martedì 17 aprile 2018

Un racconto boreale: "Luce d'estate ed è subito notte" di Jón Kalman Stefánsson

"Luce d'estate ed è subito notte" è interessante e "algido" come di solito sono i libri di Iperborea. È semplicissimo e insieme pretenzioso. Rappresenta un ripiegamento della narrativa sull'addome molle del focolare, del tedio quotidiano, della routine con gli stati d'animo che ciclicamente trascina con sé. È una scelta intimista e minimale, sorretta da un registro quotidiano e da descrizioni essenziali, rapido e spontaneo come un racconto orale. Il narratore sembra avvinto dalla tensione tra l'infinitamente piccolo dell'io (la memoria individuale, gli interrogativi quotidiani, la sognante progettualità) e l'infinitamente grande (il "senso della vita", gli abissi del cielo con le sue lunghissime notti e i suoi lunghissimi giorni, il respiro del mare, la volta stellata). Il personaggio dell'Astronomo è il referente, presso la sua piccola comunità, di questo infinitamente grande che inghiotte l'uomo e lo libera da ossessioni e paure superflue: è il personaggio che manda in malora il matrimonio con una bellissima moglie, il Maglificio che dirige con profitto, la casa invidiabile, per dedicarsi allo studio del latino e degli astri, nel suo ritiro spoglio sulla collina.
Ai piedi dell'Astronomo si srotola il tappeto dell'esistenza minuta: l'impiegata delle poste che sbircia la corrispondenza dei compaesani per diffondere informati pettegolezzi, il magro Jónas che fa il poliziotto per seguire le orme del padre ma ama gli uccelli del cielo e dedica tutto il suo tempo libero a studiarli e disegnarli, la contadina Ásdís che scoperto il tradimento del marito uccide gli animali domestici, la cagna con i suoi cuccioli, dà fuoco all'automobile e costringe il marito a vendere tutte le terre di famiglia, per vivere una vita nuova in un'altra casa e con un altro lavoro. 



Le comparse delle storie precedenti diventano protagonisti degli episodi successivi, in un intreccio di storie particolari che rende l'affresco di un villaggio islandese incastrato tra la campagna e i fiordi, riscaldato dalla calda Corrente del Golfo e dalle passioni dei suoi abitanti. Le loro vicissitudini sono raccontate con un occhio alla terra (la sveglia, il lavoro, gli agnelli e i camion, la televisione, il sesso, il fitness, i dolci da offrire agli ospiti in soggiorno) e uno al cielo (la sumarljós, il lunghissimo chiarore dell'estate; il volo delle diverse specie di
uccelli e i loro stridii; i cambiamenti di umore del clima, con le sue pioggerelle frequenti e fitte, che trasformano le aie in spiazzi fangosi). La narrazione è estremamente frammentata, svincolata da qualunque logica temporale e dalle costrizioni di sintassi e periodo. Lo stile segue piuttosto la logica della poesia (Jón Kalman Stefánsson esordisce come poeta alla fine degli anni Ottanta, e solo in seguito si dedica alla prosa) e modula la voce come per una lunga telefonata, che pretende di raccontare la molteplicità delle vite individuali e normali, piccole e incrostate sul terreno islandese, per dedurne l'universale, l'eterno, il davvero-importante, oltre le frenesie del consumismo e le promesse delle pubblicità. 
Naturalmente ho trovato irritanti queste velleità sacerdotali, ma affascinanti e malinconiche le descrizioni del fiordo grigio e degli stormi vagabondi, della memoria delle cose (più importante e vera delle cose stesse) e dei progetti destinati spesso al naufragio. "Luce d'estate ed è subito notte" è un libro che non vedevo l'ora di finire; ma quando l'ho finito, ho desiderato invano che ne restasse ancora un pezzetto. 


martedì 27 marzo 2018

Il Castello, Franz Kafka



«La burocratizzazione offre soprattutto la maggiore possibilità di attuare il principio della divisione del lavoro amministrativo sulla base di criteri puramente oggettivi, mediante l’attribuzione dei singoli compiti a funzionari preparati in maniera specialistica, e che si qualificano di più sempre con un maggiore esercizio. In questo caso, l’adempimento “oggettivo” significa in primo luogo un adempimento “senza riguardo alla persona”, in base a regole prevedibili. “Senza riguardo alla persona” è però anche la parola d’ordine del “mercato”, ed in generale di ogni sforzo diretto a perseguire interessi economici. La conseguente realizzazione del potere burocratico comporta il livellamento dell’"onore" di ceto – e quindi, se non viene contemporaneamente limitato il principio della libertà di mercato, l’universale dominio della “situazione di classe”. […] La burocrazia nel suo pieno sviluppo si trova anche, in senso specifico, sotto il principio della condotta sine ira ac studio. La sua specifica caratteristica, gradita al capitalismo, ne promuove lo sviluppo in maniera tanto più perfetta quanto più essa si “disumanizza” – e questo vuol dire che consegue la sua propria struttura, attribuita ad essa come virtù, che comporta l’esclusione dell’amore e dell’odio, di ogni elemento affettivo puramente personale, generalmente irrazionali e non calcolabili, nell’adempimento degli affari d’ufficio .»
(Max Weber)

Il Castello fu scritto da Kafka tra il gennaio e il settembre del 1922. È un’opera incompleta, pubblicata postuma nel 1926 a Monaco. Con il suo stile scarno, tratteggiando i personaggi in modo approssimativo, spingendo il lettore ad addentrarsi in un insensato percorso fatto di lettere inviate, telefonate, incontri con funzionari, Kafka ci narra la storia di una entità invisibile che si erge maestosa e incomprensibile, come una grande potenza estranea, di fronte all’individuo ridotto ad un’ombra: l’organizzazione burocratica della società.

Tutti apparteniamo al Castello, ma a volte sembra difficile crederlo
K. arriva una sera in un villaggio e, stanco per il viaggio, cerca riparo in una modesta locanda. Appena mette piede nel locale, lo spazio si riorganizza tutto attorno a lui: gli avventori lo guardano stupiti, l’oste si avvicina imbarazzato per accogliere l’ospite indesiderato, le cose assumono il loro volto più inospitale. K. si presenta, è un agrimensore assunto dal Castello. Questa spiegazione sembra tranquillizzare l’oste, il quale gli permette di riposare su un giaciglio improvvisato nella cucina. Il sonno dello straniero sarà ben presto disturbato da uno scettico che non crede a questa spiegazione. Ad un litigio segue una serie di telefonate al Castello, dai cui funzionari K. riceve vaghe risposte affermative. Sì, c’è bisogno di un agrimensore. K. è stanco, vuole riposare. L’indomani, si recherà al Castello per cominciare il suo lavoro.

