lunedì 31 dicembre 2012

"Il ballo tondo" di Carmine Abate

«A volte, se il corteo era in vena, ci si prendeva per mano, adulti e bambini, e in cerchio si ballava al ritmo monotono ma allegro della vallja: Lojmë Lojmë, vasha, vallen.»

Hora è una piccola comunità arbëresh della Presila, circondata da piante di sulla e rovi. Hora, in Albanese, significa paese, villaggio. Hora è il luogo del cuore di Carmine Abate, o almeno uno dei suoi luoghi del cuore: sotto la verniciatura sottile, come attraverso una filigrana, si vede Carfizzi, il paese arbëresh dove l'autore è nato. E' con grande delicatezza che lo ritrae nel libro "Il ballo tondo".

A Hora vive la famiglia Avati: Francesco, detto il Mericano, è un tipico germanese. Ha lasciato la sua casa per un lavoro a Ludwigshafen e si è ritrovato con un'identità frammentata. Va e viene da Hora, progetta confusamente, lavora duramente e cerca di "sistemare" le due figlie. Sua moglie, zonja Elena, regge con energia la casa, insegnando alle ragazze il lavoro del telaio. Orlandina e Lucrezia tessono coperte scarlatte decorate da file di acquile bicipiti.
Il piccolo Costantino non conosce il significato di quel simbolo. Il ballo tondo è il racconto della sua ricerca di un'origine, mezza sepolta dalla storia e mezza luccicante sotto il sole della Marina, dove la gente arbëresh si riunisce per il mercato. A guidare Costantino è nani Lissandro, ultimo baluardo di una tradizione che sembra sfilacciarsi sotto l'invadente pressione del twist, dell'emigrazione, del litish imposto ai bambini nella scuola in luogo dell'arbëresh. La coha dorata del matrimonio e quella nera del lutto, l'aquila bicipite, la lingua arbëresh sono fili delicati, ereditati dal passato, da cui Costantino Avati cerca di lasciarsi avviluppare, trascinato dalla modernità ma altrettanto legato all'origine mitica della sua gente. Costantino Avati, detto l'Aquila perché non si stanca mai di raccontare quell'episodio, quella volta che da bambino vide volare un'aquila a due teste nell'aria frizzantina della Marina, quello stesso giorno in cui nani Lissandro baciò la sabbia della riva e poi gliene spiegò il motivo. Quella era la costa a cui erano approdati i loro antenati, dopo una lunga fuga via mare per sfuggire ai Turchi che spadroneggiavano in Albania.
Scanderbeg, Amurat II, Costantino il Piccolo sono lo sfondo mitico della narrazione di Abate. In primo piano vediamo tratteggiate con semplicità e verità l'infanzia e la giovinezza di Costantino Avati: gli amori travagliati delle sorelle, il rapporto col maestro Carmelo Bevilacqua, i lavori per restaurare il piccolo castello venduto alla famiglia dal signorotto del paese, l'incontro con la sensuale e travolgente Isabella detta la Romana. Tutto, le piccole storie dei personaggi e la grande storia della comunità arbëresh di Hora, si intreccia ed accavalla in un delicato tentativo: quello di omaggiare un mondo tradizionale e rurale e, contemporaneamente, di aprirsi al resto del mondo (alla Germania come alla Merica). E' una vallja, un ballo tondo, che racchiude in un circolo la tradizione e la modernità, la memoria e il progetto. E' la ricerca di un'identità autentica e insieme nuova, è un intreccio a tratti comico e a tratti lirico, è un affresco semplice ma vivido.
Figura chiave del romanzo è il vecchio nani, devoto alla tradizione fino alla ripetizione, sentimentale e malinconico, tra la sua mesta constatazione che «Jeta ësht si fjeta» (la vita è come una foglia) e il suo energico omaggio alle «grat me kripë» (le donne con sale, quelle energiche e lavoratrici, passionali e schiette, come la nonna Sidonia, la giovane Lucrezia e la sfacciata Isabella). Il personaggio è ugualmente devoto alla tradizione albanese, grato alla Calabria che accolse i profughi del passato e consapevole della necessità per il genero Francesco di andare a lavorare in Germania: è la chiave di volta tra tre tempi, tre generazioni e tre culture. Sicuramente dà materiale su cui riflettere.
Carmine Abate delinea in questo romanzo (recentemente raccolto dalla Mondadori in una trilogia, Le stagioni di Hora, insieme a La moto di Scanderbeg e Il mosaico del tempo grande) un affresco delicato e variegato. Lo fa con lo stile leggero ed efficace del racconto orale dei rapsodi, e la narrazione scorre rapida tra frasi idiomatiche e dialoghi in lingua. Si legge ma si ha l'impressione di stare ascoltando Luca Rodotà, il vecchio rapsodo di Corone, mentre suonando la lahuta canta dell'eroe albanese Scanderbeg, della bella di sangue e ricotta, delle nozze di Costantino il Piccolo. Frammenti di una tradizione antica e viva, appuntata nei taccuini del maestro Bevilacqua e immortalata dal registratore di Costantino. Cristallizzata da Carmine Abate in una storia che è un intrecciarsi di storie: un omaggio alla memoria e una sfida multiculturale per il futuro.

domenica 30 dicembre 2012

Tracce di poesia - Fabrizio De Andrè

«Non chiedete a uno scrittore di canzoni 
che cosa ha pensato, che cosa ha sentito prima dell'opera:
è proprio per non volervelo dire
che si è messo a scrivere.
La risposta è nell'opera.»

