto stesso di leggere. Tu, lettore, «sei sempre uno dei tu possibili». "Se una notte d'inverno un viaggiatore" è una rincorsa che si lascia alle spalle le ambiguità di spazio e tempo, per riesumare qualcosa di simile ad un "mondo illeggibile, senza centro, senza io". Attraverso il libro, il non-tempo diventa tempo e la luce fioca di un'idea diventa faro nella notte. Italo Calvino non si smentisce: ogni frase che sorregge l'impianto del romanzo trasuda una genialità mai costruita. Il lettore (o forse dovrei chiamarlo il protagonista?) entra in questo claustrofobico mondo di incroci attraverso una cartina geografica che sottende misteriose viuzze. Come in due specchi che si riflettano, il libro sembra proiettarsi all'infinito verso il suo centro, senza mai raggiungere l'orizzonte. Eppure lo sfiora, come un centro di gravità permanente che risveglia passaggi nascosti dell'individuo che legge e a cui lo scrittore si rivolge, come coperto da un velo.


«- Il libro che cerco, - dice la figura sfumata che protende anche lei un volume simile al tuo, - è quello che dà il senso del mondo dopo la fine del mondo, il senso che il mondo è la fine di tutto ciò che c'è al mondo, che la sola cosa che ci sia al mondo è la fine del mondo.»

È il tu impersonale a diventare protagonista: la corsa contro il tempo è la corsa di ciascun lettore verso l'ultima pagina del libro, in cui la tensione tra romanzi possibili e romanzi divenuti si scioglie. Il lettore-protagonista si ritrova in mano dei libri di cui riesce a leggere solo l'apprezzabile inizio e la sua corsa è una corsa alla ricerca delle parti non-lette, di quelle parti che consentirebbero una completa fruizione della trama.

L'espediente narrativo è quello di interrompere la narrazione nel punto di massima trepidazione, inserendo magistralmente, attraverso la concatenazione di imprevisti e di coincidenze, inizi di nuovi romanzi invece che la continuazione di quelli vecchi. La storia nella storia provoca uno spasmodico desiderio di completezza che, pur rimanendo inappagato, riesce a tessere l'elogio dell'intimo rapporto che vige tra scrittore e lettore. Il romanzo è l'altare della scrittura, ma anche del non-scritto, del celato. "Un particolare riverbero di ciò che è scritto" sembra quasi scrostare il calcare dell'invisibile per dare finalmente posto all'immaginario, al latente. 

«Volare è il contrario del viaggio: attraversi una discontinuità dello spazio, sparisci nel vuoto, accetti di non essere in nessun luogo per una durata che è anch'essa una specie di vuoto nel tempo; poi riappari, in un luogo e in un momento senza rapporto col dove e col quando in cui eri sparito. Intanto cosa fai? Come occupi quest'assenza tua dal mondo e del mondo da te? Leggi; non stacchi l'occhio dal libro da un aeroporto all'altro, perché al di là della pagina c'è il vuoto, l'anonimato degli scali aerei, dell'utero metallico che ti contiene e ti nutre, della folla passeggera sempre diversa e sempre uguale.»»

Il rapporto tra ciò che è scritto e ciò che non è scritto si snoda intorno alla mistificazione, all'indistinguibilità tra il vero e il falso. La finzione letteraria finisce per identificarsi con quanto di più reale ci sia: il lettore si ritrova vittima di un'organizzazione che semina confusione tra i nomi dei libri, i loro autori, le traduzioni, le edizioni. Cervello dell'articolata congiura è il traduttore-contraffattore Ermes Marana. Non è al denaro o al potere che ambisce, bensì a riconquistare la protagonista femminile, la lettrice Ludmilla. «Per questa donna (...) leggere vuol dire spogliarsi d'ogni intenzione e d'ogni partito preso, per essere pronta a cogliere una voce che si fa sentire quando meno ci s'aspetta, una voce che viene non si sa da dove, da qualche parte al di là del libro, al di là dell'autore, al di là delle convenzioni della scrittura: dal non detto, da quello che il mondo non ha ancora detto di sé e non ha ancora le parole per dire. Quanto a lui, invece, voleva dimostrarle che dietro la pagina scritta c'è il nulla; il mondo esiste solo come artificio, finzione, malinteso, menzogna. (...) Non era pazzia la sua; forse solo disperazione; la scommessa con la donna era perduta da un pezzo; era lei la vincitrice, era la sua lettura sempre incuriosita e sempre incontentabile che riusciva a scoprire verità nascoste nel falso più smaccato, e falsità senza attenuanti nelle parole che si pretendono più veritiere.»