K. al Castello non arriverà mai. Cercherà di parlare con diversi funzionari, lottando affannosamente per ogni singolo colloquio: ogni piccolo passo che sembra lo avvicini al Castello – una lettera ricevuta, un incontro con un impiegato del Castello, un’informazione ottenuta per caso – si rivela sempre un passo apparente. In questo continuo dimenarsi per restare sempre allo stesso punto, il protagonista esaurisce le sue forze, si annichilisce, senza riuscire a perdere completamente la speranza di svolgere il suo lavoro. E il Castello, quella costruzione in cima alla montagna che, appena arrivato, K. scorge vagamente tra la nebbia, resterà sempre vago e spettrale. Distante, sebbene decida e condizioni in ogni particolare la vita degli abitanti del villaggio. Come dirà Olga, uno dei personaggi più consapevoli del romanzo, «Dicono che apparteniamo tutti al Castello, che non esistono distanze da colmare, e normalmente può anche essere vero, ma purtroppo abbiamo avuto occasione di vedere che in certi casi non lo è affatto».

La potenza decisionale dell’apparato. Colloquio con il sindaco
K. si accorge ben presto che non sarà facile raggiungere il Castello. Il cammino è lungo e faticoso, il sentiero gira intorno alla montagna e sembra non arrivare mai in cima, la popolazione è ostile, se chiede un’informazione si voltano dall’altra parte o gli danno una risposta cortese ma non pertinente. Lo accolgono freddamente nelle loro case e lo invitano ad uscire dopo pochi minuti.

Difficile è anche la comunicazione con le autorità: l’amministrazione del Castello ha una struttura complessa e gerarchica. Ci sono i signori, gli alti funzionari, che hanno dei servi, i quali sono pure funzionari di un certo livello; ci sono diversi uffici, ognuno dei quali svolge uno specifico compito, anche se non è ben chiaro quali siano i compiti e gli uffici preposti. Si dice che tra una zona e l’altra ci siano delle barriere. Gli impiegati di infimo livello non possono avere liberamente contatti con i propri superiori. Le informazioni, gli ordini e le direttive vengono trasmessi da un segretario a uno scrivano, dallo scrivano al messo, poi al servo, poi ad un altro ufficio, poi ad un altro messo. Impossibile riuscire a seguire le tappe che percorre una procedura. L’intero processo amministrativo assume una propria forza autonoma: è l’intero sistema che prende le decisioni, nessuno ne è pienamente responsabile o consapevole. Questa organizzazione impersonale ed oggettiva permette al sistema di essere pienamente efficiente. Al Castello non sfugge nulla, la macchina burocratica è sempre ben oliata e funzionante. Tuttavia, nonostante la precisione di questo efficiente marchingegno computazionale, possono verificarsi degli errori. L’assunzione di K. è uno dei questi casi.

Questa è la spiegazione che dà il sindaco, quando K. si rivolge a lui per ottenere dei chiarimenti. Da giorni è giunto al villaggio, ha ricevuto una lettera da Klamm, alto funzionario del Castello, ma ancora non ha ben capito quale sia il suo compito e quando potrà svolgerlo.  Ebbene, il sindaco gli risponde che non c’è bisogno di alcun agrimensore. Molti anni prima, un impiegato del Castello aveva  avviato una pratica per l’assunzione di un agrimensore. Sortini, un impiegato modello, attento e meticoloso, aveva ricevuto questa pratica, e l’aveva inviata al sindaco. Durante l’assemblea comunale c’era stata una lunga discussione sulla necessità di questa assunzione: l’impiegato che aveva avviato la pratica aveva premuto perché fosse assunto, ma alla fine l’assemblea aveva stabilito che non c’era bisogno di alcun agrimensore, e aveva comunicato la decisione al Castello. Questa comunicazione non era giunta, e la pratica era rimasta sospesa. In questa situazione di stallo, che si verifica soltanto per i casi insignificanti come quello di K., il sistema prende una decisione:

«Quando una questione va avanti per molto tempo, può accadere, anche prima che le deliberazioni siano già concluse, che improvvisamente in un punto imprevisto e più tardi non determinabile, spunti fuori una soluzione che liquida la faccenda in modo spesso giusto, ma tuttavia arbitrario. È come se l’apparato amministrativo non potesse più sopportare la tensione, l’eccitazione subita da lunghi anni per colpa di quella questione, e in se stesso, senza l’aiuto dei funzionari, abbia preso una decisione.»

Il sindaco offre a K. un prezioso consiglio, logico quanto insensibile: prenda in considerazione l’idea di lasciare il villaggio, signor K. Nessuno le imporrà questa decisione, nessuno la inviterà ad andarsene, ma se non è contento della sua situazione qui, non deve per forza restare. K. dà una risposta semplice e commovente, che mette in risalto l’incompatibilità del sistema burocratico-amministrativo del Castello con le esigenze della vita degli individui:

«Le faccio un elenco di alcune della ragioni che mi trattengono: i sacrifici che ho fatto per lasciare la mia casa, il lungo e difficile viaggio, le legittime speranze che riponevo su questa nomina, la mia totale mancanza di mezzi, l’impossibilità, ora, di trovare al mio paese un altro lavoro equivalente, e da ultima, ma non per importanza, la mia fidanzata che è di qui».

L’Eros all’ombra del Castello: Frieda, Olga e Amalia
Nel romanzo sono narrate diverse relazioni erotiche attraverso le quali Kafka delinea i caratteri dei personaggi femminili. In generale, la vita amorosa degli abitanti del villaggio, compreso K., sembra amministrata per via indiretta dal Castello. Il ruolo sociale che si occupa nella piccola comunità è fondamentale per la determinazione della natura delle relazioni erotiche. Il sesso costituisce un elemento di elevazione o discesa sociale, può aiutare alla costruzione della stima dei proprio vicini oppure attirare su di sé il biasimo di tutta la comunità, a seconda che si abbia una relazione con un alto funzionario o una persona di poco conto, che si ceda alle lusinghe dei ministri del Castello o che le si rifiuti. Il sesso è una pratica umana, di vita come tutte le altre. Anche questo va amministrato.

Frieda è la fidanzata di K. La descrizione del loro primo incontro amoroso è l’unica, in tutto il romanzo, densa di sentimenti ed emozioni istintive, creative, non irreggimentate. Frieda e K. si attraggono al punto che la ragazza decide di abbandonare la sua posizione di privilegio per proseguire la sua relazione con K. La ragazza è privilegiata perché svolge un lavoro molto stimato alla mescita della Locanda dei Signori. Ma, soprattutto, è stimata perché è l’amante del grande funzionario, il signore dei signori, Klamm. Da quello che viene descritto da diversi personaggi del romanzo, oltre che da Frieda stessa, Klamm convoca nella sua stanza, tramite ambasciata, una donna che considera attraente e consuma un rapporto sessuale senza neanche rivolgerle la parola. Uscite da quella camera, l’amante di turno si vede elevarsi nella scala sociale.  I ministri del Castello sembrano quasi costretti ad avere contatto con delle donne del villaggio per esigenze biologiche, ma le donne vengono investite di un privilegio che permette di ottenere molti vantaggi.