Non ricordo la prima volta che ascoltai una canzone di De Andrè. Venne trasmessa in radio? Fu mio padre a farmela ascoltare? Il vuoto. Ogni volta che si parla di Faber, i sensi si inebriano. Eppure si assapora un sapore indimenticato, ma indecifrabile; si ascolta una melodia conosciuta, ma incontestualizzabile. La figura di questo poeta genovese è tutto e niente nello stesso momento. In "Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers" (scritta con Paolo Villaggio) è il canzonatore; in "La canzone di Marinella" è il cantautore impegnato nelle tematiche sociali («Quando lessi questa storia su un giornale [...], ebbi l'impulso di fare qualcosa per lei nell'unico modo che potevo: con una canzone. Visto che non potevo più cambiarle la vita, decisi di cambiarle la morte»); in "Amico fragile" è la roccaforte di chi, come artista, approda a quel senso di inutilità che fa delle proprie frasi composizioni di parole senza senso.
Una duttilità, quella di Fabrizio, che ormai è difficile rintracciare: le sue poesie musicate si fanno testimoni di storie inconciliabili. Il soldato Piero, Princesa, il Michè, Tito, e poi Il suonatore Jones, sono lì, come in un chiasma che sembra portare alla luce una verità suprema: «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior». 
I personaggi di De Andrè sono gli ultimi, gli emarginati, gli stranieri, gli ostracizzati. La musica rischiara le ombre, purifica il marcio, assegna ad ogni ruolo importanza. E nessuno è semplicemente quello che di lui viene detto: la "puttana" di via del campo è la graziosa dagli occhi grandi color di foglia, è la bambina con le labbra color rugiada. La propria specularità viene trasmessa dall'autore ai personaggi senza volgarità, senza banalità, senza forzatura. Ogni cosa risplende perché è fenomeno e noumeno insieme: scartavetrando l'imballo pesante dei nomignoli, una luce rende visibile ciò che non si vede a occhio nudo, in una continua dialettica di chiaroscuri, di interno-esterno, di immagini restaurate.
«Sentii fin da subito che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l'ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste e l'illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo. Quest'ultima si è sbriciolata presto, la prima, invece, rimane»: la musica è vera quando stimola le coscienze, quando si impone come «ultimo grido di libertà». Le canzoni di De Andrè riescono a conciliare l'ampissima cultura del loro autore (sono evidenti le influenze dei Vangeli, di Brassens, Majakovskij, Cioran, Álvaro Mutis, Edgar Lee Masters, Bob Dylan) a un pubblico variegato. Sono parole anarchiche, che si rivolgono a tutti. Perché «dietro a ogni scemo c'è un villaggio», perché ciascuno rivendica il proprio diritto all'equità.
Faber ha scritto lasciandosi attraversare dal divenire, viaggiando «in direzione ostinata e contraria»: è questo il suo grande merito. 
Scrivendo di questo personaggio, mi sento come una profana in un tempio: ne ammiro l'architettura, ma proprio la sua maestosità mi rende minuta. Uomini come Faber ci spronano a fare meglio, ad andare oltre, a emozionarci.  

«Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti
  


Qui potete trovare un elenco di libri su De Andrè: http://www.bielle.org/fabriziodeandre/Pages/libri.htm

Vi lascio con una canzone: 




lunedì 24 dicembre 2012

"Nero" di Tiziano Sclavi


«Nella notte fredda e scura, chi ha paura? 
Chi ha paura?
Ha paura l’assassino di incontrare il suo destino.»


La prima cosa che si scopre leggendo un libro è chi sia il protagonista. Nel caso di Nero, non solo l'identità di "lui" non è chiara dal principio, ma non sarà chiara neppure alla fine. Il protagonista attraversa diverse identità: "l'uomo", Federico Zardo, di nuovo l'uomo, lui, fino all'ingresso dell'"altro Zardo" che torna a rimescolare le carte.
Vi sto confondendo? Questo non è niente.
Presso il grande pubblico, Tiziano Sclavi è conosciuto quasi esclusivamente come "il papà" del celeberrimo Indagatore dell'incubo, Dylan Dog. I suoi romanzi (Tre, Dellamorte Dellamore, il brevissimo Film e lo stupendo Mostri, oltre che lo stesso Nero del 1992) sono scritti in quello stesso stile che abbiamo imparato ad amare dal fumetto.
In Sclavi (come in molti numeri di Dylan Dog, sceneggiati da altri ma coerenti al progetto dell'autore) vediamo ripresentarsi degli inquietanti temi ricorrenti: l'identità stravolta e sostituita, il delitto sposato al delirio, il tema caro e delicato dei "freaks". In Nero vediamo la centralità del primo di questi temi, condito dall'immancabile gusto noir, grottesco più che horror, abbondantemente splatter, tipicamente grandguignolesco. Regina incontrastata è sempre l'Oscura Signora, la morte che domina la scena con la sua presenza inersorcizzabile e pervasiva. Tocco finale, l'onnipresente ironia (e a volte sarcasmo) che sempre caratterizza le battute di Dylan Dog e ritroviamo in tante espressioni del libro. Insomma, Nero si inscrive a pieno titolo in quel filone tipicamente sclaviano, che si contraddistingue per le sue suggestioni inquietanti e oniriche (ovviamente da incubo, e non da sogno!).
Eppure, nonostante l'omogeneità dell'opera al resto della produzione sclaviana, Nero non nasce per essere un romanzo o un racconto tra i tanti. Inizialmente, nelle intenzioni dell'autore c'è scrivere una sceneggiatura per un fumetto a puntate, una sorta di lunga e macabra soap opera cartacea; dei disegni sarebbe stato incaricato Claudio Villa, sebbene alla fine non sia stato possibile portare a termine il progetto.
Cosa resta allora di Nero?
«È una sceneggiatura raccontata minimamente per lasciare molto libero il regista» dice Sclavi. Già, perché la storia del romanzo Nero è inscindibile dalla storia dell'omonimo film. Il regista in questione è Giancarlo Soldi e il romanzo di Sclavi trova così la sua giusta dimensione. Leggendo il libro, infatti, si ha proprio l'idea di scorrere un canovaccio o di seguire da vicino un lavoro di regia; sembra non di leggere ma di ascoltare una voce che ci sta raccontando un film.  «Lentamente si delinea lo skyline di Milano», leggiamo, e ci sembra di vedere l'inquadratura allargarsi e delinearsi. Numerosi flashback e flashforward sono introdotti esplicitamente e scritti in corsivo. I dialoghi sono spontanei e secchi, le descrizioni scarne fino all'assurdo, puri appunti per una futura scenografia.
Eppure, nonostante questa incredibile leggerezza suggestioni e renda la lettura facilissima, non è altrettanto semplice la comprensione del testo. Essendo nato per altri scopi, addirittura, Nero è un romanzo senza finale. Per il film ne è stato appositamente inventato uno, "anzi due", come dice lo stesso Sclavi in un'intervista. E dice anche, dopo aver dichiarato di nutrire ricordi vaghi della stesura di Nero:
«La maggior parte delle cose che ho scritto, fin da ragazzo, le scrivevo da ubriaco. La classica figura dello scrittore alcolista, con la sigaretta, il bicchiere di whiskey e la macchina da scrivere. Ciò mi ha permesso di diventare alcolista, non scrittore!». La solita ironia sclaviana di cui parlavo.
Sclavi è un autore davvero da non perdere, e nel dire questo mi riferisco anche e forse soprattutto al fumetto. Leggendo diversi autori, soprattutto tra i giovani, mi risultano evidenti i prestiti e le influenze sclaviane, nei generi che spaziano dal noir all'horror più scabroso. Si può dire senza tema di essere smentiti che Tiziano Sclavi sia un punto di riferimento per la letteratura di genere degli ultimi vent'anni; di certo, è un autore che ha lasciato un segno molto incisivo nel panorama italiano.
Non aspettatevi di ricevere chiavi di lettura per comprendere meglio Nero, e non nutrite vane speranze in una chiarificazione finale. Lasciate che questa storia vi suggestioni e vi trasporti senza essere troppo razionali. E, naturalmente, accompagnate la lettura con la visione del film. Buona lettura e buona visione!