Qualsiasi rapporto ci sia tra il vero e la finzione, la lettura è esattamente qualcosa al di qua della stessa distinzione tra il vero e il falso. La lettura è soggettiva, potremmo dire, proprio perché né vera né falsa. 
In un mondo fin(i)to, leggere è l'àncora a cui reggersi.

«Siamo in un paese in cui tutto quel che è falsificabile è stato falsificato: quadri nei musei, lingotti d''oro, biglietti degli autobus. La controrivoluzione e la rivoluzione combattono tra loro a colpi di falsificazione; il risultato è che nessuno può esser sicuro di ciò che è vero e di ciò che è falso, la polizia politica simula azioni rivoluzionarie e i rivoluzionari si travestono da poliziotti.»

mercoledì 20 febbraio 2013

Dialogo con Socrate


Per evitare che la serietà sia confusa con la seriosità, ogni tanto ci concediamo un tocco di leggerezza, ironia, e perchè no, un tocco di delirio...

 
Socrate si aggirava per il mercato dell'agorà, quando tutt'ad un tratto si fermò a contemplare qualcosa con molta intensità, e pensò: "Mmh...'ste melanzane sembrano belle fresche, ma stanno a 1.50 (dracme, s'intende) al chilo, mortacci loro...".
Mentre il maestro meditava, gli si avvicinò uno dei suoi tanti discepoli, e lo chiamò:
-Maestro, mi scusi...
Niente.
-Maestro, mi scusi...
Niente. Di nuovo:
-Maestro, mi scusi...
Niente.
-Maestrooooooooo...
Nada.
-OOOOOOOOOOH!!!!
-Oh, che c'è!- disse Socrate, distogliendosi dai suoi pensieri.
-Maestro, ma a cosa stavate pensando con così tanta concentrazione?
-Eh, mio caro discepolo... L'uomo vive, e per vivere respira, beve, dorme, MANGIA, pensando che le sue azioni non abbiano conseguenze o significato per la collettività, o che non abbiano un prezzo.
-Già maestro, 1.50 al chilo è un furto!
-Comunque, non era di questo che volevi parlarmi, giusto?
-Ma i carciofi li hanno abbassati a 0.30 l'uno, prendete quelli, son buoni, io...
-PARLA, CAZZO.
-Va bene, maestro (Mamma mia come sta oggi!). Maestro, io vorrei chiedervi, cos'è l'anima?
-L'anima? Beh... l'anima... è una scorreggia.
-Una scorreggia???
-Figliuolo, pensaci. Quando noi moriamo, tutto il nostro corpo si distende e si abbandona, incluse le nostre viscere. Perciò, se non hai defecato prima di morire, che fai?
-Defechi.
-E se hai defecato?
-Scorreggi.
-Bravo figliuolo. Non è forse possibile che quella sia la via d'uscita dell'anima dalla prigione corporea?
-Sì... ma fa un po' ribrezzo...
-Oh, tu dunque, credi di sapere come e per quale via gli dei ci chiamino nell'Ade? Oh, tu, credi forse che gli dei non amino le loro creature nella loro totalità? EMPIETÀ!
-No, maestro... è solo che, di solito, si dice esalare l'ultimo respiro e non scorreggiare l'ultima scorreggia... (vecchio di merda).
-Ah, ah, ah mio caro discepolo, è una metafora. Speriamo, però, che sia come dici tu: una cosa che esce dal culo non può andare molto lontano... Un alito fresco è l'unica nostra speranza per il paradiso! Adesso vai, devo andare a fare la parmigiana.
-Oh, sì, certo. Grazie maestro, arrivederci.
-Arrivederci.
Il discepolo tornò a casa un po' perplesso, ma era davvero impossibile che avesse detto una falsità. Da quel giorno, divenne sua abitudine , dopo mangiato, mettersi una bella mentina in bocca. Dopo tanti anni morì, e si scoprì che non la metteva solo in bocca.