Dopo la fuga di Frieda, K. cercherà di avere un colloquio con Klamm, per affrontare la questione “da uomo a uomo”. Ma è chiaro che K. non è un uomo per il Castello. Klamm non acconsentirà né si rifiuterà di avere questo colloquio, ma si nasconderà dietro il rifiuto indignato di tutti gli intermediari ai quali K. si rivolgerà per avere un’udienza. Eppure, Klamm è un’ombra densa nella relazione tra Frieda e K.: gli aiutanti che il Castello ha inviato a K. per i suoi “lavori di agrimensura”, cercheranno di sabotare la relazione, finché uno dei due non riuscirà ad interromperla. L’unica volta che K. viene convocato da un funzionario, Erlanger, è per sentirsi dire, dopo un’intera notte passata alla Locanda dei Signori ad attendere, che Frieda deve tornare alla Locanda, non perché a Klamm importi qualcosa, ma perché non si può correre il rischio di turbarlo.

Figura opposta è quella di Amalia. Olga e Amalia sono sorelle di Barnabas, uno strano messo che il Castello ha inviato a K. per eventuali comunicazioni. In realtà, questo messo è un povero ragazzo disperato che cerca un contatto con i funzionari per riabilitare la sua famiglia da un grande disonore. E anche Olga cerca un contatto con il Castello, diventando la prostituta dei servi dei funzionari. Causa del disonore fu Amalia, alcuni anni prima dell’arrivo di K.: una sera, in occasione di una festa, un funzionario che era stato in disparte per tutta la sera, si rianima alla vista di Amalia, ma ovviamente dissimula l’impressione che gli ha fatto la bellezza della ragazza. Il mattino dopo le invia, tramite messo, un biglietto pieno di oscenità: Amalia lo strappa e getta i pezzi di carta in faccia al messo. Da quel giorno la famiglia di calzolai perde il lavoro, i clienti, le amicizie, la stima della comunità. Sono dei dannati, la gente rabbrividisce quando K. li nomina. Il padre e la madre perdono il senno e la salute. Amalia si rinchiude nel suo malinconico orgoglio. Restano Barnabas ed Olga  a lottare per la riabilitazione della famiglia. Ma è difficile. Se si riuscisse ad avere un colloquio con qualcuno del Castello, questi potrebbe dire che la perdita dei clienti è una questione economica, che nessuno ha ordinato ai loro amici di non frequentarli più, che il Castello non ha mai emesso alcuna delibera né a favore né contro la loro famiglia. Inoltre, l’offesa riguarda il funzionario o il messo? Persone probe e integre come i funzionari non possono certo offendersi per un episodio così insignificante. Forse bisognerebbe cercare il messo e chiedergli scusa per l’atteggiamento scontroso della ragazza. Ma il messo non si trova, e sopravvivere, per questa famiglia ormai decaduta, diventa sempre più difficile.

L’inafferrabilità del Potere: i mille volti di Klamm
Klamm è l’uomo del Castello. La sua figura di alto funzionario rispecchia fedelmente la vaghezza dell’istituzione per cui lavora. Klamm, come il Castello, è irraggiungibile, indifferente, la sua assenza è ingombrante e decisiva. Nella Locanda dei Signori, Klamm ha una stanza tutta per sé, con la porta sempre chiusa a chiave. Lo si può guardare soltanto spiando dallo spioncino. Il volto di Klamm è indefinito, la sua persona indecifrabile. Non ha desideri né inquietudini. È l’apparato dei suoi sottoposti, la gente del villaggio, che cerca di interpretare i bisogni del superiore e si prodiga per soddisfarli. Klamm esercita il suo potere con il silenzio. In un bellissimo dialogo tra K. e Olga, la ragazza riporta il dubbio di Barnabas, che si chiede chi sia veramente Klamm. Qual è il suo vero aspetto? Se dovesse confrontare le descrizioni fatte dagli abitanti del villaggio con l’uomo che lui ha visto al Castello, non riuscirebbe a sovrapporle. C’è una differenza impercettibile, un misterioso scarto tra la sua visione e quella degli altri, tra il Klamm della Locanda e il Klamm del Castello. Eppure, quando Barnabas descrive l’uomo che ha visto, la descrizione corrisponde a quella a tutti nota:

«Ma dunque, Barnabas – gli dico – perché dubiti e ti tormenti?Allora, visibilmente imbarazzato, comincia a elencare le caratteristiche del funzionario del Castello, ma piuttosto che riferirle sembra quasi che le inventi, e inoltre sono di così poca importanza, impossibili da ritenere affidabili: riguardano, ad esempio, un particolare modo di accennare col capo, o soltanto un panciotto sbottonato».

Speranza o illusione? Il dialogo con Bürgel, la strana danza dei funzionari, l’offerta di Pepi
Le ultime scene del romanzo sono caratterizzate dalla stanchezza del protagonista. K. è nella Locanda dei Signori, in attesa del colloquio con Erlanger. Le palpebre si chiudono pesantemente, vorrebbe solo trovare un angolino in cui risposare. A questa stanchezza profonda, a questo corpo pesante che si aggira come un uno zombie per il corridoio con le camere dei funzionari, si contrappone una certa vitalità e dinamicità del contesto. Sembra affacciarsi una speranza, che lascia del tutto indifferente il protagonista.

K. cerca disperato un posto in cui dormire. Bussa ad una porta, sperando che la stanza sia vuota. Ahimé, dentro c’è un funzionario, Bürgel, che si sveglia e comincia a parlare ininterrottamente. K. si appoggia ad un angolo del letto e ascolta questo strano discorso sospeso tra il sogno e la veglia. Il funzionario comincia a parlare di un uomo che bussa alla porta di un funzionario, e questo decide di aiutarlo. Non perché questo rientri nelle sue competenze o nei suoi doveri di impiegato, ma mosso da una spinta diversa, che non ha nulla a che fare con il dovere. È un senso di empatia, di solidarietà di un uomo che vede un altro uomo in difficoltà e vuole aiutarlo. Questo comporta forzare la macchina burocratica, non attenersi strettamente alle procedure, prendere una scelta autonoma e una decisione libera e responsabile. E a quel punto il funzionario smette di essere tale e diventa un’altra persona. L’impiegato sembra alludere ad un momento eccezionale, che però può avvenire: un momento in cui l’apparato non ha più importanza, ci sono due uomini di pari livello e dignità tra i quali si intesse una relazione immanente, spontanea, non condizionata da strutture esterne. Non accade mai, dice Bürgel, ma non è neanche impossibile.