Francesca, protagonista femminile del film, accompagnata da Federico Zardo (un Sergio Castellitto superlativo come sempre).

«Dissolvenza in nero.»

domenica 9 dicembre 2012

"Creatura di sabbia" di Tahar Ben Jelloun

"Oggi posso dire che mi sono tormentato su quel volto di cui spesso mi sfuggivano i contorni. Era l'immagine di un'immagine, semplice illusione, velo posato su una vita, o metafora elaborata in un sogno?"

Prima dell'Islam, i padri seppellivano vive le figlie femmine quando erano ancora appena nate e avevano ragione a farlo. Così la pensa Hadj Ahmed a cui, dopo sette figlie femmine, ne nasce un'ottava. L'evento é vissuto dalla famiglia come un'ennesima sventura, senza dubbio il risultato di una maledizione, perché la legge islamica penalizza le donne in materia di successione e i fratelli minori di Hadj Ahmed già pregustano il corposo patrimonio che erediteranno alla morte del primogenito in barba alla sua vedova e alle sue numerose figlie. La soluzione sembra una sola: pesante come una bestemmia, grave come una sfida nei confronti del destino. Gli altri membri della famiglia non ne sanno nulla, la moglie é costretta a rendersi complice della folle ossessione del marito: nonostante Dio abbia destinato la famiglia a caricarsi di una ottava figlia femmina, la piccola sarà battezzata, cresciuta ed educata come un maschio. Per tutti, compresa lei stessa, sarà Mohamed Ahmed. Sarà il menarca a instillare il dubbio nel\nella protagonista e a mandare in frantumi l' identità artificiale che aveva assunto come propria, il viso che aveva eretto come si edifica una casa.
Se il tema dell' androgino, come quello della figlia femmina che viene rifiutata dal padre e trasformata artificialmente in un figlio maschio, è un classico e un motivo ricorrente in libri, film, miti e fiabe (per non dire che è un motivo  trito e ritrito), di certo non si può accusare di scarsa originalità il lavoro di Ben Jelloun. Il suo\la sua protagonista non è la Fantaghirò o la Lady Oscar di turno. Lo spessore psicologico di Ahmed è sconvolgente, la sua carica tragica è intensissima fin dalle prime pagine. Quando il ragazzino è ancora convinto di essere tale, quale l' educazione gli ha inculcato di essere, la tragedia non è ancora consumata ma già annunciata. L'anelato figlio maschio è una "creatura di sabbia",  una figura modellata dal padre, un' identità del tutto costruita ed irreale, priva di consistenza. È un' illusione, un inganno. Non è solo la società maghrebina ad essere ingannata, non è solo la Legge (giuridica e religiosa) ad essere aggirata, ma è lo stesso Ahmed la vittima di questa regia spietata. La sua natura, le sue pulsioni, la sua ricerca disperata di un'identità negata e violentata sono tratteggiate a tinte forti, con una grande intelligenza e una rara eleganza.
Impareggiabile è la figura disperata e fragilissima di Fatima, la cugina  epilettica che Ahmed pretende di prendere in moglie per portare all'estremo la messinscena paterna. Sublime è il linguaggio, fiorito e grondante di tradizione e insieme creatività. Ben Jelloun, dopo i primi testi resi sovraccarichi proprio da questo suo stile ricco ed immaginifico fino all'esagerazione, trova in " Creatura di sabbia" la sua compiuta maturitá: l'Occidente non è più additato come la fonte di ogni male (retaggio doloroso di un umiliante passato coloniale), ma a venire indagate e sviscerate nella loro rudezza sono le stesse istituzioni musulmane che, nelle forme più tradizionali e a dispetto del desiderio di modernizzarsi, penalizzano la donna.
Da bambino "ero circondato solo da donne che mi raccontavano storie meravigliose. Io osservavo la loro esistenza così piccola, servile, il loro universo domestico  consunto e misero. Non mi è piaciuto fin da allora: ne ho provato pietà e rabbia, la certezza di una ingiustizia supinamente accettata" ha dichiarato l'autore (La Repubblica  del 21 gennaio 1988). A queste forti impressioni radicate nell'infanzia di Ben Jelloun dobbiamo figure come quella, sottomessa e sofferente fino al totale annichilimento e alla follia, della madre di Ahmed e quella dello stesso Ahmed.  A questa amara e davvero approfondita riflessione dobbiamo l'intensità di questo racconto:  in una trama complicata e tumultuosa di episodi, in un intrecciarsi e accavallarsi di versioni e narratori diversi, in un incastro magistrale di realtà e sogno, in un labirinto di immagini fiabesche e da incubo, questo libro ci guida  nella ricerca di questa identità frammentata e perduta, nascosta all'ombra della morte e velata dei colori intensi e onirici di un pregiato stile orientale.

"Ho imparato così ad essere dentro al sogno e a fare della mia vita una storia totalmente inventata, un racconto che conserva il ricordo di quanto è realmente accaduto. Sarà per noia, sarà per stanchezza che ci si propone un`altra vita, che si indossa come una djellaba meravigliosa, un vestito magico, un mantello, tessuto di cielo trapunto di stelle, di colori e di luce?"

mercoledì 5 dicembre 2012

"La spada della verità vol. 7" di Terry Goodkind


«La vita è il futuro, non il passato.»

Cala rapidamente la sera e il freddo è intenso e pungente. Il cadavere di un soldato giace riverso nella neve e una ragazza, Jennsen, si ferma ad osservarlo. Incuriosita, lo fruga: tra le sue cose trova del denaro, un pugnale con la R della casata dei Rahl in rilievo sull'elsa e un messaggio che per lei equivale ad una condanna a morte. Non le resta che occultare il cadavere, avvisare la propria madre dell'allarme e darsi ad una fuga precipitosa, ma prima di riuscire ad allontanarsi Jennsen viene raggiunta da un giovane misterioso di cui non conosce le reali intenzioni.