FINE 

venerdì 15 febbraio 2013

Cantacronache 1958-1962

  

Un'esperienza musicale e culturale italiana, forse poco conosciuta, forse troppo breve, troppo "rossa" per essere abbracciata da un vasto pubblico; eppure l'esperienza di "Cantacronache" è stata decisiva per la storia del cantautorato italiano: questa esperienza precede cronologicamente e non solo, quella che sarà l'opera di artisti come De Andrè, Guccini, Gaber e tutti gli altri cantautori, famosissimi e molto amati.
Decisiva perchè "Cantacronache", gruppo fondato a Torino nel 1957 da Sergio Liberovici e Michele Straniero, è stato un progetto ambizioso e rivoluzionario: nell'epoca della canzonetta sanremese, espressione di un'Italia piccolo borghese, che vuole lasciarsi alle spalle gli anni bui del fascismo e della guerra, rifugiandosi nel mondo dei consumi, nella spensieratezza dell'oblio della memoria, nell'indifferenza rispetto ai problemi sociali, alle contraddizioni politiche della nazione ricostruita, questi musicisti e letterati assumono come obiettivo principale della loro arte quello di "Evadere dall'evasione".Collaborano a questo progetto, non soltanto musicisti e cantautori, ma anche letterati come Italo Calvino, il quale scriverà i testi di brani come Dove vola l'avvoltoio e Oltre il ponte, Umberto Eco, affascinato dal progetto di fare della musica un impegno, non soltanto "canzonette". Questo progetto, a mio avviso, segna l'inizio dell'eterna lotta tra due anime della musica italiana: quella commerciale, sanremese per antonomasia, più svampita che spensierata, e quella impegnata, vicina non soltanto ai temi sociali, ma all'Uomo nella sua totalità e autenticità. L'eterna lotta tra il "Chi non lavora non fa l'amore" di Celentano e il "Ma non si sdegni la brava gente, se nella vita non riesco a far niente" di De Andrè. L'eterna lotta tra chi cerca di guardare alle cose senza filtri, e chi invece, preferisce non pensare, non agire, lasciare che la barca vada (parafrasando Orietta Berti) senza fare nulla, passivamente, distraendosi con facili ritornelli orecchiabili e canticchiabili. Per me l'arte è prendere posizione rispetto alla realtà, è scorrettezza politica, ed è questo che io ammiro di questo gruppo di artisti.
In pieno Festival di Sanremo, vi lascio con alcuni versi della canzone di Fausto Amodei, Il ratto della chitarra, attuale e valida per chiunque, perchè credo che ad un certo punto della vita, tutti arriviamo al bivio "Ambizione o Ideale": restare saldi ai propri principi o rinunciare e seguire il proprio vantaggio? L'arte non ci può salvare, ma almeno, può aiutare ad essere più consapevoli...

...Cantava senza paura
dei versi un poco insolenti
in barba alla censura,
contro i padroni e i potenti
era alle volte estremista,
e la sua grande ambizione
era di accompagnare la musica
della rivoluzione

La chitarra ripulita
ben lavata ed elegante
sarà spinta a far la parte
di chitarra benpensante
per seguire la corrente,
per salvarsi un po' la faccia
d'ora in poi dovrà evitare
di dir qualche parolaccia

Mi vorrei proprio sbagliare
ma so già che il rapitore
porterà la mia chitarra
sulla via del disonore
prostituta e svergognata
un bel dì la sentiremo
a suonar sui marciapiedi
le canzoni di Sanremo...

giovedì 14 febbraio 2013

"Un'estate qui" di Stefano Saccinto

«Scrivevo roba che non aveva più senso, ma la scrivevo per il classico piacere di dare un riempimento di contrasto a una pagina bianca e in sostanza continuavo a vivere per lo stesso motivo e cioè perché mi stavano sulle palle le giornate vuote che avevo l'orrore di lasciare tali. Non avevo nemmeno il coraggio di riempirle davvero.»