Quelle del funzionario restano parole, che K. ascolta assonnato e senza entusiasmo. Sarà Pepi ad offrire una mano a K. Pepi è la ragazza che aveva sostituito Frieda alla mescita, dopo che questa era scappata con K. Con il ritorno di Frieda alla Locanda, questa sarebbe tornata al lavoro di donna delle pulizie, che svolgeva prima della sua inaspettata ascesa sociale. Pepi sente il suo destino legato a quello del protagonista: grazie a lui aveva potuto ottenere quel lavoro prestigioso, e per causa sua ora avrebbe dovuto rinunciarci. Pepi offre a K., rimasto ormai solo e disperato, di rifugiarsi nella umile stanza che condivide con altre cameriere. K. non accetta né rifiuta.

Tra l’incontro con Bürgel e quello con Pepi, c’è una scena onirica e surreale. Si è ormai fatta l’alba, le porte delle stanze dei funzionari si aprono e comincia una strana danza. I servi muovono un carrello pieno di documenti lungo il corridoio e cominciano a distribuire le carte tra i vari funzionari. K. resta inerte nel corridoio ad assistere alla scena. Nessuno sembra vederlo. I funzionari urlano da una stanza ad un’altra, i servi corrono di qua e di là, fino a che il carrello con i documenti non si svuota. Solo a quel punto un funzionario comincia a suonare una campanella, e tutti gli altri, sollevati, ripetono il medesimo gesto. A quel punto, accorrono l’oste e sua moglie, che si scusano mortificati col funzionario, prendono K. per il braccio e gli urlano “Ma sei impazzito? Come ti viene in mente di restare qui?”. I funzionari, che avevano fatto finta di non vedere K. per tutto il tempo, erano rimasti nelle loro camere per non farsi vedere da lui. Quella danza era stata fatta soltanto per evitarlo.






mercoledì 28 febbraio 2018

Una vita, di Italo Svevo



L’articolo indeterminativo del titolo del romanzo, pubblicato nel 1892, ci porta subito al cuore dell’opera. "Una vita" indica sia la non originalità della vita narrata, una vita come tante, di un impiegato qualunque in una banca qualunque di una città qualunque, ma anche l’indeterminatezza di questa vita. Non solo l’anonimato di un’esistenza riproducibile su larga scala, esattamente come una merce, ma anche l’incapacità di questa esistenza di darsi una forma, di aderire ad un ruolo sociale, di scegliere. Una vita è la storia di un uomo la cui esistenza non è che la negazione della vita stessa.

Alfonso è un giovane di provincia che si trasferisce in città per lavorare in una prestigiosa banca, la Maller & Co. Sin dai primi giorni del suo lavoro alla corrispondenza sente quell’attività come insopportabile: trascrivere per un’intera giornata le stesse parole, con lo stesso linguaggio freddo, sterile, incomprensibile, porta la mente del giovane a distrarsi. Non riesce a concentrarsi sul lavoro che sta facendo e, in quelle poche occasioni in cui riesce, tutto il peso della fatica e dell’insensatezza di quel lavoro gli piomba addosso.

Questo piccolo uomo, vestito miseramente, che si confonde nella città tra tanti altri omuncoli, cova dentro di sé sogni di gloria. Vuole diventare un grande filosofo, scrivere un libro sulla idea di morale. Vuole dimostrare la tesi per cui le idee morali sono sempre condizionate dal contesto storico e sociale in cui si danno. Un’idea non originale, pensa, ma che egli saprà descrivere con intelligenza ed eccellenti argomentazioni. Alfonso vuole essere un filosofo e vivere secondo grandi e nobili princìpi morali. Dopo il lavoro, si reca ogni sera in biblioteca, dove si sottopone a faticosi studi filosofici.

Una sola ora passata su qualche difficile opera critica lo quietava per un’intera giornata. Inoltre, in poco tempo, gli era venuta l’ambizione e lo studio era divenuto il mezzo a soddisfarla. Le cieche obbedienze a Sanneo, le sgridate che giornalmente gli toccava sopportare, lo avvilivano; lo studio era una reazione a quest’avvilimento. Dinanzi ad un libro pensato faceva sogni da megalomane, e non per la natura del suo cervello, ma in seguito alle circostanze; si trovava ad un estremo, si sognava nell’altro.

Un giorno conosce Macario, un parente del Sig. Maller, il padrone della banca, il quale lo prende subito in simpatia. Macario è il contrario di Alfonso: il primo è padrone di sé, deciso, istintivo, conquista le donne con estrema facilità, il secondo insicuro, remissivo, riflessivo fino all’inazione. Macario si rivolge sempre ad Alfonso come ad un inferiore, e da inferiore, lo introduce nell’esclusivo circolo di casa Maller. Qui conosce Annetta, la figlia del padrone, una ragazza frivola e capricciosa con aspirazioni intellettuali, che dapprima tratta Alfonso come se non esistesse, poi, per capriccio, decide di diventargli amica. La relazione tra i due si articola in diverse fasi: una prima segnata da una rispettosa amicizia, durante la quale i due decidono di scrivere un romanzo insieme – Alfonso vorrebbe scrivere un romanzo introspettivo, mentre Annetta impone le sue idee manieristiche e vuote – una seconda segnata dal corteggiamento insistente di Alfonso e dal rifiuto di Annetta, una terza in cui Annetta cederà al corteggiamento di Alfonso.

René Magritte, L'Heureux donateur, 1955
L’amore tra i due è un amore freddo, caratterizzato dai continui tormenti di Alfonso e dall’ipocrisia di Annetta: Alfonso sa che Annetta non lo ama, che ha ceduto per mera sensualità, che non potrà mai amarlo perché Alfonso è il suo “rospo”, come suole chiamarlo. Alfonso si tormenta perché adesso dovrebbe sposarla: è un suo dovere coronare un rapporto erotico di amore e moralità, ma d’altro canto, tutti penseranno che ha sedotto Annetta per sposarla e fare carriera in banca. In qualsiasi modo agisca, Alfonso sarà visto dagli altri come un essere meschino, un inetto e arrivista, oppure come un mascalzone.