Chi sperava di trovare nel settimo volume de "La spada della verità" i resoconti delle impavide gesta di Richard Rahl o i pettegolezzi freschi sulla sua comitiva non sarà soddisfatto prima delle ultime cento pagine. Spiazzante ma senza dubbio originale: il protagonista acclamato ed indiscusso della fortunata saga, infatti, non è che un personaggio marginale del volume. Il punto di vista è quello di Jennsen appunto, una ragazza praticamente priva di un'identità riconosciuta e di una vita propria. Il suo cognome è Rahl e suo padre, Darken, ha cercato di farla uccidere dai suoi quadrati fin dal giorno in cui ha saputo della sua esistenza. Tra fughe precipitose e immani sacrifici, Jennsen ha vissuto nel costante terrore di venire trovata e uccisa. Sua madre, unica persona che si curi di lei, l'ha addestrata all'uso del coltello nel timore, fondato, che prima o poi uno scontro armato sia inevitabile. Alla morte di Darken Rahl, la vita per le due giovani donne diventa ancora più dura, perché al tiranno succede Richard Rahl, un uomo ancora più temibile a sposato con una donna di rara crudeltà, la Madre Depositaria in persona.
Il totale capovolgimento dei punti di vista è la caratteristica principale e senza dubbio vincente di questo volume. Richard è il nemico, il "cattivone" di turno, e obiettivo della protagonista è quello di sfuggirgli e, se possibile, eliminarlo. Terry Goodkind ha abilmente intorbidito le acque e trasformato una sorta di esercizio di scrittura in un volume scorrevole e piacevolmente misterioso, perché imperniato sulla nozione, che non verrà chiarita fino all'ultimo, di "buchi nel mondo" o Pilastri della Creazione (titolo completo, in lingua originale, del volume).
I punti a sfavore sono una scarsa verosimiglianza in alcuni passaggi e qualche spruzzo di banalità qui e là. Su una struttura del tutto originale, come ho detto, per via del ribaltamento dei ruoli, è imbastita insomma una trama che è parecchio lontana dalla perfezione. Il finale è immensamente scontato e inoltre un po' precipitoso, ma segue il resto della storia meccanicamente e in perfetta logica (e soprattutto coerentemente al carattere volubile della protagonista, che a parer mio non brilla particolarmente per intelligenza).
Io non stravedo per la saga di Goodkind, ma ho trovato soprattutto quest'ultimo volume una lettura abbastanza piacevole e senz'altro leggera (solo 528 pagine e uno stile poco impegnativo).

lunedì 3 dicembre 2012

Tracce di poesia - Friedrich Nietzsche

Qualche giorno fa qualcuno ha detto che ci sarebbe stata una tromba d'aria che non sarebbe passata inosservata. Mi sono barricata in casa e ho immaginato il "là fuori" come uno scenario apocalittico: il sublime di questa visione mi ha sopraffatta. Mentre scrivo ho chiara nella mente quell'immagine: come fare a non associarla alla personalità di Friedrich Nietzsche? Come un turbine, egli parla anche alla mente più ottusa, trasformando il dionisiaco in apollineo e l'apollineo in dionisiaco* e riconfigurando ogni paradigma. 
Chiamare Nietzsche un filosofo è cosa riduttiva: egli non assume di volta in volta le vesti di poeta, filosofo, filologo, compositore, ma è tutte queste identità insieme nella misura in cui esse costituiscono il suo proprio.
Prosa e poesia si compenetrano: il pensiero filosofico si sviscera in una prosa "spensierata" che diventa poesia armoniosa, ironia didascalica. La spontaneità dello scrivere altro non è che un presentarsi: nelle poesie sparse qui è là nelle sue opere, Nietzsche scrive della felicità, della solitudine, dell'attesa. La prospettiva intimistica è poi coadiuvata da una irrinunciabile condivisione: un tema spesso affrontato è quello degli amici. «Einsam zu denken - das ist weise. Einsam zu singen - das ist dumm!»: « ensar da soli - quest'è certo saggio, cantar da soli - questo è solo sciocco!», scrive negli "Idilli di Messina". La poesia, il cantare assieme agli altri, è via di fuga e al tempo stesso ragione di sventura: «Solo il volo mi dà nuove forze - e m'insegna affari più belli, canti e scherzi e giochi di note» e ancora «Un'oretta, due ore - o fu un anno? Fu un istante ed i sensi e la mente sprofondarono dentro un eterno tutto uguale, un abisso s'è aperto, senza limiti: - e tutto è passato! -».
Come scriveva Italo Alighiero Chiusano: «il guaio di Nietzsche poeta è che sappiamo anche troppo che la sua penna e la sua fantasia sono le stesse del Nietzsche filosofo, e"filosofo del martello"». Non esiste prosa senza poesia né uomo senza storia, è vero! Ma la poesia deve essere astorica e apolide, nella misura in cui bisogna sentirne il ritmo, l'essenza, la frenesia: la contestualizzazione viene in un secondo momento, quando i sensi si sono già lasciati inebriare dalle onde spasmodiche della lirica.
Ebbene, come si deve intendere lo slancio poetico di Nietzsche, se più volte egli stesso ha ammesso di odiare i poeti per la loro presunzione di verità? Come ha scritto Fernando Pessoa in una sua bellissima poesia ("Autopsicografia"), «il poeta è un fingitore». Ne è una dimostrazione il discorso "Dei poeti" di Zarathustra: la poesia è autentica non quando si mischia col simbolismo, ma quando è profezia dell'originario. Nietzsche, nel poetare, è animato proprio dall'esigenza di autenticità e di chiarezza:


«(...)
così una volta crollai io stesso
giù dal mio delirio di verità,
dalle mie diurne bramosie,
stanco del giorno, malato di luce -
- crollai riverso, incontro alla sera e all'ombra,
da Una verità sola
bruciato, e assetato:
- ricordi ancora, ricordi, cuore ardente,
come allora eri assetato? -
Ch'io sia bandito
da ogni verità,
solo giullare!
Solo poeta!»



Forse proprio la ricerca della Verità ha causato il suo collasso psicologico: morì da folle, ma la sua follia è tutt'uno con la sua genialità. Credo sia questo il caso di parlare di "genio e follia".


Per approfondire la questione:

Da destra Lou Andreas-Salomé, Paul Rée e Friedrich Nietzsche
  • Le poesie, Friedrich Nietzsche, a cura di Anna Maria Carpi ed edito da Einaudi 
  • Nietzsche e la poesia, a cura di Annalisa Caputo e Michele Bracco ed edito da Stilo Editrice 
  • Vita di Nietzsche di Lou Andreas-Salomé, edito da Editori Riuniti (credo che questa sia la biografia più attendibile, dal momento che Nietzsche intrattenne un triangolo filosofico-sentimentale con Lou Andreas-Salomé e Paul Rée: chi meglio della Salomé avrebbe potuto scriverne una biografia?) 



Vi lascio con questi bellissimi versi:





Il lamento di Arianna (dai "Ditirambi di Dioniso")



Chi mi riscalda, chi mi ama ancora?

Date mani ardenti,

date bracieri per il cuore!