Premetto che fa piacere (fa-davvero-piacere) , spulciando nell'immenso profluvio editoriale che l'Italia produce ogni giorno, incappare in un autore che sia bravo. Parolina semplice ma polisemantica, il cui significato minimale è saper scrivere un Italiano corretto. Sicuramente, Stefano Saccinto supera questa soglia minimale e si colloca ben oltre.
La prosa di Saccinto non solo è impeccabile (salvo qualche localismo, sicuramente voluto e parte dello stile, e il gusto un po' troppo facile per il turpiloquio), ma è raffinatissima. In giro sul web ho trovato delle recensioni che mi avevano annunciato questo libro come un mattone di una pesantezza estrema, ma nego con decisione che sia così;dopo averlo letto in prima persona, capisco che un lettore abituato a letture più leggere possa trovare questo libro un po' ostico (questa frase sembra uno scioglilingua! Ehm, proseguiamo!).
Per quanto riguarda il contenuto, non posso dirmi altrettanto entusiasta.
E' il racconto (a dire il vero molto poco narrativo) della ricerca del significato di una vita che sembra essersi ormai arenata e inabissata, preda di un'estate afosa e smorta che induce il giovane protagonista a porsi con crescenti intensità e sconforto domande esistenziali apparentemente senza risposta. "Un'estate qui" racconta la rinascita di una identità autentica (che l'autore chiama "essenza") che riesca a scrollarsi di dosso l'apatia e i dubbi per tornare in quello stato di innocenza che l'umanità, o quanto meno il mondo occidentale, ha in gran parte perduto.
Ho gradito molto i voli pindarici sulla scia di Kurt Cobain e ho apprezzato i mille spunti di riflessione; ho gradito decisamente meno la facilità di alcune soluzioni e, soprattutto, la teologia spicciola che in questo libro davvero abbonda. Ho trovato irritanti questa teodicea da bar e i giudizi che l'autore dissemina con poca parsimonia. In una parola, ho trovato questo libro un po' saccente (a partire dal genere autobiografico, che in generale reputo la quintessenza della boria, per edificante che sia l'esperienza narrata e per illustre che ne sia il protagonista).
Questi i contro. I pro, tuttavia, sopravanzano decisamente le critiche che sia possibile muovere a questo libro. Tra i pro, la giovane età del protagonista (che all'epoca dei fatti aveva appena vent'anni), che dimostra senza dubbio una grande sensibilità e una spiccata capacità di riflessione.
Secondo il mio gusto personale, però, "Un'estate qui" tocca il suo apice nel capitolo XVI, in cui il testo, scremato dagli eccessi di filosofia esistenzialista e tristezza alla Cioran, spende in tutta la sua eleganza. E' un capitolo un po' più sgombro da quelle-belle-cose che criticavo sopra, ed è soprattutto un capitolo in cui vediamo esplodere il talento dell'autore, la straordinaria grazia con cui sa intrecciare le parole. Saccinto racconta il suo rapporto con la scrittura, rivela cosa lo spinga a "scrivere come vomitare". 

«Io odio le mie mani su questa tastiera, io amo le mie mani su questa tastiera. Io amo le alchimie che queste dita disegnano, non perché volgono alla perfezione, ma perché sono netta sperimentazione, pura percezione e delirante visione, innalzano piani inesistenti che si reggono, leggeri, su quello reale. Sono l'ampliamento della realtà, tensione fuori dal mondo, la spinta di un braccio spiegato verso un bene universale.»

Ci sono rimasta molto (ma molto) male quando ho saputo che questa è un'opera prima e cioè, per il momento, figlia unica. Mi piacerebbe davvero molto vedere Stefano Saccinto alle prese con un testo più puramente narrativo. Di certo, attendo con ansia la sua prossima pubblicazione. E' un autore giovane ma davvero molto promettente e dotato di un talento raro.

lunedì 11 febbraio 2013

"Ahmed e le Macchine dell'Oblio" di Ray Bradbury



«Ragazzo, c'è una ragione se, rivolto lo sguardo alle stelle, sei caduto lasciando la tua impronta nella polvere e mi hai svegliato. Ho aspettato per un'eternità che tu arrivassi, io, il guardiano dei cieli, l'erede del sogno, colui che vola senza volare.»

Quando la mia acidità raggiunge il culmine, mi piace aggirarmi tra gli scaffali delle librerie riservati ai libri per bambini e ragazzini. Giusto per potermi indignare, scuotendo la testa con disapprovazione, borbottando che "quando ero piccola io, mia madre mi faceva leggere bei libri, non come questi" o che "a mia figlia non farei mai leggere una cosa come quella". Ecco, mi stavo dedicando appunto ad un giro di ricognizione tra libri effettivamente discutibili quando l'occhio mi è caduto su un nome esotico.
"Ahmed e le Macchine dell'Oblio", collezione Junior della Oscar Mondadori. Consigliato dagli undici anni in su. Autore: Ray Bradbury (e dico Ray Bradbury).