In tutto il romanzo si intrecciano vicende in cui l’amore, i doveri morali, le convenzioni sociali si confondono, appartengono ad un flusso di sentimenti in cui non è possibile distinguere cosa provano davvero i personaggi, se le motivazioni che adducono alle loro azioni sono autentiche o sono animate dalla menzogna o dalla malafede. Annetta chiede ad Alfonso di partire perché vuole discutere col padre dell’accaduto e non vuole che il suo seduttore si trovi a subire delle conseguenze sul lavoro: ma è davvero per questo motivo che lo fa? Oppure vuole allontanarlo per organizzare un altro matrimonio, magari con Macario? Francesca, l’amante di Maller, dice ad Alfonso che se partirà, avrà rinunciato ad Annetta per sempre. Ma perché Francesca si interessa alla causa di Alfonso? Per interesse, perché pensa che, se Annetta sposa un inferiore, anche suo padre potrà sposare un’inferiore, ossia Francesca.

Le stesse dinamiche di sotterfugi, amori, interessi personali si ripetono all’interno della famiglia che ospita Alfonso. La Sig.ra Lanucci vuole che sua figlia faccia un buon matrimonio e la destina ad Alfonso, il quale però la rifiuta. La ragazza sarà poi sedotta da un giovanotto di umili origini, e Alfonso convincerà il ragazzo a sposare la povera ragazza, incinta, promettendogli del denaro. Alfonso sente il dovere di aiutare questa famiglia che vive nella miseria, ma allo stesso tempo li disprezza. Sacrifica una sua piccola rendita per far sposare una ragazza di cui non gli importa nulla. Ma non è generosità, bensì desiderio di riconoscenza, come farebbe un superiore con degli inferiori.

L’unico rapporto davvero autentico della vita di Alfonso è quello con sua madre. Il romanzo si apre con una lettera di Alfonso in cui la supplica di dirgli solo una parola: “Torna”. Quella parola non sarà mai pronunciata. Alfonso, dopo la notte con Annetta, accoglie la richiesta di quest’ultima di allontanarsi dalla città. In banca chiede un permesso con la scusa che sua madre è malata. Quando torna al paese, la troverà malata per davvero. La assiste, la accudisce notte e giorno per  tutto il tempo che le rimane. Quando lei muore, Alfonso versa poche lacrime. Anche qui le convenzioni, la presenza di altre persone che lo guardano, gli impedisce di sfogare il suo dolore.

Quando torna in città, Annetta è promessa sposa di Macario. Alfonso lotta per riguadagnarsi il rispetto di Maller e quello di Annetta. Capisce che la ama davvero, che non era animato solo dalla sensualità. Ma non riesce, agli occhi dei due superiori, a togliersi quell’immagine di meschino e di inetto. Ogni tentativo di parlare di quella notte d’amore, ogni minimo riferimento, è percepito sia da Annetta che da suo padre come un velato ricatto. Finché Alfonso non scopre che Annetta lo vuole morto.

Una vita. Una vita schiacciata all’interno di un meccanismo tanto complesso quanto efficiente: una macchina fatta di gerarchie sociali immutabili, che segnano tra gli individui degli abissi  che non si possono colmare col sesso né con l’amore, che è uno dei tanti specchi che riflettono queste distinzioni. Una macchina fatta di mille convenzioni, di paletti che segnano il percorso obbligatorio da percorrere. Una macchina in cui i valori morali sono a doppio fondo, quello in superficie, pubblico, che accoglie questi valori come assoluti, e quello privato, in cui questi valori sono irrisi o ignorati. Alfonso non riesce ad adeguarsi al movimento degli ingranaggi, non riesce a vivere la doppiezza delle relazioni umane. Non riesce a vivere. Di fronte a questa incapacità, alla noluntas generata dalla meschinità della vita, Alfonso compie l’unica scelta autentica che può compiere, quella del suicidio.

Egli invece si sentiva incapace alla vita. Qualchecosa, che di spesso aveva inutilmente cercato di comprendere, gliela rendeva dolorosa, insopportabile. Non sapeva amare e non godere; nelle migliori circostanze aveva sofferto più che altri nelle più dolorose. L’abbandonava senza rimpianto. Era la via per divenire superiore ai sospetti e agli odii. Quella era la rinunzia ch’egli aveva sognata. Bisognava distruggere quell’organismo che non conosceva la pace; vivo avrebbe continuato a trascinarlo nella lotta perché era fatto a quello scopo. Non avrebbe scritto ad Annetta. Le avrebbe risparmiato persino il disturbo e il pericolo che poteva essere per lei una tal lettera.




lunedì 19 febbraio 2018

"Sami blood": la difficile costruzione dell'identità

Sangue sami: il titolo pare rivendicare un'identità tramandata per via biologica, genetica, una concezione essenzialistica dell'identità culturale, da cui il sami e la sami non possono fuggire, a cui sono destinati a ritornare pur dopo l'esplorazione di culture diverse. Una sorta di naturale, istintivo "richiamo della foresta". Ma la lettura proposta dalla regista Amanda Kernell nel suo lungometraggio di esordio va molto oltre questo stereotipo, e si richiama ad una concezione dialettica di identità. Racconta le stratificazioni e le lotte interiori del soggetto che costruisce il proprio io, all'interno e contro la cultura del proprio gruppo, e allo stesso tempo la definizione dialettica (per tramite del contrasto noi/gli altri) del gruppo stesso, quello del popolo sami.
I sami o lapponi, minoranza etnica della Svezia e di altri Paesi scandinavi, possiedono una propria cultura tradizionale ben definita ed una lingua propria. Ancora all'indomani della Seconda Guerra Mondiale, quella sami era una popolazione nomade che fondava la propria economia sull'allevamento delle renne. In questo contesto è ambientata la storia narrata da Kernell: i bambini e i ragazzini sami, pur indossando gli abiti tradizionali e ritirandosi a sera a dormire nelle tende mobili sui pascoli montuosi, devono frequentare le lezioni di una maestra svedese e sforzarsi di parlare in classe esclusivamente svedese, pena un castigo corporale. Elle-Marja, adolescente sami di spiccata intelligenza e con una personalità ancora in fase di difficile costruzione, è la più brava ad adattarsi alla lingua e alla cultura degli Altri, è la sola a guardare con desiderio all'alterità svedese, che impone dall'alto un modello omologante alla minoranza sami, che è costretta ad adattarvisi, seppur con molti attriti e resistenze. La sorella minore di Elle-Marja, rappresentante di tali resistenze e fiera portatrice della cultura tradizionale, parla lo svedese stentatamente e con fastidio, preferendo di molto cantare il joik, il canto rituale sami.
La maestra svedese guarda con una dolcezza inevitabilmente paternalistica a Elle-Marja e le regala un libro di poesie che contiene il suo verso preferito: «Anelo la terra che non esiste, e tuttavia sono stanco di desiderare». È un verso che si addice alla ricerca sempre frustrata di Elle-Marja di una personalità in cui sentirsi a proprio agio, di un'identità adulta liberata dalle insicurezze dell'adolescenza, una storia e una forma di cui andare fiera.
Quando Elle-Marja cammina verso la scuola nel suo abito tradizionale, i ragazzi svedesi ridono alla sue spalle: perché i sami puzzano ed Elle-Marja puzza, e il suo vestito è ridicolo, e anche se i sami vivono in Svezia senz'altro non capiscono lo svedese e si può insultarli a piacimento. «Ecco gli animali del circo!» grida uno dei ragazzi nel veder arrivare la fila di bambini sami diretti alla lezione.
La sua appartenenza al popolo sami non genera altro che vergogna e senso di rifiuto in Elle-Marja. Il suo ruolo nei confronti della maestra svedese che annuncia l'arrivo di ospiti da Uppsala si può definire collaborazionista. Lei è la più docile, la più desiderosa di addomesticamento alla cultura dominante: quindi per prima, per dare il buon esempio, viene gettata in pasto agli ospiti svedesi che si rivelano degli studiosi senza scrupoli. La costringono a spogliarsi davanti al resto della classe e alla finestra aperta e la sottopongono gelidamente a esami medici e a misurazioni antropometriche, in un'agghiacciante sequenza che richiama alla mente sia il distacco dei medici nazisti nei confronti dei "subumani" ebrei o zingari, sia l'atteggiamento lombrosiano che ricercava nelle misure del cranio e nella distanzia tra gli occhi la dimostrazione scientifica dell'inferiorità naturale dei meridionali. Di tutta la sequenza mi ha irritato in particolare un gesto inaccettabile sotto la sua facciata di innocenza: la carezza di una delle studiose ai capelli biondi di una bimba sami, e la sua parola compiaciuta per quella tonalità di biondo. Un carezzare compiaciuto che pare rivolto a un gatto o a un cavallo, che non si chiede se alla bimba piaccia che un'estranea le tocchi le trecce, e che sotto la veste di un bonario paternalismo nasconde la stessa violenza che le cronache dell'epoca ci tramandano dei seppur "buoni" e "gentili" missionari europei, colonizzatori dell'Asia, dell'Africa e dell'America Latina.