Giù prostrata, inorridita,

quasi una moribonda cui si scaldano i piedi,
sconvolta da febbri ignote,
tremante per gelidi dardi pungenti, glaciali,
incalzata da te, pensiero!
Innominabile! Velato! Orrendo!
Tu cacciatore dietro le nubi!
Fulminata a terra da te,
occhio beffardo che dall'oscuro mi guardi!
Eccomi distesa,
mi piego, mi dibatto tormentata
da tutte le torture,
colpita da te crudelissimo cacciatore,
sconosciuto- dio...
Colpisci più in fondo!
Colpisci una volta ancora!
Trafiggi, infrangi questo cuore!
A che questa tortura
con frecce spuntate?
Perchè guardi di nuovo
insoddisfatto da questo tormento,
con divini occhi lampeggianti?
Non vuoi uccidere,
torturare solo torturare?
A che- torturarmi,
tu malvagio dio sconosciuto?
Ah! Ah!
Ti avvicini furtivo
proprio in questa mezzanotte?
Che vuoi?
Parla!
Mi stringi, mi opprimi,
ah! troppo vicino!
mi ascolti respirare,
il tuo orecchio spia il mio cuore,
o geloso
-ma di che geloso?
Via, via!
perchè la scala?
vuoi salire sin dentro, nel cuore,
nei miei piu segreti
pensieri salire?
Svergognato! Ladro!
Che speri di rubare?
Che speri di scoprire spiando?
tu -dio carnefice!
Oppure devo, come il cane,
dinanzi a te adagiarmi?
Devota, rapita fuori di me
prostrarmi- amore?
E' inutile!
Trafiggi ancora,
spina crudelissima!
Non sono un cane- solo la tua preda,
crudelissimo cacciatore!
La più superba tua prigioniera,
tu, rapitore dietro le nubi...
Parla infine!
Tu velato dal fulmine! Parla!
Che vuoi, predone, da me?
Come?
Prezzo di riscatto?
Quanto vuoi per riscattarmi?
Chiedi molto- consiglia il mio orgoglio,
e parla poco- consiglia l'altro orgoglio!
Ah! Ah!
Me- vuoi me?
me- tutta...
Ah! Ah!
E mi torturi, folle che sei,
distruggi il mio orgoglio?
Dà amore a me- chi mi scalda ancora?
dà mani ardenti,
dà bracieri al cuore,
dà a me, la più solitaria,
cui ghiaccio, ah! sette strati di ghiaccio
a bramare nemici insegnano,
persino nemici,
dà a me- te,
nemico crudelissimo,
anzi arrenditi a me!...
E' andato!
Ecco anche lui fuggì,
il mio unico compagno,
il mio grande nemico,
il mio sconosciuto,
il mio dio carnefice!..
No!
torna indietro!
Con tutte le tue torture!
Tutte le lacrime mie
corrono a te
e l'ultima fiamma del mio cuore
s'accende per te.
Oh, torna indietro,
mio dio sconosciuto! dolore mio!
felicità mia ultima...
Un lampo- Dioniso si manifesta con una bellezza smeraldina
Dioniso:
Sii saggia Arianna!...
Hai piccole orecchie, hai le mie orecchie:
metti là dentro una saggia parola!-
Non ci si deve prima odiare, se ci si vuole amare?...

Io sono il tuo Labirinto...

Friedrich Nietzsche 
*La tensione tra apollineo e dionisiaco è qualcosa di irrisolvibile in tutta la speculazione di Nietzsche.  

domenica 25 novembre 2012

"La filosofia nel boudoir" del Marchese de Sade


«Le atrocità, gli orrori, i crimini più abietti non devono meravigliarti, Eugénie: quel che c'è di più sconcio, di più infame e di più proibito dà alla testa che è un piacere... e ci fa sempre orgasmare nella maniera più deliziosa.» 

Se dovessi definire con un aggettivo quest'opera, il primo che mi viene in mente è "agghiacciante". In un boudoir, stanzetta in cui le donne solevano imbellettarsi, sofisticate, superficiali e annoiate dalla vita del buon borghese, fatta di feste, cene, teatri, la giovane Eugénie viene educata al "libertinismo". Di cosa si tratta? Il libertinismo implica la distruzione di tutti i valori morali condivisi, primo tra tutti il pudore nella sessualità: non si tratta di vivere una sessualità libera da ogni pregiudizio, ma si tratta di fare sistematicamente tutto ciò che è proibito, con lucidità, con freddezza. La pedofilia, la violenza, l'abuso diventano dei doveri: è l'antimorale di Sade, il sadismo. Il sadico non è colui che ha una vita sessuale libera, ma è l'ateo, il criminale, il blasfemo. Protagonista del romanzo è sicuramente Dolmancé, l'educatore di Eugénie: è il leader del gruppetto costituito dai due, dalla signora di Saint Ange, dal fratello di lei, "il cavaliere" e da un servo molto dotato, Augustin. Nelle orge descritte molto dettagliatamente, non c'è nulla della passionalità, dell'estasi che ad esempio gli antichi greci esprimevano nei loro riti orgiastici. C'è, invece, la freddezza di un uomo, Dolmancé, il quale ritiene che l'altro sia soltanto un oggetto di cui servirsi per raggiungere il proprio piacere, non importa se questo soffra o goda, ed insegna agli altri a fare la stessa cosa, soprattutto alla sua allieva Eugénie. La crudeltà è razionalizzata, sistematizzata. L'uomo non conta nulla, né per gli altri, né per la natura, né per se stesso. L'uomo è un corpo di cui si può disporre come meglio si crede, e i valori morali e religiosi sono soltanto delle imposizioni ormai vecchie e pedanti, che non fanno bene all'uomo né alla società: una società veramente riuscita è quella che nega l'esistenza di Dio e tutto ciò che questa fede comporta. L'uomo è fatto per far soffrire, perché destinato a soffrire: può abusare degli altri perché ha subito abusi e perché poi, le vittime diventeranno carnefici, nel ciclo di vendetta e sangue che la natura ha voluto. E se l'umanità si estinguesse perseverando in questa condotta? Tanto meglio. La natura "tollera", con un certo disgusto, le sue creature, e poco importa che l'uomo esista o meno. Ritornando all'aggettivo "agghiacciante" credo che adesso sia più chiaro il perché lo abbia usato: il sadismo non è quella caricatura che si vede in TV, in cui ci sono tipi un po' eccentrici vestiti con borchie, armati di frustini, che dicono di vivere esperienze sessuali eccentriche. Il sadismo parte da una concezione antireligiosa, antimoralistica, della società e dell'uomo, sostenute e portate fino alle estreme conseguenze, fino all'annientamento dell'altro, e con le quali bisogna confrontarsi: è la parte oscura di noi, quella distruttiva, che reprimiamo ogni giorno, che ci hanno insegnato a sublimare in azioni positive, per il bene degli altri. Viviamo in questo meccanismo credendo che il male non ci riguardi, e quando veniamo a sapere di episodi di cronaca nera, omicidi cruenti, stupri o abusi sui bambini, pensiamo che sono dei pazzi, o dei pervertiti. Ma è proprio di questo che si tratta? La differenza tra noi "buoni" e i "malvagi" è una differenza sostanziale o è solo una differenza di grado? Se così fosse, de Sade non sarebbe un apologeta della perversione, ma un conoscitore dell'inferno che l'uomo porta in sé, e che aspetta il momento opportuno per uscire; rappresenta la scelta che l'uomo può fare, di buttarsi a capofitto nel proposito di agire contrariamente alla morale, con la stessa determinazione con cui un uomo religioso può decidere di agire nella santità. Non si tratta di liberare i propri istinti, ma di seguire l'antimorale, è la guerra contro la morale. Ciò che noi chiamiamo Male, Sade lo chiama Natura: ma è davvero questa la natura dell'uomo? Personalmente, i personaggi di quest'opera, in particolare Dolmancé, il più interessante senza dubbio, non mi sono sembrati naturali, ma determinati a sacrificare una parte di sé, per esaltare il piacere dato dalla distruzione: schiacciati dall'ipocrisia e dalla tirannia della morale, hanno costruito un'antimorale, ma il rischio è quello di essere schiacciati da una nuova tirannia, che reprime in senso opposto, ma con la stessa intensità, le pulsioni contrastanti dell'anima, umiliandola esattamente come la religione umilia il corpo. Non c'è armonia, ma cieca violenza. Il romanzo si conclude con un delitto, la vittima è la madre di Eugénie, che cerca di difendere inutilmente i valori morali in cui crede e che costituiscono le basi dell'educazione che ha dato a sua figlia. Ma, ormai, questa ha ricevuto, in un sol giorno, una nuova educazione, e la crudeltà del delitto ne sarà una dura dimostrazione. Dopo aver messo in pratica tutti i suoi insegnamenti fino alle più terribili conseguenze, Dolmancé dice:


 «Che splendida giornata! Non mangio mai meglio, non dormo mai così bene come quando mi sono macchiato a sufficienza, durante il giorno, di ciò che gli sciocchi chiamano crimine.»

giovedì 22 novembre 2012

Presentazione: "La collina del vento" di Carmine Abate

Che cos’è l’identità?
Questa è la prima domanda posta da Enrica Simonetti a Carmine Abate. La risposta di Carmine Abate inizia con: «Ho scritto nove libri di narrativa per cercare di rispondere a questa domanda».
La questione è profondamente intricata, stratificata. Intelligentissima è decisamente al passo con i tempi è la filosofia di Carmine Abate al riguardo: la soluzione è “vivere per addizione”.
Ricordiamolo: Carmine Abate è nato a Carfizzi, comunità  arbëreshë in provincia di Crotone; ha vissuto molti anni in Germania; attualmente vive e lavora in Trentino. Allora, sorge la domanda: quale identità Carmine Abate rivendica come propria? Si sente Calabrese, Arbëreshë, Tedesco (o meglio Germanese) o Trentino? “Vivere per addizione” vuol dire proprio sentirsi tutte queste cose insieme. Non scegliere fra le proprie diverse origini e identità una che ci rappresenti pienamente, ma viverle tutte insieme. Anche perché, come l’autore ha detto nel corso della presentazione, la discriminazione e il razzismo, come anche l’identità in un certo senso, sono solo “negli occhi degli altri”: quando si recò per la prima volta in Germania, dai Tedeschi era visto come uno straniero; dagli altri stranieri, come un Italiano; in Italia, è considerato un meridionale (o terrone); tra i meridionali, è un Calabrese; tra i Calabresi, uno ghiegghiu (termine dialettale, leggermente dispregiativo, per indicare gli appartenenti alle comunità arbëreshë); e a Carfizzi, tra gli Arbëreshë, era additato come Germanese (e oggi come Trentino). È lo sguardo degli altri, dunque, a frantumare l’identità di una persona: Carmine Abate si dice legato alle proprie radici più profonde (quelle arbëreshë e calabresi), ma non meno legato alle radici un po’ meno profonde, solo perché più recenti, che nel corso della vita ha affondato nei diversi terreni dei luoghi in cui ha vissuto.
Nel corso della presentazione abbiamo avuto dimostrazione pratica di questa filosofia: due partecipanti all’evento si sono rivolti all’autore in lingua albanese e in lingua tedesca, e lui ha risposto a entrambi nelle rispettive lingue, con la massima scioltezza ed evidente piacere.
È in questa filosofia, se vogliamo in questo “stile di vita” che affonda anche la principale caratteristica della narrativa di Carmine Abate: la tecnica o lo stile del “doppio sguardo”. L’identità e l’appartenenza si fanno forse più chiare e più sentite quando ci si allontana dalla terra in questione. Non a caso, Abate è un Calabrese che scrive di Calabria dalla Germania prima e dal Trentino poi. Lo fa essenzialmente attraverso un doppio sguardo, cioè attraverso la messa a fuoco di due diversi punti di vista: quello di chi appartiene alla comunità descritta e raccontata e quello di chi la vede e la scopre dall’esterno.
Cos’altro ha raccontato Carmine Abate di sé?
È stata una presentazione davvero piacevole e ricca di curiosità, in cui c’è stato spazio per qualche racconto dei tempi in cui era studente di materie letterarie presso l’Università di Bari, a partire dal suo incontro fortuito con Pier Paolo Pasolini, che segnò una vera svolta nella sua vita, consacrandolo all’arte della scrittura, fino alle torture più crudeli che goliardiche che gli studenti più anziani infliggevano alle matricole.
Per quanto riguarda la sua attività come scrittore, Carmine Abate ci ha rivelato quale sia il sentimento che più di altri lo spinge a scrivere: una sorta di “urgenza”. È quella che ha provato per esempio da ragazzo di fronte alle condizioni estremamente dure in cui suo padre, come altri emigrati, era costretto a lavorare durante il suo soggiorno ad Amburgo. È insomma una voglia ardente di denunciare le storture a cui l’autore si trova ad assistere.
E come poi da questa urgenza emergano delle storie ricche e articolate, è presto detto: come per altri autori (che personalmente ammiro e capisco ben più di quelli che si basano su “scalette” stabilite a mente fredda), per Carmine Abate tutto ha inizio da “visioni”, immagini quasi cinematografiche che colpiscono anche l’olfatto. Per quanto riguarda “La collina del vento”, Abate ha raccontato di aver avuto innanzitutto l’intuizione di due morti ammazzati appunto su una collina. Ha innanzitutto descritto questa scena, arricchendola dell’odore e del colore purpureo della sulla, e solo successivamente è venuto a conoscenza di chi fossero i due morti in questione, di chi li avesse uccisi e di tutto il resto della storia. Il ruolo dello scrittore interpretato da Abate è dunque, in un certo senso, “passivo”: di un vaso che si trova a ricevere una storia e a trascrivere le vicende che i personaggi (che presto diventano vere e proprie “persone” con un proprio carattere e un proprio destino) scrivono praticamente da sé. Abbiamo a che fare dunque con uno scrittore propriamente detto, un vero e proprio entheos di stampo aristotelico (il che mi piace!).
Per quanto riguarda lo stile di scrittura, e se Carmine Abate lo abbia mutuato da qualche altro autore, la risposta è stato sorprendente e piacevole: sicuramente tra gli scrittori da lui più apprezzati c’è Pavese, ma da nessuno scrittore Abate si è sentito influenzato come dai contadini del suo paese. Questi sono i più abili narratori, i più coinvolgenti affabulatori: è al loro modo di raccontare, è alla sveltezza e all’intensità della migliore tradizione orale popolare che Abate ha improntato il suo modo di scrivere. Con questo, gli piace dirsi inscritto nell’alveo degli antichi rapsodi, dei narratori orali appunto, che appoggiano le proprie storie sulle ballate, sulle vicende personali e popolari, sul dialetto. Perché la parola dialettale, come la parola arbëreshë, si inserisce armonicamente nella tessitura dello scritto di Abate, senza stonare o risultare incomprensibile. Segue in questo i molti autori che miscelano italiano e dialetto nelle loro opere, e lo fa in un suo modo molto personale e piacevole.
Prima della presentazione, ho avuto il piacere di scambiare qualche parola con Carmine Abate. È assolutamente il caso di riportare una parte della conversazione, che trovo di interesse praticamente pubblico.
Chiacchierando, gli ho detto di aver pubblicato un libro qualche tempo fa. L’ho detto con un tono dimesso e vergognoso, sperando che non indagasse. Lui, implacabile, ha indagato. Mi ha chiesto con che casa editrice. Alla mia risposta, ha scosso la testa.
«Non pubblicare mai con una casa editrice a pagamento», mi ha ammonito, sebbene per me purtroppo fosse troppo tardi (ebbene sì, io ho commesso questo grave errore di gioventù di cui ho già ampiamente avuto modo di pentirmi). Carmine Abate non è mai, in tutta la sua carriera, neanche agli esordi in Germania, ricorso all’editoria a pagamento. Non ha mai tirato fuori un soldo per pubblicare un libro.
Non è una questione di orgoglio né meramente di soldi: il fatto è che (parola di Abate) avere nel curriculum un libro pubblicato da una casa editrice a pagamento «è un pessimo biglietto da visita» quando ci si presenti da un editore “serio”.
Bene, scrittori esordienti e aspiranti scrittori che leggete questo post, siate avvisati!
Tornando all’argomento della presentazione, il libro “La collina del vento” sembra davvero aver messo d’accordo “critica e botteghino”. Alla piacevolezza della lettura sembrano aggiungersi un grande stile e un certo spessore. Non a caso, l’opera ha vinto l’ultimo Premio Campiello! Conoscendo Abate, non ho dubbi che il riconoscimento e i complimenti siano meritatissimi. Tornerò a parlare di questo libro dopo aver avuto il piacere di leggerlo!