Le premesse mi sembravano promettenti. Anche perché, circondato da libri con copertine rosa e titoli sulle caccole, quel piccolo volume bianco e blu letteralmente brillava. Ho preso "Ahmed e le Macchine dell'Oblio", sissignori, e l'ho letto in un fiato per pura curiosità. E ho trovato uno dei libri più belli che abbia letto nella mia vita.

A volte la letteratura per l'infanzia riserva delle sorprese anche agli adulti. E' quello che avranno pensato in molti leggendo il meraviglioso Piccolo Principe di Saint-Exupéry, anch'esso riccamente illustrato e collocato su uno scaffale per bambini. Ecco, io mi sento di iscrivere la storia del piccolo Ahmed sulla stessa scia di quel piccolo-grandioso libro.
Questa è la storia di un bambino, Ahmed figlio di Ahmed, che cade dal cammello durante una traversata notturna del deserto e perde la carovana. Per caso (o no) scorge un viso di bronzo sotto la sabbia. Lo dissotterra, con le sue lacrime lo anima: è la statua colossale del dio Gonn-Ben-Allah, sepolto e dimenticato dagli uomini, che torna finalmente a vivere dopo millenni di morte grazie alle preghiere del bambino che lo ha trovato e, smarrito nel deserto, ha riposto fede in lui.
Ergendosi dalla sabbia, maestoso, «-Io sono!- gridò Gonn-Ben-Allah.» E poi, senza spiegazioni né promesse, la comunicazione: tu volerai.
Ray Bradbury, considerato uno dei
più grandi autori di fantascienza di tutti
i tempi, autore di oltre cinquecento
opere tra romanzi, racconti, raccolte, saggi, 
opere teatrali e per bambini.
Così Ahmed, senza sapere come, invitato a ricordare il proprio futuro più remoto, danzando su una visione incredibile del tempo, spicca il volo. Sorvola rovine, distese di dune, Macchine dell'Oblio che l'uomo da millenni cerca di costruire per realizzare la sua più grande ambizione: volare.
Ahmed scopre la divinità in sé, l'impronta del pollice del dio che fu impressa sulla sua fronte lo stesso giorno della sua nascita. In un'atmosfera onirica e da incanto, Gonn rivela anche ad Ahmed chi è stato ad ucciderlo, chi è che può condannarsi ad una vita-non-vita contemporaneamente uccidendo la divinità: «I sognatori che non sognano, i sognatori che non agiscono. Quelli nei quali il dubbio uccide il sogno. I morti viventi che vedono cieli senza uccelli, mari senza navi e strade maestre senza cavalli, senza un solo carro o una ruota.» Loro mi uccidono, si lamenta Gonn. Ahmed protesta:
«-Ma non stanno facendo niente, sono tutti addormentati.
-Il loro silenzio ottura le mie orecchie.»
"Ahmed e le Macchine dell'Oblio" è un libro estremamente denso e difficile. Dietro una prosa che si finge meramente favolistica, c'è uno spessore filosofico e poetico davvero non indifferente. L'atmosfera è di sogno, magia e mitica, sfogliare ogni pagina è un incanto, e a ogni pagina mi sono stupita della grandiosità di questo piccolo libro che sono davvero felice di avere trovato per caso.
E' un libro incredibile. Leggerlo non è tempo perso, nemmeno (anzi, tanto meno) per un adulto.

«Le tenebre immense sovrastarono Ahmed e Gonn-Ben-Allah.
-Che cos'è?- gridò Ahmed.
-Quello- disse Gonn -è il Nemico.
-Dunque una cosa del genere esiste?
-La metà di ogni cosa è il Nemico- rispose Gonn -Proprio come la metà di ogni cosa è il Salvatore, il ricordo luminoso del mezzogiorno.
-E qual è il nome del nemico?
-Oh, bambino, è Tempo, semplicemente Tempo.
-Ma, potente Gonn, il Tempo ha una forma? Non sapevo che si potesse vedere il Tempo.
-Sì, il Tempo ha forma e ombre visibili. Quello laggiù, sull'orlo del mondo, è il Tempo che sarà. Un ricordo di cose future destinate a essere cancellate e distrutte, se non lottiamo contro di esso, non lo afferriamo e non lo modelliamo con la nostra anima, non gli prestiamo la nostra voce. Allora il Tempo diventa compagno della luce, non è più nemico del sogni.»