Di quest'ultima, smisurata umiliazione, dell'essere stata trattata come una bestia da studiare, Elle-Marja non accusa gli svedesi ma la propria appartenenza al gruppo giudicato inferiore. Introietta le accuse, la discriminazione, gli insulti contro i sami ed ella stessa si rivolta contro la propria storia, la propria identità, e si decide definitivamente a rigettarla, a costruirne una completamente nuova. Chiede alla maestra di aiutarla a trasferirsi in città, ma il marchio infame si alza come un muro tra Elle-Marja e il suo sogno: essere prima della classe tra i sami non è sufficiente a seguire le normali lezioni per i ragazzi svedesi. Troppa è l'inferiorità dei sami perché uno di essi possa estirparla da sé.
Qui inizia l'avventura solitaria di Elle-Marja e contemporaneamente si dà il passaggio dall'adolescenza all'età adulta: ruba un vestito occidentale, si lava in una polla d'acqua per togliersi di dosso la puzza sami e con queste nuove vesti riesce facilmente a vivere la sua prima avventura romantica e poi a fuggire in città, da sola e vestendo una nuova identità: Elle-Marja è rimasta indietro e adesso c'è solo Christina nata nello Småland (particolari anagrafici rubati alla sua maestra) e vestita di abiti altrui.
La chiave della costruzione del nuovo io, come nelle lezioni in lingua svedese (e come nei processi dell'egemonia culturale nei contesti coloniali), sta nell'istruzione: Elle-Marja/Christina si rivolge ad una scuola di Uppsala perché la educhi come una ragazza svedese, perché la trasformi agli occhi di tutti in Christina solamente, e il passato sami sia cancellato dalla storia. Ma per frequentare una scuola e vivere in città occorre denaro. Per procurarselo Elle-Marja è disposta a tutto, perfino a tornare temporaneamente nella casa rifiutata, dove c'è da commettere un delitto, un parricidio freudiano: il sacrificio di una renna, che è allo stesso tempo un ricatto contro la madre e l'assassinio figurato della cultura sami.
"Sami blood" è un film raffinato, un difficile gioco di equilibrismo tra la tradizione e la globalizzazione, tra il rischio della chiusura soffocante in se stessi e quello speculare della dispersione in un modello culturale omologato e privo di storia. È la narrazione di una costruzione soggettiva tra l'infanzia e l'età adulta, tra la casa e il mondo esterno, segnata da riti iniziatici e ritorni simbolici, che dura fino alla vecchiaia della protagonista, perché la soggettività umana non è un'essenza ma un processo, e non finisce mai il lavoro di ricerca di una sintesi che sappia sussumere in sé tutte le fasi e tutte le stratificazioni della storia personale e sociale. 

giovedì 11 gennaio 2018

Il sogno cinese e il sogno americano - Intervista ai marxisti cinesi


A partire dall'attuazione della politica di riforma e apertura promossa da Deng Xiaoping negli anni '80, la Cina ha conosciuto uno strabiliante sviluppo economico che ha fatto uscire 700 milioni di cittadini cinesi dalla condizione di povertà. Tale sviluppo, seppure rallentato dalla crisi globale degli ultimi anni che ha limitato le esportazioni, non mostra alcuna intenzione di arrestarsi. Il soft power cinese e l'influenza del colosso asiatico nelle relazioni internazionali continua ad accrescersi di pari passo con il suo PIL. Se da un lato la Cina intimidisce le potenze occidentali e minaccia il loro primato sociale ed economico, dall'altro lato l'Occidente guarda con crescente curiosità al sogno cinese, al socialismo con caratteristiche cinesi e agli straordinari risultati conseguiti negli ultimi decenni.
Le tre interviste a marxisti cinesi aiutano il lettore occidentale non solo a familiarizzare con categorie politiche tipicamente cinesi, ma anche a valutare meglio le scelte operate dal Partito Comunista Cinese nell'affrontare le sfide del passato e quelle del presente, in un'agenda di sviluppo che intende continuare ad accrescere i livelli materiali e culturali della popolazione tenendo insieme anche una crescente attenzione all'ambiente, una maggiore democratizzazione della politica, l'implementazione di uno stato diritto, la salvaguardia della pace e della cooperazione internazionale, che protegga i Paesi più deboli e in via di sviluppo dall'egemonia delle potenze imperialiste e dalle loro ingerenze politiche negli affari interni. Questi sono gli elementi primari del sogno cinese: un sogno di pace e sviluppo per tutti i popoli.