mercoledì 21 novembre 2012

"L'amico ritrovato" di Fred Uhlman


"Non vidi il fuoco né udii le grida della madre e della cameriera, ma appresi la notizia il giorno dopo, quando i miei occhi si posarono sui muri anneriti, sulle bambole carbonizzate e sulle funi bruciacchiate dell'altalena, che dondolavano come serpenti dall'albero accartocciato. Ne rimasi sconvolto, come mai prima di allora. Avevo sentito parlare di terremoti nei quali erano state inghiottite migliaia di persone, di fiumi di lava incandescenti che avevano travolto interi villaggi, di onde gigantesche che avevano spazzato via le isole. Avevo letto che un milione di persone erano annegate durante l'inondazione del Fiume Giallo e altri due in quella dello Yangtse. Sapevo che a Verdun avevano perso la vita un milione di soldati. Ma non erano che astrazioni, numeri privi di significato, dati statistici, notizie. Non si può soffrire per un milione di morti. (...) «Non li vedi bruciare?» gridai disperato. «Non senti le loro urla? E hai ancora il coraggio di giustificare l'accaduto perché sei troppo pavido per vivere senza il tuo Dio? Cosa ci può servire un Dio privo di potere e di pietà? Un Dio che se ne sta nel suo paradiso e tollera la malaria e il colera, la carestia e le guerre?»"



Chi legge le pagine di questo libro ha come l'impressione di trovarsi sospeso in un'epoca intermedia, un'epoca a metà tra il presente e il passato. Forse è per questo che la prima volta l'ho abbandonato. Noi leggiamo da una postazione super partes, "protetti" dagli anni di storia che ci hanno preceduto: un ebreo degli anni Trenta non aveva le spalle coperte. Il nazifascismo era ancora troppo astratto per costituire una minaccia, ma già per le strade si avvertiva il terrore di chi, a causa delle proprie innegabili radici, doveva ritenersi un emarginato, un inferiore.
Questa è la storia dell'amicizia tra due sedicenni: uno (il protagonista, che parla in prima persona) è figlio di un medico ebreo, l'altro è discendente della gloriosa dinastia degli Hohenfels. Il suo nome è Konradin.
L'autore ci trasporta nella Stoccarda nazista del 1933: partendo da un'innocente amicizia, egli mette in scena la triste realtà dell'epoca, in cui divampano il bullismo in nome della razza ariana, la pressione psicologia, l'intolleranza, la perdita di identità. I tedeschi sono ammaliati dalla figura carismatica di Hitler, gli ebrei restano, gli ebrei partono. E da ebreo parte il nostro protagonista, alla volta dell'America, lasciando i propri genitori, che vogliono morire nella loro amata Germania, che pur li ripudia.
Dopo trent'anni, l'autore scrive "un libro che assilla la memoria", e i ricordi sembrano ricamati su una stoffa indistruttibile, sulla quale si vedono il dolore, la mistificazione, l'umanità tradita. Ciò che lo riporta al passato è una lettera da parte del suo vecchio liceo (il Karl Alexander Gymnasium), che contiene una richiesta di fondi "per l'erezione di un monumento funebre alla memoria degli allievi caduti durante la seconda guerra mondiale". In allegato, un libretto con la lista di tutti i caduti, in ordine alfabetico. I nomi sono ricordi. Legge e rilegge, saltando i cognomi che iniziano per H. Che fine ha fatto Konradin von Hohenfels?
Lascio a voi la sorpresa.