giovedì 7 febbraio 2013

"Un volto non comune" di Iosif Brodskij


1987. L'Accademia Svedese, con la motivazione di premiare "una produzione letteraria di levatura eccezionale, improntata all'acutezza intellettuale e all'intensità poetica", insignisce del Premio Nobel per la Letteratura un poeta relativamente giovane (quarantasette anni), il più giovane vincitore fino a quel momento, con una produzione ridotta e una storia molto più che travagliata. E' un dissidente del regime sovietico, bandito dal Paese, dove è stato costretto a lasciare i carissimi genitori che non rivedrà mai più. E' un ebreo (dice di sé "Un cattivo ebreo" perché in parte cristiano). E' nato nel 1940 a Leningrado (da madre traduttrice e padre fotografo), ma scrive in inglese, è naturalizzato americano. Ha due macchine da scrivere: una verde con i caratteri cirillici, una blu con i caratteri latini. E' Josif Aleksandrovič Brodskij.

Iosif Brodskij
«Le circostanze della vita hanno fatto di me un ebreo errante. Ma sono più ebreo in termini esistenziali, per vicende personali, di quanto non lo sia per sangue.»

La vita forzatamente errabonda di Brodskij inizia nel 1964: viene denunciato da un giornale di Leningrado come antisovietico e pornografico e dopo il processo affronta cinque mesi di lavori forzati nella regione di Arcangelo. Torna a Leningrado ma non per molto: dal 1972, espulso dalla Russia, si trasferisce a Vienna (dove troverà in qualche modo rifugio presso lo stimato poeta Auden), a Londra, a Venezia (dove alla sua morte, nel 1996, per esplicita volontà viene sepolto), e definitivamente negli Stati Uniti.

In occasione del conferimento del Premio Nobel, Brodskij pronuncia un incantevole discorso, "Un volto non comune", contenuto insieme ad altri due nel piccolo volume pubblicato da Adelphi, "Dall'esilio".

Esordisce scusandosi per l'imbarazzo che prova, sensazione «aggravata non tanto dal pensiero di coloro che qui mi hanno preceduto quanto di coloro cui quest'onore non è toccato, cui non è stata data questa possibilità di parlare urbi et orbi». Si scusa addirittura per quanto si accinge a dire, invoca il perdono delle cinque "ombre" che lo turbano di continuo, i cinque autori dai quali si sente influenzato in massimo grado: Osip Mandel'štam, Marina Cvetaeva, Robert Frost, Anna Achmatova e (appunto) Wystan Auden. Subito si corregge: non sono ombre ma fonti di luce (lampade? stelle?)
«Il loro numero è grande e decisivo nell'esistenza di ogni uomo di lettere consapevole; e nel mio caso raddoppia, grazie alle due culture alle quali il destino ha voluto farmi appartenere».
Decisivo. Sì, perché le letture che un uomo ha fatto, in un momento o nell'altro della sua vita, a proposito o a sproposito, salteranno fuori: influenzeranno concretamente la sua vita.

La letteratura è «un mezzo di difesa contro l'asservimento» e una «polizza di assicurazione morale» e in quanto tale è più efficace di un sistema filosofico, di una dottrina religiosa. Perché? Perché questi ultimi sono totalizzanti, massificanti (processi, la totalizzazione e la massificazione, che Brodskij si è lasciato alle spalle fuggendo dal regime sovietico; processi che annichiliscono il singolo uomo, lo rendono tautologia e ripetizione di tanti altri uomini resi identici a lui, tutti pressati da un modello). Invece, il bello della letteratura è questo: che si nutre dell'umana diversità (e perversità). Si fa letteratura dell'assoluta e irriducibile singolarità di ognuno, della vita assolutamente singolare che ognuno di noi è chiamato a vivere. L'arte tutta «stimola nell'uomo, volente o nolente, il senso della sua unicità, dell'individualità, della separatezza, trasformandolo da animale sociale in un "Io" autonomo». Questo intendeva Baratynkskij quando attribuiva alla propria Musa "un volto non comune": è questo che la letteratura cerca e insieme offre, è da questo che sgorga ed è questo che produce.