«Il sogno americano può essere esplorato su due livelli. Il primo, in senso stretto, riguarda la vita, cioè la credenza che la società americana ha costruito da molto tempo. Fintanto, cioè, che uno rispetta le regole e lavora duro, a prescindere dalle origini o dal contesto, alla fine avrà successo. L'altro, in senso lato, è la versione politica, che delinea l'assetto politico americano, cioè la tanto decantata libertà americana, la democrazia, i diritti umani, visti come il miglior sistema per raggiungere la felicità personale. [...]
Il sogno americano è molto più di una categoria materiale. Incoraggia gli individui a 
sfruttare appieno i propri talenti per raggiungere l'autorealizzazione. [...] La versione di vita del sogno americano ha attirato uomini e donne da tutto il mondo per andare negli Stati Uniti e realizzare i propri sogni, mentre le versione politica fa riferimento a "valori universali" che gli Stati Uniti pubblicizzano e diffondono ovunque. [...]
Il sogno americano e il sogno cinese sono simili. Il 7 giugno 2013, il presidente cinese Xi Jinping, dopo un colloquio con il Presidente Obama nella sua residenza in California, ha chiaramente detto in un incontro successivo con i giornalisti che: "Il sogno cinese di raggiungere la prosperità nazionale, la rinascita nazionale, e la felicità del popolo è un sogno di pace, di sviluppo, di cooperazione e di reciproca convenienza, che è simile ai sogni dei popoli di altri paesi, inclusa l'America". [...]
Tuttavia, ci sono molte differenze tra il sogno cinese e il sogno americano:
Primo, le loro connotazioni sono diverse. Al contrario del sogno americano, che sottolinea le sfide personali e il successo, il sogno cinese mette l'enfasi sull'unità della prosperità nazionale, sulla rinascita nazionale, sulla felicità del popolo e sullo stretto legame tra la sorte degli individui e quello della nazione.
Secondo, i loro valori sono differenti. Il sogno americano enfatizza la soddisfazione personale, sostenendo di essere orientato verso gli individui e mettendo la libertà per prima. Il sogno cinese enfatizza il collettivismo e i valori chiave socialisti, sostenendo di essere orientato alla famiglia e mettendo la responsabilità per prima.
Terzo, i loro modi di realizzazione sono diversi. Il sogno americano è un sogno mondiale, realizzato attraverso l'espansione esterna e l'egemonismo. La storia americana è una storia fatta di espansionismo, di saccheggio e addirittura di aggressione. Il sogno cinese si realizza attraverso l'ascesa pacifica, compiuta attraverso sforzi concertati di tutto il Partito e di tutto il popolo. [...]
Quarto, le loro prospettive sono differenti. Il sogno cinese ha aperto un futuro radioso per l'esplorazione dello sviluppo diversificato della civiltà umana. [...]
Il sistema politico americano definisce le regole di cui beneficiano i ricchi a spese degli interessi degli altri gruppi. La regolamentazione finanziaria spiana la strada al prestito predatorio e agli affari abusivi delle carte di credito, che fanno affluire i soldi dal basso all'alto. [...] Il neoliberismo sostenuto dagli Stati Uniti non ha portato benessere sociale, ma ha rafforzato il capitale predatorio. Il sistema neoliberista è un sistema predatorio. [...] La democrazia che gli Stati Uniti hanno sostenuto è ora bloccata da diversi gruppi di interesse altamente organizzati e mobilitati. Oggi, la "divisione dei poteri" di cui gli Usa sono fieri è diventata sinonimo di incompetenza di governo o addirittura di paralisi politica. [...] Al momento, il sogno americano non è realistico per gli americani, cioè è essenzialmente il sogno di un'oligarchia finanziaria invece di essere il sogno del popolo reale. Il sogno mondiale americano sfida la pace mondiale. Si tratta essenzialmente di cercare di perseguire l'egemonia economica, politica e militare in nome della protezione della libertà, della democrazia e dei diritti umani.»

Questo passo dell'intervista a Deng Chundong, Presidente dell'Accademia del Marxismo presso la CASS (Chinese Academy of Social Sciences) di Pechino, è tratto dal volume "Inteviste ai marxisti cinesi", tradotto e curato da Francesco Maringiò per le Edizioni MarxVentuno.
A questo link è possibile contattare le Edizioni MarxVentuno e vedere i dettagli su questa e altre pubblicazioni: http://www.marx21books.com/Pubblicazioni.html

mercoledì 10 gennaio 2018

Spartacu strit viu’ - Alessandra Mallamo

«Cos’è che fa camminare la strada? È il sogno.»
detto di Tuhair

Ricordarsi all’improvviso di Mejerchol’d, Grotowsky, Artaud, di cosa è stato il teatro nel Novecento, di come ci ha insegnato a scompensare i centri di equilibrio su cui avanzano le nostre giornate. E ricordarsene nel posto giusto: nel buio di un piccolo teatro comunale della “periferia dell’impero”.


Spartacus strit viu’


“L’attore è un atleta del cuore” scriveva Artaud ne Il teatro e il suo doppio, ed è proprio l’impegno fisico, lo sforzo muscolare, che localizza storie e passioni sul palcoscenico, a giustificare uno spettacolo teatrale su un uomo come Franco Nisticò, un “gladiatore” che nella sua vita ha cercato giustizia e libertà dando tutto ciò che poteva dare; come Spartaco, appunto (non a caso Karl Marx ha scritto: “Spartaco è l'uomo più folgorante della storia antica. Un grande generale, un personaggio nobile, veramente rappresentativo del proletariato dell’antichità”).
Ciò che permette di restituire tutto questo senza retorica è il corpo di un attore.
Il volto è nascosto da un casco: come quello che i gladiatori indossavano quando scendevano nell’arena ma anche come le maschere che hanno popolato il teatro in tanti luoghi e tempi diversi. Il copricapo “marziano” e “marziale” di Francesco Gallelli è l’oggetto che tiene insieme la dimensione spettacolare della lotta - i gladiatori non erano anche loro i protagonisti di uno spettacolo? - e il pericolo del campo di battaglia, che richiede di rischiare e di mettere in gioco se stessi.
Ma il casco è anche solo un casco, di quelli che mettiamo quando andiamo in moto; un casco/elmetto/maschera che ricorda così anche la bruta realtà della strada/arena/teatro di cui si parla: la 106, su cui corrono e trascorrono le nostre vite.
Dunque attore e gladiatore: oscillando tra questi due momenti si articola tutto lo sviluppo dello spettacolo e si spiega perché un’opera su un uomo che ha lottato con tutto se stesso per la sua terra è allo stesso tempo un discorso su cosa significa fare teatro in questa terra, ovvero su cosa significa fare teatro tout court.