"Com'era inevitabile, alcuni tedeschi hanno incrociato la mia strada, brave persone che erano finite in prigione per essersi opposte a Hitler. (...) Ma anche con loro fingevo di avere qualche difficoltà a parlare tedesco. È una specie di facciata protettiva che adotto quasi (ma non del tutto)inconsciamente quando devo parlare con un tedesco. In realtà mi esprimo ancora perfettamente, accento americano a parte, ma non amo servirmi della mia lingua d'origine. Le mie ferite non si sono ancora rimarginate e, ogni volta che ripenso alla Germania, è come se venissero sfregate con il sale."



sabato 17 novembre 2012

"Il profumo" di Patrick Süskind



«Avrebbe potuto tacere e scegliere la via diretta dalla nascita alla morte senza deviare per la vita, e con ciò avrebbe risparmiato una quantità di sciagure al mondo e a se stesso. Ma per uscire di scena così discretamente avrebbe dovuto avere un minimo di gentilezza innata, cosa che Grenouille non possedeva. Fin dall'inizio fu un mostro. Si decise a favore della vita per puro dispetto e per pura malvagità.»


Sulla base di una ricostruzione storica molto dotta e ben documentata, Patrick Süskind ha delineato una storia di rara originalità e potente carica suggestiva.
L'autore riesce a trasportare con grande naturalezza il lettore in una dimensione distante dal modo di interpretare il mondo proprio della cultura occidentale, e cioè attraverso lo sguardo. Nella nostra cultura, gli approcci interpersonali, gli schemi concettuali che applichiamo alle percezioni, ogni cosa, insomma, è prettamente veicolata dal senso della vista. Nelle pagine de « Il profumo» si viene sbalzati fuori da questo habitus percettivo e mentale, ci si trova immersi in un mondo dipinto e descritto soprattutto tramite gli odori.
In una Parigi di fine Settecento, stipata di uomini e di case, nonché di cattivi odori di ogni tipo, viene al mondo non voluto da nessuno Jean-Baptiste Grenouille. Aggrappandosi alla vita come una zecca, rifiutandosi di morire «per puro dispetto e per pura malvagità», tra orfanotrofi, sfruttamenti e malattie, il piccolo cresce e sviluppa sempre più il dono sovrumano di cui la natura lo ha dotato: un olfatto straordinariamente acuto.
Jean-Baptiste, conscio della propria genialità, decidere di apprendere l'arte profumiera. Inizia così a lavorare per Giuseppe Baldini, profumiere che gli fornirà le basi del mestiere, e poi si sposta nella cittadina di Grasse per apprendere delle tecniche particolari. Tutto ciò perché Jean-Baptiste vuole far fruttare il suo dono e creare il profumo più straordinario di tutti i tempi: un profumo umano in grado di suscitare l'amore che gli è stato negato per tutta la vita.
Grenouille è un personaggio chiaramente squilibrato che l'autore cerca con ogni mezzo di far risultare odioso, tra manie di grandezza, atti di scellerata violenza, e riferimenti costanti alla sua cattiveria. Eppure, da lui si resta stregati.
Grenouille dimostra di essere davvero ciò che tutti hanno sempre creduto di lui: un mostro. Eppure, la mostruosità non risiede nella sua mancanza di umanità, nella leggerezza quasi inconsapevole che lo spinge all'omicidio seriale, nè in alcuno dei suoi delitti. La mostruosità di Grenouille risiede nella sua incapacità di amare. E' un personaggio richiuso in se stesso, prigioniero della propria perversità, incapace di darsi al mondo e di cercare un posto per sé nella comunità degli altri uomini.
E' un personaggio tratteggiato a tinte forti, a tratti spaventose e a tratti compassionevoli. Sicuramente con grande maestria.
Nel 2006 Tom Tykwer ha diretto «Profumo - Storia di un assassino», trasposizione cinematografica molto curata e abbastanza fedele del bellissimo romanzo di Süskind. Un film che merita sicuramente di essere visto e che mi è capitato di conoscere e apprezzare prima del romanzo.

Ben Whishaw interpreta magistralmente il ruolo di Grenouille in "Profumo - Storia di un assassino" 

mercoledì 14 novembre 2012

"La neve se ne frega" di Luciano Ligabue


«Fagli vedere il mare, piccola. Guarda tuto il mare che puoi. Infila tutto negli occhi da brava ingorda. Non stancarti di farlo. Per favore, non stancarti. Fagli "sentire" il mare con i tuoi occhi. Porgi anche il suo orecchio perchè possa sentirne i rumori ipnotici e quelli che non lasciano scampo.»

 L'uomo si distingue dagli altri animali perché è l'unico capace di ridere, ad avere un corso della vita "dritto" (mentre gli animali, che buffa cosa, nascono giovani e muoiono vecchi!) e a non riprodursi.
Questa è una verità semplice e all'ordine del giorno per DiFo e sua moglie Natura. Il Piano Vidor, la dittatura ipertecnologica che monitora ogni movimento dei cittadini, pianifica loro le esistenze, li fa nascere da una bolla generatrice e li abbina, in cambio garantisce loro i diritti, il «diritto ai diritti» e la felicità.
Nel pieno della giovinezza (cioè verso i sessant'anni), però, Natura mostra una strana anomalia. La sua pancia ingrossa, è tormentata da nausee e nessun medico sa fornirle una diagnosi.
Da secoli quella società ha dimenticato come sia una gravidanza umana e nessuno sembra riuscire a farsene una ragione, né a farvi fronte. Ma soprattutto, il Piano Vidor non è disposto ad accettare un simile regresso della specie.
La storia di DiFo e Natura è soprattutto una storia d'amore e una storia sul mistero, sul miracolo della vita. E' una strana fiaba sulla natura dell'uomo, una proiezione da incubo (o da sogno?) sul nostro futuro sempre più tecnologico e scientificamente sviluppato.
Se è vero che non ho apprezzato completamente lo stile di Ligabue, che mette in bocca ai suoi personaggi della fine del XXII secolo espressioni molto molto provinciali (e che sanno poco di fantascientifico), è vero anche che sono rimasta dolcemente affascinata dalla sua trama.
Quel mondo capovolto finisce col risultare pienamente verosimile e ritrovarsi in un mondo senza telecamere (o quantomeno con poche telecamere) in cui i neonati sono neonati e non «vecchietti dell'asilo» dà un'intensa nostalgia.
Questo libro è stato capace di suggestionarmi come pochi altri. Credo valga più di una recensione, per dettagliata che sia, questa ammissione: sono davvero felice di averlo letto (e grazie a Clem che mi ha praticamente costretto!).

«Ti lasciavi andare. Ti consegnavi a un destino che nessuno ti aveva confermato. E lo facevi da sola. Come non volessi ricordare che, qualunque fosse stato il cammino, qualunque la meta, io ci dovevo essere.»

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