Volumetto edito nel 1988, contenente i
tre discorsi: La condizione che chiamiamo
esilio
,Un volto non comune e il
Discorso per l'accettazione.
E l'arte tutta, non solo stimola l'uomo a vivere una vita singolare, ma a viverla in un modo etico. E' un invito implicito: è la conseguenza inevitabile, per una persona che legga, quella di affinare la propria sensibilità morale al pari del proprio gusto estetico. Infatti, se «la bellezza salverà il mondo» (come dice Dostoevskij) e «la poesia ci salverà» (Matthew Arnold), così sarà solo perché «l'estetica è la madre dell'etica»: l'uomo, prima di essere un animale morale, è un animale estetico. Un bambino che non distingue ancora il bene dal male, distingue già istintivamente un bel viso da un brutto muso da cui essere spaventato.

E' in quest'ottica che si inscrive lo straordinario potere dell'arte, la forza che rende la letteratura (e, dice Brodskij da buon poeta, la poesia in particolare) «uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione del mondo». E anche il benessere politico di un popolo viene così a derivare (almeno potenzialmente) dal grado di sensibilità estetica della sua classe dirigente, così come lo sviluppo (intellettuale ma non solo) di una Nazione è legato imprescindibilmente alla diffusione della cultura, della lettura e dell'arte presso tutto il popolo, e non solo presso una sparuta intelligencija.

Per concludere, eccovi questo breve estratto dal suo discorso, in cui ogni parola pesa come un'incudine e il cui contenuto è estremamente attuale e degno di essere diffuso.


«Dirò semplicemente che secondo me -non è una conclusione empirica, ahimè, ma solo teorica- per uno che ha letto molto Dickens sparare su un proprio simile in nome di una qualche idea è impresa un tantino più problematica che per uno che Dickens non l'ha letto mai. E parlo proprio di lettura di Dickens, Sterne, Stendhal, Dostoevskij, Flaubert, Balzac, Melville, Proust, Musil e via dicendo; cioè di letteratura, non di alfabetismo o di istruzione. Una persona che sa leggere e scrivere, una persona istruita può benissimo, dopo aver letto un libro o un libello politico, uccidere un suo simile e magari provare, nell'ucciderlo, un'esaltazione dottrinaria. Lenin era istruito, Stalin era istruito, e anche Hitler lo era; quanto a Mao Zedong, lui scriveva addirittura versi. Ma tutti avevano una cosa in comune: l'elenco delle loro vittime era infinitamente più lungo dell'elenco delle loro letture.»

domenica 3 febbraio 2013

Tracce di poesia - Allen Ginsberg

Chiudo il libro che ho sulle ginocchia e mi perdo nel «fidente minuscolo pezzetto d'allucinazione» chiamato Allen Ginsberg. Poeta esponente della Beat Generation (la faditica "gioventù bruciata" che, negli anni 50 del secolo precedente, si ribellava al conformismo conservatore), Ginsberg è erede di una tradizione poetica (William Blake, Walt Whitman, Rimbaud, Ezra Pound) che in lui è smussata e rivoluzionata: le parole si fanno portatrici di una Verità che, pur manifesta, risulta celata dall'eccessivo bigottismo della classe medio-borghese americana. L'urlo di dolore si rivolge, tutto d'un fiato, all'America, madre infanticida che inghiotte i propri figli, triturando le loro speranze. Si tratta di una personificazione che ripercorre la poesia di Ginsberg come un leit-motiv: il richiamo "Moloch!" è insieme spleen e ideale. L'asfissia della matrigna diventa confessione, riconoscimento di ciò che è sacro, visione psichedelica della realtà, scombussolamento e torpore, vita che ribolle.


Allen Ginsberg 
«Moloch! Solitudine! Suicidio! Bruttura! Pattumiere e inottenibili dollari! Bambini che urlano sotto le scale! Ragazzi che singhiozzan negli eserciti! Vecchi che piangono nei parchi! 
Moloch! Moloch! Incubo del Moloch! Moloch il senzamore! Moloch Mentale! Moloch pesante giudicatore d'uomini!
(...)
Moloch che mi è entrato presto nell'anima! Moloch in cui sono una coscienza senza un corpo! Moloch che col terrore mi ha tolto alla mia estasi naturale! Moloch che io abbandono! Destatevi in Moloch! Luce sgorga a fiotti dal cielo!»

Il nichilismo prende piede quando «un battiglione perso di conversatori platonici che si buttan giù da scalini giù da scale antincendio da davanzali dall'Empire State piombando dalla luna» viene giù come in un crollare di edifici, per l'orrore che provoca il non sapere: le certezze vengono appiattite e, con esse, ogni possibilità di crescita. La società a cui questi giovani coraggiosi si ribellano è una società che mortifica l'intraprendente, che uccide le menti migliori, che scarnifica la voglia di vivere. 
E allora il suicidio.

«Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte da pazzia, morir di fame isteriche nude strascicarsi per strade negre all'alba in cerca di una
pera di furia
hipsters testadangelo bramare l'antico spaccia paradisiaco che connette alla dinamo stellare nel meccanismo della notte
(...)
che scribacchiavan tutta notte rock-and-roll-dondolando su elevati incanti che nel mattino giallo eran strofe di scempiaggini
(...)
che gettavan gli orologi giù dal tetto per dare il proprio voto all'Eternità fuori del Tempo, e sveglie gli caddero in testa ogni giorno nel decennio dopo
(...)
che eran bruciati vivi nei loro innocenti vestiti di flanella in Madison Avenue tra scoppi di poesia plumbea e il ticchettio fradicio di ferrei reggimenti della moda e squittii nitroglicerina di checche pubblicitarie e il gas vescicante di sinistri editors intelligenti, o eran tirati sotto dai taxi sbronzi della Realtà assoluta»

Leggere Ginsberg è come fare un bagno caldo nel jazz, un viaggio senza trasparenze nelle brutture del manicomio. Moloch, col suo «pazzo generare», conduce alla follia di Carl Solomon, lo scrittore recluso al manicomio di Rockland («Son con te a Rockland», scrive Allen), ma ancora prima a quella di Naomi, la madre del poeta, a cui il poema "Kaddish" (dal nome di una preghiera ebraica) è dedicato. La morte della madre è occasione per ripensare ad una intima unione che si avvinghia ad una ancor più intima disperazione: «Non aver paura di me solo perché torno a casa dal manicomio - sono tua madre -»
La poesia di Ginsberg è quella della condivisione, quella in cui ogni dolore individuale si scioglie per riprendere forma, in Moloch. Il male di vivere assume una configurazione in cui ognuno può riconoscersi.

«Nient'altro da dire, e niente per cui piangere salvo gli Esseri nel Sogno, intrappolati nel suo sparire, singhiozzando, urlando per questo, comprando e vendendo pezzi di fantasma, l'uno dell'altro adoranti, adorando il Dio che dentro vi è incluso - per nostalgia o inevitabilità? - mentre dura, una Visione - e poi cos'altro? 
Mi balza incontro dappertutto, se esco e cammino per strada, mi guardo dietro le spalle, Settima Avenue, bastioni di finestre d'uffici edifici addossati l'uno all'altro protesi in alto, sotto una nuvola, altissimi come il cielo un istante - e il cielo là sopra - un vecchio posto blu.»

Il linguaggio del disagio è un linguaggio crudo che ben si sposa con le visioni allucinate a cui la droga conduce ("Urlo" è scritto durante le visioni prodotte dal peyote, "Kaddish" sotto l'effetto di anfetamine). Per Ginsberg, omosessuale, testi di questo tipo, sono sempre stati motivo di emarginazione sociale. Il processo per oscenità del 1957 subìto da Allen e dal suo editore (la City Lights Books di San Francisco) è il manifesto dell'ipocrisia contro cui la Beat Generation si scaglia: la rinascita si configura come un'emergenza bene accolta da scrittori quali Jack Kerouac, William Burroughs e Neal Cassady. 

«Santo Peter santo Allen santo Solomon santo Lucien santo Kerouac santo Huncke santo Borroughs santo Cassady santi gli ignoti inculati e soffrenti mendicanti santi gli schifosi angeli umani!»

Allen ha trovato una valida compagnia in Peter Orlovsky, il compagno che l'ha affiancato per quaranta anni, fino alla sua morte. 

Alcuni riferimenti letterari, biografici e cinematografici:


  • Il film "Urlo" del 2010, in cui Allen Ginsberg è interpretato da James Franco; 
  • Il film "On the Road" (tratto dal romanzo "Sulla strada" di Jack Kerouac) del 2012; 
  • Il libro "Urlo", che comprende i due poemi "Urlo" e "Kaddish", e che è edito da il Saggiatore, Milano, 2010; 
  • Il libro "Io celebro me stesso" di Billy Morgan, il Saggiatore, Milano, 2010.
Aaron Tveit e James Franco in una scena del film "Urlo", di Rob Epstein e Jeffrey Friedman 

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...