Biografia, ma anche autobiografia, anzi nessuno delle due: la passione di Franco, il corpo di Francesco e viceversa. Non ci sono furti, non ci sono indebiti paragoni o mescolanze, solo la condivisione dell’arena, anzi la condivisione della strada.
Teatro come lotta, attore come lottatore. In questa congiunzione il gladiatore di Spartacu stit viu’ sviluppa la sua muscolatura affettiva attraverso lo sforzo, il respiro e il sudore. Massimo dispendio di energia per la creazione del bios scenico minimo, la posizione fondamentale che consiste nel rifiutare l’enfasi o la disperazione per concentrarsi sull’unica cosa che conta: l’intensità.
Intensità che aumenta a ogni giro della corda che Francesco salta ininterrottamente per tutta la prima parte della performance: salto, nome, età, luogo, salto, nome, età, luogo, salto, nome, età, luogo. Un elenco interminabile e straziante di vite perse affolla il discorso mentre l’attore continua a saltare e parlare e respirare. Chi non respira dopo un po’ è lo spettatore, ipnotizzato dall’alone luminoso della corda che gira ritmicamente e in ansia perché non si capisce quando finirà (“Sbaglierà? La smetterà prima o poi? Rallenterà? Perché lo sta facendo?”).
Ripetizione, Rabbia, Resistenza. Ripetizione per dire la monotonia di una vita non libera, rabbia per dire la perdita, resistenza per imparare a lottare.
Nel saltare la corda si tengono insieme la frustrazione e la rivalsa e sulla scena vediamo lentamente un corpo che cambia, che si trasforma e innerva le parole che pronuncia. Il salto della corda è infatti l’esercizio fondamentale del lottatore, e in particolare del boxeur, per sviluppare rapidità, gioco di gambe, resistenza e fiducia. Nello sferrare un pugno è più importante la posizione dei piedi che la forza del braccio poiché è lo spostamento del centro di equilibrio a determinare la potenza. La corda, dunque, può essere una frusta o una catena ma è proprio grazie a questo che impariamo a condurre la nostra lotta, a prepararci, ad affermare una forza.
Altrimenti resteremo sempre e soltanto all’estasi vuota dell’attore che “imita” un passo dell’Alcesti, che riproduce con le sole espressioni del volto o con un gesto vuoto la psicologia di un dolore; si tratta invece di essere Alcesti, di vivere e comprendere la perdita di Admeto, quando perde la donna che ama. Si tratta, più precisamente, di ri-vivere, essere capaci di trasformare il dolore, far vivere ancora quelli che ci sono stati portati via, ri-creare il senso di una vita in tutta la sua complessità; anche se questo significa mischiare il triviale e il terribile, l’epopea di biutiful con l’evento spaventoso del comizio di Berlinguer a Padova.
Tutto ciò per imparare a condurre una battaglia autenticamente politica, dove, per prima cosa, bisogna lasciar andare la retorica del vittimismo; l’etica dello schiavo su cui da sempre fanno leva speculatori, ignoranti arricchiti e politicanti da quattro soldi; la logica della necessità che ci spinge a sopportare tutto e ad abbandonare le nostre priorità. Sembra che per imparare, di nuovo, tutto ciò che conta veramente nella vita occorra la finzione, l’arte, il teatro. Serve “l’immagine atletica di un corpo impegnato nella lotta”.


sabato 16 dicembre 2017

"Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza" di Roy Andersson

«È giusto servirsi delle persone solamente per il proprio piacere?»

Il titolo è ironico e immaginifico. Il film è strano ed evocativo. Vincitore del leone d'oro alla Mostra del Cinema di Venezia del 2014, è piacevolissimo da vedere, spinoso e nordico, lento e suggestivo. Pone una sequela di domande, senza fornire che stralci di risposta, ma abbondando di silenzi che ti lasciano l'agio di pensare, mentre fissi il grigiore delle scenografie fintissime da teatro e insieme vivide e trasognate, come ereditate da un ricordo infantile o prese a prestito da un futuro informe.
Seguiamo due agenti di commercio tristi, tristissimi, nei loro tentativi frustrati di vendere denti da vampiro e maschere di Zio Dentone, articoli per fare feste e scherzi, che non divertono nessuno. Come loro stessi, che invano ripetono agli altri e a se stessi: "Vogliamo aiutare la gente a divertirsi". Tra ipotetici acquirenti non interessati ed ex clienti insolventi, si aggirano tetri e ripetitivi in uno scenario fantasmatico, saldi nella loro amicizia e nella comunione di lavoro e fallimenti. Camminano con la loro valigetta tra parate militari fuoriuscite dalla Grande guerra del Nord, ballerini di flamenco che provano e sudano nella scuola di danza, passeggeri che pranzano alla mensa di una nave. La lunga sequenza di quadretti presi in prestito dalla vita (più uno strappato a un brutto sogno) raccontano con delicatezza, ironia, malinconia e stupore di amori non corrisposti, debiti non saldati, morti inaspettate, bevande alcoliche pagate in baci, autobus persi e ombrelli dimenticati a casa in giornate improvvisamente diventate piovose. Nell'immobilità pittorica e nel pallore disumano di personaggi, comparse e fondali, viene sgranato questo piccolo rosario della vita. La lentezza e la pulizia delle sequenze le rendono belle e contemplative, scultoree, esistenzialistiche.



Un uomo attende per ore, impalato in mezzo alla strada, la persona che ha evidentemente dato buca ad un importante appuntamento. Alle sue spalle, oltre la vetrina di un bar, la maestra di danza bacia le mani del ragazzo che la respinge, e si accascia piangente sul tavolino. Così, ugualmente gravata di uno schermo di silenzio e indifferenza, una ricercatrice in camice bianco chiacchiera al telefono sul clima, mentre a pochi passi una scimmietta immobilizzata e attaccata agli elettrodi geme con il corpicino impotente squassato dalle scosse elettriche. Una moglie smanetta con utensili da cucina, ignara del marito in sovrappeso che, colto da malore, agonizza silenzioso nella stanza accanto. E ancora così, degli schiavi africani vengono ricacciati a frustate dagli aguzzini colonialisti in un macchinario gigantesco che trasformerà la loro agonia in musica per le orecchie dei ricchi, che osservano placidi lo spettacolo sorseggiando un Martini. Le vite e i drammi degli uni scorrono accanto agli altri, che restano impassibili: per ignoranza, indifferenza, impotenza, pudore. Ognuno è ripiegato sulle proprie vicende e ammutolisce di fronte all'Alterità, all'imprevisto, al mistero. Eppure, la rete di relazioni e di compresenze, sulla terra e alla fermata dell'autobus, è fittissima e indissolubile: solo dal bouquet di esperienze diverse, dalla vicinanza, seppure muta, di intere folle, dal collage di sentimenti paralleli e plurali può emergere un qualcosa che non sia diario intimista ma ricco affresco della vita.
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